11 aprile 2019

Pennac, la difesa di un’idea

di Maristella Tagliaferro

«Ho avuto torto. Sono veramente desolato, faccio mea culpa». Daniel Pennac ha scelto Venezia, la sua città di elezione, per pronunciare quelle parole che nessun altro, finora, ha avuto il coraggio di formulare dopo la confessione in carcere di Cesare Battisti. In un Auditorium Santa Margherita gremito per l’evento finale di Incroci di civiltà, il Festival internazionale di letteratura dell’Università Ca’ Foscari di cui è stato l’attesissimo ospite d’onore ‒ le prenotazioni on-line si sono chiuse in quindici minuti ‒ Pennac ha chiesto scusa agli italiani per la lettera-appello contro l’estradizione dell’ex terrorista dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo). «È stata una grande stupidaggine da parte mia» ha detto lo scrittore rispondendo dal palco a una domanda di una giornalista del Gazzettino. «Battisti ha mentito alla giustizia italiana, ha mentito a Mitterrand e a coloro che si facevano garanti per lui che si è poi rivelato un assassino. Non pensavo potesse essere un così brutto ceffo: se usiamo l’omicidio come soluzione dei problemi sociali diventiamo come Stalin».  «Sono stato uno stupido, ho sbagliato ma non sono un criminale ‒ ha ribadito Pennac scandendo le parole e alzando la voce ‒. Ho difeso un’idea, e questo è veramente politica pura. In quei terribili anni di piombo ci sarebbero state molte più vittime se Mitterand non avesse disarmato i militanti italiani. Io allora ritenevo che non bisognava rimandarli tutti in Italia: si doveva dare un’opportunità. Su Battisti, ora reo confesso, ho sbagliato e di questo mi scuso. Ma non mi scuserò mai per aver pensato che bisognava evitare che in Italia si arrivasse alla guerra civile». L’intervento di Pennac ad Incroci di civiltà ‒ conversazione con Pietro Dal Soldà ‒ parte dalla lettura del primo capitolo di Mon frère (Éditions Gallimard, 2018; Mio fratello, Feltrinelli 2018) in cui racconta la passione per il racconto Bartleby, lo scrivano di Herman Melville. Passione condivisa con il fratello Bernard, la notizia della cui morte raggiunse Daniel Pennac in laguna, al Teatro all’Avogaria, dove veniva messo in scena in veneziano il suo racconto La lunga notte del dottor Galvan. Gli sono serviti dieci anni di corpo a corpo con il dolore per scrivere il libro che definisce un tentativo di confronto con il lutto.  «Bartleby, lo scrivano, una sorta di ascendente delle nostre fotocopiatrici, non ha desideri: la sua frase ricorrente è ‘I would prefer not to’, ‘Preferirei di no’. Questo mette in difficoltà il narratore che, in quanto notaio, conosce ogni faldone e quindi sa tutto degli abitanti della città, conosce i desideri di ciascun erede che siede davanti a lui all’apertura di un testamento. Mio fratello Bernard aveva pochissimi desideri: preferiva non consumare, per esempio comprava solo auto di seconda mano, cosa che faccio anche io. Quando scherzavo con mio fratello gli dicevo tu sei quello che preferisce di no, era una battuta affettuosa tra di noi. Mio fratello era l’esempio da seguire: io no, andavo male a scuola. Ma non abbiamo mai veramente litigato: anche questa è un’anomalia. Ricordo che una volta eravamo in macchina fuori città, una grossa auto lussuosa di un turista straniero si fermò in mezzo alla strada proprio davanti a noi. Non potevamo proseguire, si formò una coda. Scesi dall’auto e andai a chiedere al guidatore di lasciarci passare. Rispose seccato che noi francesi siamo insopportabili, che dicevamo di volere i turisti ma in realtà volevamo solo i loro soldi. Mio fratello gli rispose dal finestrino: “Lei ha ragione. Per favore l’anno prossimo rimanga a casa e ci mandi semplicemente un assegno”».  «Mio fratello era il cocco di tutta la famiglia, il portatore di pace, quando c’era lui non si poteva litigare. Io e lui abbiamo adottato tutti gli animali che ci sono capitati: i più disgraziati, quelli che stavano peggio, nostra madre si disperava. Per me non c’è differenza tra famiglia naturale e famiglia elettiva: in entrambe ci sono persone adorabili e altre insopportabili: io e mia moglie abbiamo un sacco di figli elettivi». Pennac afferma di trovare anomalo il rapporto che l’Europa ha oggi con i migranti. «Lo straniero viene considerato invasore quando entra nel nostro Paese senza portare soldi per arricchirlo. Per me, che sono vecchio, è una situazione anomala: la storia della Francia