6 aprile 2020

Storie virali. Partorire ai tempi del contagio

 

Secondo l’antropologa Françoise Héritier (2002), la sopravvivenza delle società dipende, in primo luogo, dalla messa in atto e reiterazione di un’attività: la riproduzione umana. La maniera di intendere ed amministrare l’evento procreativo coincide, nella società italiana contemporanea, con le norme e i valori suggeriti dalla cultura biomedica, secondo la quale il miglior luogo in cui partorire è l’ambiente ospedaliero.

 

La situazione vissuta dalle donne in gravidanza di fronte all’emergenza Covid-19 è, da questo punto di vista, paradossale: lo spazio ospedaliero promosso e definito, nel corso dell’ultimo secolo, come il posto più sicuro in cui partorire appare in questi tempi come un luogo dove le donne e i neonati rischiano di ‘entrare sani’ ed ‘uscire malati’. Questa situazione, apparentemente inedita, ricorda quanto avvenuto in altri momenti della storia del parto in Italia, dove, fino agli anni Trenta del Novecento, i rischi di contrarre infezioni, virus e malattie per coloro che erano assistite in ospedale erano di gran lunga superiori rispetto alle donne che partorivano a casa.

 

Luogo di cura – ma anche di produzione – di malattie, l’ospedale diventa la principale istituzione di riferimento per l’assistenza al parto in Italia nella seconda metà del XX secolo; momento in cui lo spazio domestico è classificato come pericoloso, e non adeguato alla prevenzione dei rischi legati al parto, mentre l’ambiente ospedaliero diventa sinonimo di igiene e benessere materno-infantile (Quattrocchi, 2018). Uno degli effetti dell’emergenza Covid-19 è la messa in crisi dell’idea, fin qui data per scontata, della riduzione dei pericoli per la coppia madre-neonato grazie alla scelta del parto ospedaliero. Da una parte, diversamente da altri reparti ospedalieri oggi trasformati in ‘luoghi di cura Covid-19’, le sale parto appaiono come spazi non sacrificabili ai bisogni dell’emergenza sanitaria. Dall’altra parte, la sanificazione delle sale parto e la scelta di separare le pazienti ‘positive’ da quelle ‘negative’ non bastano ad azzerare il pericolo di contagio.

 

Il risultato è un ripensamento delle pratiche. L’esecuzione del tampone alle donne in travaglio; l’obbligo per queste ultime di indossare una mascherina durante la permanenza ospedaliera; la preferenza per il parto cesareo invece del parto vaginale per ridurre i tempi di permanenza nelle sale parto; la scelta di procedere all’induzione farmacologica del travaglio per evitare molteplici andate e ritorni tra il domicilio e l’ospedale; la presenza esclusiva dell’équipe sanitaria – e in alcuni casi solo del partner – al fianco delle donne; la separazione madre-bambino subito dopo il parto mostrano come la risposta al potenziale rischio di contaminazione sia il rafforzamento di due elementi che, secondo la sociologa Barbara Katz Rothman (2016), sono propri del parto ospedaliero: la medicalizzazione e la depersonalizzazione dell’incontro tra il corpo medico e il corpo femminile. Questa strada ha già suscitato le critiche dell’Organizzazione mondiale della sanità la quale, nelle raccomandazioni pubblicate il 18 marzo 2020, invita ad un’esperienza di parto rispettata e ad un modello di assistenza umanizzato, ricordando che le donne in gravidanza non rappresentano una categoria di pazienti più esposta al rischio di contaminazione, e che non ci sono evidenze scientifiche sulla trasmissione del virus dalle madri al feto.

 

Nel frattempo forme di interazione digitali, e a distanza, caratterizzano la relazione medico-paziente: consultazioni on-line, corsi virtuali di preparazione al parto, invio di risultati di esami tramite Smartphone, parti guidati telefonicamente da professionisti sanitari presso il domicilio delle donne sono alcune delle tendenze che lasciano intravedere una nuova centralità della telemedicina nell’ostetricia post-Covid-19, e un ripensamento dello spazio domestico come un luogo in cui, non solo in tempi di emergenza sanitaria, è possibile portare avanti la riproduzione umana.

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

Françoise Héritier, Maschile e femminile il pensiero della differenza, Edizioni Laterza, Roma-Bari, 2002 (ed. originale 1996)

Barbara Katz Rothman, A Bun in the oven: how the food and birth movements resist industrialization, New York University Press, New York, 2016

Patrizia Quattrocchi, Oltre i luoghi comuni. Partorire e nascere a domicilio e in casa maternità, Editpress, Firenze, 2018

 

 

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