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3 agosto 2018

Paolo Giordano, Divorare il cielo

di Tamara Baris

Divorare il cielo, di Paolo Giordano, racconta la storia di Teresa, Bern, Nicola e Tommaso, della masseria, delle fasi dolorose e spietate del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, nelle loro vite. Teresa vive a Torino, ma d’estate torna dalla nonna, nella terra del padre, in Puglia, perché è lì che ha le sue radici. A Speziale, Teresa conosce i tre ragazzi, tre fratelli (o qualcosa di più, o qualcosa di meno) che vivono nella masseria «una specie di eresia» con Cesare, unico maestro, che tenta di difenderli dal mondo esterno perché Cesare conosce più cose di quante non si imparino a scuola, e perché Cesare ha insegnato ai ragazzi che «chi accresce il sapere aumenta il dolore» (p. 79).

Ma tra i tre c’è Bernardo (per tutti Bern) con un segreto alle spalle e una tensione continua nel sangue: Bern è il centro magnetico della storia, Bern cattura l’attenzione di Teresa, Bern distrugge l’armonia creata con tanta fatica nella masseria, perché è l’allievo migliore, il più amato, che supera, annienta e divora il maestro, come fa con ogni cosa che incontra («Aveva una maniera tutta sua di appropriarsi delle cose, doveva inghiottirle intere in quel suo corpo nervoso che non sembrava nutrito a sufficienza», p. 92).

Ai quattro ragazzi si aggiunge, da un certo punto della storia, un nuovo gruppo di persone (e una parte del nucleo originario si eclissa): arrivano Danco, Giuliana, Corinne. Cambia il tentativo di costruzione del Paradiso di turno, ma non cambia lo scenario: una masseria, poi una comunità. L’insoddisfazione, il tradimento, il male. Anche quando sarà uno spazio risorto, quella casa continuerà a scontare una colpa (che ha un peso determinante nella storia).

A Bern non basta arrampicarsi sugli alberi come il suo amato Barone, a Teresa non basta conoscerlo meglio di chiunque altro per non perderlo, perché Bern è insaziabile di nuovi slanci e conquiste («La nostra impresa è l’assalto al cielo! Noi dobbiamo divorarlo, il cielo!», p. 94) e reso sempre più forte da tutto quello che riesce a imparare una volta conquistata la libertà; perché Teresa è troppo impegnata a farsi scorrere la storia addosso, per una parte consistente della sua esistenza, e perché Danco è il nuovo maestro da seguire religiosamente, è una guida suprema, un fratello, che dice cose nuove che Bern ascolta e mette in pratica senza obiezioni («Non ci servono più soldi, ci servono più conoscenze», p. 163). Attorno a Danco si crea un altro nucleo incontaminato, indipendente, libero dal mondo, con delle leggi specifiche e con delle «radici troppo corte», come dice a un certo punto Cosimo, il custode della villa della nonna, a Teresa.

Eppure, Teresa sa che quello è il posto, un posto che non riesce a comprendere, ma l’unico possibile, in cui può e deve restare anche quando tutto è davvero perduto, quando non esistono più alberi alti su cui rifugiarsi, torri e masserie senza regole. Teresa resta al suo posto anche quando non ci sono più Bern, Tommaso, Nicola (che si erano fatti una promessa da mantenere fino alla morte). Teresa resta nella masseria anche dopo la morte, anche quando Bern aveva capito – lontano da lei – che tutto era malato, corrotto, rovinato e distrutto, forse, proprio come lo stesso Bern, dalla «vastità spaventosa dell’amore che aveva dentro» (p. 391).

Speziale resta il posto di Teresa anche dopo l’ultima sfida di Bern, dopo l’ultima idea nata dall’incontro con l’ennesimo gruppo («c’era un po’ di tutto. Indipendentisti, Black Bloc in attesa di un pretesto per scatenarsi», p. 390) e dopo una specie di prodigio, un miracolo accaduto in una terra fredda e desolata che aveva riconsegnato a Teresa, ormai una donna, altri tasselli di una verità sempre più complessa e il fallimento di tutte le avventure di Bern che si concludono nel tentativo di cercare qualcosa di puro, di assaltare il cielo, dal basso però: un tentativo che è, forse, ancora una volta, il superamento di Cesare, da una prospettiva contraria a quella che l’uomo gli aveva raccontato da bambini («Da giovane è stato un esploratore, ha vissuto in Tibet, da solo dentro una caverna, a cinquemila metri d’altitudine, p. 19»).

Divorare il cielo è un modo per dire, come sosteneva la nonna di Teresa, che non si finisce mai di conoscere qualcuno, non si finisce mai di comprendere chi amiamo, neanche se l’amore aiuta nella reciproca conoscenza dell’altro, neanche se l’altro ha tentato di fornirci la chiave dei segreti che si porta dentro, mappandoli attraverso ideali, conoscenze, imprese. Non ci si comprende neanche quando l’altro ci consegna l’anima regalandoci il romanzo di una vita, letto, vissuto, donato, infine sepolto. «Perché la verità sulle persone, su chiunque, semplicemente non esiste» (p. 421) e perché divorare il cielo, spesso, è l’unica cosa che alcuni di noi possono fare, come Bern, «con tutto l’abbandono e l’impeto che sono concessi a un uomo» (p. 430) e Paolo Giordano ci racconta tutto questo mettendo un po’ di sé stesso in ognuno dei suoi personaggi, scegliendo di raccontare questo cielo divorato attraverso gli occhi di Teresa che è la creatura anfibia della storia, quella che riesce ad adattarsi a ogni tipo di ambiente.

 

Paolo Giordano, Divorare il cielo, Einaudi, 2018, pp. 440


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