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13 ottobre 2017

Otranto: il mosaico delle meraviglie

di Valeria Canavesi

Otranto non si dimentica. La cittadella salentina, che pare una prua protesa nel Mar Adriatico verso la Grecia e l’Albania, è un luogo che sa lasciare il segno. Il consiglio di chi scrive è quello di recarcisi lontano dai mesi estivi, durante i quali le sue vie, le sue piazze e le sue spiagge sono letteralmente prese d’assalto, non consentendo di apprezzarne appieno luoghi d’arte e suggestioni. Otranto è infatti uno scrigno ricolmo di tesori sorprendenti, dovuti in gran parte a un passato glorioso e tragico insieme, costantemente in bilico tra Oriente e Occidente. Romani, bizantini, Normanni e Svevi si sono succeduti nel controllo della città, il cui porto costituì, fin dagli albori della sua storia, uno snodo strategico per i commerci, le manovre militari e le relazioni politiche. Un eccidio la colpì al cuore nel 1480, quando Ahmed Pascià e le milizie turche la conquistarono dopo un assedio violentissimo, massacrando gli Otrantini che non accettarono di convertirsi alla fede musulmana: il 14 agosto di quell’anno, 800 persone furono trucidate sul Colle della Minerva. Un anno dopo, con il duca di Calabria Alfonso d’Aragona, la città tornò in mani cristiane; i poveri resti dei martiri furono riposti nella cattedrale di S. Maria Annunziata, dove riposano ancora oggi (precisamente, nella cappella absidale destra).

Ed è proprio in cattedrale che la città conserva la testimonianza più impressionante della propria storia, unico esemplare del genere presente in tutta l’Italia meridionale: un mosaico pavimentale del XII secolo che ricopre interamente l’abside, il transetto e la navata centrale. Il ciclo figurativo, inutile dirlo, è spettacolare per vastità e ricchezza compositiva ed è realizzato con tessere policrome di calcare e inserti in pasta vitrea colorata. L’imponente raffigurazione propone tre alberi della vita, che insieme creano una vera e propria enciclopedia religiosa, artistica e allegorica. L’albero maggiore, posto nella navata centrale, poggia su due elefanti e propone una lettura che alterna scene dell’Antico Testamento a rappresentazioni popolari, classiche o simboliche. La cacciata dal giardino dell’Eden di Adamo ed Eva (nella parte alta, a partire da sinistra) anticipa le scene di re Artù, Caino e Abele nonché la raffigurazione in cornici circolari dei dodici mesi dell’anno associati ai segni dello zodiaco - tema ricorrente dell’arte ecclesiastica medievale coeva. Sotto questo ciclo si osservano Noè, altri uomini impegnati in lavori rurali e nella realizzazione dell’arca, animali e figure fantastiche, come quella di un trombettiere nudo a cavallo di uno struzzo. La Torre di Babele e Alessandro Magno costituiscono i soggetti più articolati della parte inferiore, riccamente popolata da uomini, donne, animali, creature mitologiche, iscrizioni e oggetti di varia natura. Proprio da alcune iscrizioni, collocate in tre punti del mosaico, si evincono i nomi dell’autore e del committente: il presbitero Pantaleone il primo; l’arcivescovo Gionata il secondo. Nella parte presbiteriale, al di là di una lacuna piuttosto estesa, la composizione propone sedici rotae contenenti figure di altri animali o scene bibliche: Eva, il serpente, Adamo; tori, cammelli, draghi, elefanti, felini predanti; unicorni e monaci; la regina di Saba e re Salomone; sirene e grifoni; animali che suonano strumenti musicali. E ancora: scene di Giona e il pesce; le vicende di Ninive e il suo re; Sansone e il leone.

Gli alberi minori delle navate laterali raffigurano: a sinistra, la spartizione tra le anime dannate e gli spiriti eletti (in cui si osservano la figura serpentiforme di Satana e quella dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe); a destra, rappresentazioni di figure umane, sfingi, leoni, cani, draghi e, in particolare, Atlante che sostiene la Terra, riconoscibile nella parte apicale dell’albero.

Lo sguardo e la mente si perdono tra narrazioni e significati, capaci ancora oggi di parlare a tutti. Pare un peccato che ogni giorno centinaia di piedi possano calpestare questa formidabile opera d’arte, sintesi esemplare di culture, religioni e riferimenti storici anche molto distanti tra loro. Il mosaico di Otranto è una testimonianza millenaria straordinariamente attuale: in un’epoca contraddistinta da rigurgiti xenofobi e da una crescente insofferenza verso coloro che riteniamo “diversi”, questa composizione sembra proclamare un maestoso inno alle differenze, all’armonia e alla pacifica convivenza tra i popoli.


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