29 aprile 2019

Ospedale degli Incurabili di Napoli: 500 anni da salvare

di Giovanni Negri da Brusciano

Per miracolo; fu così che anche Napoli, come Genova, Firenze, Roma e Venezia, ebbe il suo “Ospedale degli Incurabili”. Fu per grazia ricevuta dalla catalana Maria Lorenza Longo la quale, dopo la morte del marito, vicereggente della cancelleria di Ferdinando II d’Aragona, si recò in pellegrinaggio alla Madonna di Loreto e, tornata a Napoli guarita dallo stato d’infermità, decise di dedicare tutto il resto della sua vita ai malati. Fin quando, nel 1519, diede vita alla “Santa Casa Degli Incurabili”: quello che oggi è l’Ospedale degli Incurabili di Napoli.

Nel XVI secolo, in diverse città d’Italia, venivano istituiti luoghi di beneficenza e ricovero per malati cronici, persone inguaribili, uomini incurabili affetti dal “mal francese”. Insomma per tutti coloro che gli altri ospedali si rifiutavano di accogliere.

L’Ospedale degli Incurabili di Napoli dal 1522 è in attività, sebbene poche settimane fa si sia deciso di sgomberare il nosocomio il seguito al crollo della pavimentazione della chiesa di S. Maria del Popolo degli Incurabili, pertinenza dell’ospedale. Infatti, accanto all’ospedale, sempre per volontà della devota Maria Lorenza Longo, e con il supporto di altre nobildonne come Maria d’Ayerba duchessa di Termoli, sono nate altre strutture: la chiesa, oggi danneggiata, ma ricca di tesori come la cripta della stessa duchessa, opera dello scultore rinascimentale Giovanni da Nola; il Monastero delle Pentite, oggi museo delle arti sanitarie e di storia della medicina voluto dal chirurgo Gennaro Rispoli; la farmacia, fiore all’occhiello del complesso; l’orto medico e il chiostro di S. Maria delle Grazie. Tutte costruzioni necessarie per la crescita e lo sviluppo delle virtù umane prima che sanitarie.

Con il passare degli anni, l’intero edificio è diventato fucina di ricerca e di speranza tanto da essere denominato: “Ospedale dei Santi”, per l’elevato numero di medici che hanno lavorato in quei reparti e che dopo la morte sono stati santificati, come ad esempio Giuseppe Moscati (1880-1927).

Traguardo importante per l’ospedale è stata l’attività di Domenico Cotugno (1736-1822), medico chirurgo che seppe trasformare l’istituzione da ospizio e lazzaretto a sanatorio d’avanguardia, in cui si curava la malattia per sottrarre l’ammalato all’incombente letale destino: un progresso, quindi, che scaturiva dalla ricerca, dalla sperimentazione e dall’indagine sulla malattia, analizzata con i lumi della ragione. Abbandonando quella prassi fideistica e teurgica tipica della superstizione e dell’ignoranza.

Un importante supporto per tale svolta fu dato dalla farmacia: luogo in cui si potevano creare e sperimentare farmaci chimici per combattere gli stati di avanzamento delle malattie.

E fu così che nella prima metà del Settecento, quando si decise di ristrutturare la spezieria cinquecentesca, un illustre magistrato, Antonio Maggiocca, uomo generoso oltremisura, lasciò, alla sua morte, tutto il patrimonio all’ospedale, consentendo la creazione di quello scrigno che ancora oggi è la Farmacia degli Incurabili.

Realizzata da Bartolomeo Vecchione in stile barocco-rococò, la farmacia è divisa in due sale: l’anticamera e il laboratorio. La commistione tra arte e ricerca scientifica, l’equilibrio cromatico e architettonico dell’arredo sembrano creare un nuovo linguaggio espressivo. Tant’è che divenne ben presto il punto di ritrovo dell’élite culturale illuminista non solo napoletana.

Le scaffalature e il banco, interamente in radica di noce, sono decorati e intarsiati dall’ebanista Agostino Fucito. Tra le sessantasei nicchie di legno sono allocati circa quattrocento vasi in maiolica dell’epoca, realizzati alla metà del XVIII secolo e decorati con scene bibliche e altre allegorie dagli artisti Lorenzo Salandra e Donato Massa (lo stesso artista che ha ornato le maioliche nel famosissimo chiostro di S. Chiara). Insieme agli albarelli, contenenti polveri ed elettuari, sono conservate le ampolle di vetro di Murano per contenere liquidi e combinarli. Anche il pavimento è curato nei dettagli: colorato da maioliche rigorosamente intonate con il resto, come se la bellezza potesse contribuire a rendere le pozioni più efficaci.

Sul soffitto dell’antisala è incastonata la grande tela ad olio dipinta da Pietro Bardellino del 1750; Secondo la comune interpretazione dell’opera rappresenterebbe Macaone (figlio di Ippocrate) che cura un guerriero ferito (probabilmente Menelao), soggetti epici derivati dall’Iliade.

Ai quattro angoli del soffitto ci sono i ritratti di uomini di scienza, aggiunti nel 1862 come unico elemento anacronistico alla spettacolare integrità stilistica settecentesca della sala.

Nell’ambiente retrostante, la grande urna marmorea di Crescenzio Trinchese, testimonianza dell’anima alchemica della medicina, contenente la panacea di ogni male: la Teriaca, elisir di lunga vita che veniva prodotto soprattutto a Napoli e a Venezia per essere poi venduto. Infine, degna d’attenzione è la riproduzione ingrandita della matrice uterina operata, allegoria del taglio cesareo che mette alla luce. Simbolo massonico, ma anche riferimento a quel rapporto generativo tra città, donna e madre.

Tutto questo, però, oggi è in grave pericolo. L’ospedale è stato evacuato e la farmacia chiusa per pericolo di crolli. Restano aperti al pubblico il Museo delle arti sanitarie, le sale dedicate alla storia dell’odontoiatria e le sale dedicate a Giuseppe Moscati.

Eppure il problema del riammodernamento strutturale non è recente. Quando alla fine del 1800, la giornalista e infermiera, studiosa delle condizioni di vita nei quartieri più poveri di Napoli, Jessie White giunse in città con Garibaldi, descrisse l’ospedale come un luogo sudicio, dall’aria mefitica, con pavimenti sollevati e buchi utilizzati per lo scolo delle acque. Proprio per questi motivi nel 1963, diversi istituti del settore farmaceutico si organizzarono per dare incarico ad un professore di predisporre un progetto di restauro dell’intero complesso. Il progetto fu redatto, ma non si passò mai all’esecuzione, fatta eccezione per qualche piccolo e sparuto intervento di manutenzione, che ha retto almeno fino ad oggi.

Così, l’ospedale, la farmacia e la chiesa, luoghi irriproducibili, che hanno aggiunto vita alla vita, storia alle parole, rischiano ora di sparire per sempre abbandonati senza cura.

 

Immagine: La facciata della farmacia e di una delle chiese del complesso dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli (3 agosto 2012). Crediti: IlSistemone. Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported, attraverso it.wikipedia.org

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