del XX secolo è fatta di flussi di immigrazione costanti e molto numerosi. Mai l’immigrazione mi è stata presentata come catastrofe finale, come rischio di perdita dell’identità francese, anche se nessuno è stato accolto bene all’inizio. Anzi, è stato difficile. Ma poi, pian piano, c’è stata l’integrazione. Ora molti sono rientrati nei loro Paesi. Tra quelli che sono rimasti ci sono alcuni che rifiutano i nuovi migranti. La crisi dettata dall’idea del migrante visto come predatore finale è cosa assolutamente nuova. Il problema è che il tempo dei governi non è lo stesso di quello dei cittadini: è un tempo elettorale. E non esiste identità culturale europea: se avessimo fatto vivere i nostri ragazzini per dei periodi in diversi Paesi europei, le persone in questa sala sarebbero veramente europee. Invece abbiamo fatto sì che in queste generazioni avessero l’uno l’ignoranza assoluta dell’altro. Avremmo potuto costruire un’Europa non solo della finanza, ma degli scambi culturali. Ora ci stiamo uccidendo, come nel ‘45. Abbiamo lasciato che gli italiani accogliessero questi barconi provenienti dal Nord Africa e quando hanno smesso di accoglierli li abbiamo accusati: questo è terribile, lo dico da cittadino francese, così come è terribile che siamo stati a guardare senza fare nulla». Trent’anni di insegnamento alle spalle, Pennac vede la scuola come strumento per difendersi dall’intolleranza, dalla chiusura. «La scuola ‒ afferma ‒ sono gli adulti: si salverà perché i professori devono fare gli adulti, governare le pulsioni. Le materie sono le lingue, la matematica, eccetera. I docenti non devono dare messaggi sullo stato ideologico del paese, ma trasmettere passione per le materie: creare adulti appassionati. Da ragazzo sono stato un alunno sfaticato, ho preso la maturità a 20 anni: in Francia si prende a 17/18 anni. La verità è che da bambino avevo una paura blu, immaginavo trappole ovunque: immaginavo insuccessi e ne provavo vergogna. Fino a quando ho incontrato un professore che genialmente ha fatto il suo mestiere. Mi ha detto: “Non mi racconti più balle; scriva un romanzo. Ho scritto una bozza di romanzo e questo mi ha salvato come studente e mi ha fatto diventare insegnante. Il lavoro del professore consiste nel prendere l’energia dagli alunni e trasformarla in energia d’apprendimento». Fondamentali nella formazione sono le storie e la lettura, il fascino del segno scritto che si fa significato. «Il bambino va coinvolto da subito, nei primi tre mesi, attraverso il linguaggio: bisogna raccontargli delle storie, anche personali, non necessariamente prese dai libri. Poi arriva a scuola, luogo di apprendimento, e comprende che quel segnetto sulla pagina vuol dire mamma, la sua amata mamma: dal segno al senso, questo è il vero viaggio, è il passaggio chiave. Pensate quando i vostri figli cominciano a leggere: se dedicate loro un quarto d’ora la sera leggendo qualcosa insieme c’è finalmente pace in casa. Continuate a farlo, finché non sarà il bambino a congedarvi: è bellissimo essere congedati dal bambino che diventa lettore». I nuovi strumenti digitali, le serie trasmesse da televisioni, Netflix, Amazon stanno cambiando la narrazione? «Sono simili alla lettura ma non la sostituiscono perché nella lettura c’è sempre il passaggio dal segno al senso, è un piacere che esiste in ognuno di noi, anche in chi dice di non leggere. Provate a mettere in un bagno un libro qualunque senza illustrazioni: il tempo di utilizzo del bagno si allunga perché tutti leggono qualche riga. Il piacere della lettura è dentro ciascuno di noi anche se a volte è un po’ addormentato: per trent’anni ho letto a voce alta ai miei studenti, per risvegliare la loro voglia di leggere. Non ha senso dire non ho tempo di leggere, è come dire non ho tempo di amare. La nostra civiltà si fonda su grandi miti, che sono chiusi nei libri, non nelle serie. Non posso avere fede improvvisamente perché ho visto un film: ci vuole tempo, il libro è strumento fondamentale. Anche se non va dimenticato che il nazismo è nato nel paese più ricco di filosofia degli anni ‘30 e il comunismo staliniano nel paese di Cechov: la cultura non deve permettere che gli assassini prendano il potere».

 

Immagine: Daniel Pennac a Bobigny, Francia (1986). Crediti: Decembre. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0), attraverso www.flickr.com/photos

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