9 aprile 2020

Storie virali. Pestis, ieri e oggi

 

La ripresa dei classici della letteratura dedicati alla vita umana in tempo di epidemia e la lettura degli scritti degli storici sull’argomento sollecitano un confronto fra passato e presente. Fra le misure sanitarie e amministrative messe in atto nelle scorse settimane nei paesi coinvolti e travolti dalla circolazione del coronavirus possiamo elencare la reclusione domestica di uomini, donne e bambini; la riconversione di grandi edifici allo scopo di alloggiare chi è contagiato; il controllo rigoroso dei movimenti e le sanzioni contro i contravventori; la creazione di barriere artificiali fra territori confinanti che vengono presidiati da guardie armate; l’obbligo di giustificare attraverso documenti di identità personale la presenza in un determinato luogo.

 

Contestualmente sul piano dei comportamenti collettivi agiscono dei meccanismi che alimentano le false notizie e inducono alla ricerca di un “capro espiatorio” quale prima origine del contagio o a degli “untori” quali veicoli primari di diffusione. Di fronte a questo scenario giornalisti e commentatori non esitano a ricorrere ai ricordi scolastici, citando Tucidide, Boccaccio, Manzoni e Camus, e contribuiscono ad allestire il percorso di una storia senza tempo o una vulgata vichiana alimentata da corsi e ricorsi.

 

Certamente non è possibile negare le analogie che ricorrono nei dispositivi di controllo, nella limitazione dei commerci, nella rimodulazione delle strutture di ricovero e nel reclutamento straordinario di personale sanitario. Come non evocare i bollettini di sanità che consentivano in Antico Regime agli uomini di spostarsi proprio quando ritroviamo nelle nostre tasche le certificazioni religiosamente conservate per poter giustificare i nostri movimenti a stretto raggio a fronte di eventuali verifiche di polizia? E su questa linea si potrebbe proseguire, enumerando analogie e riscontri che emergono fra le emergenze epidemiche del passato e del presente.

 

Tuttavia per lo storico è buona regola di metodo rifarsi al motto gesuita “distingue frequenter”, poi ripreso in un celebre saggio dal laico Carlo Dionisotti, per proporre una lettura meno appiattita e sganciata da una visione all’insegna del continuismo e della linearità [Dionisotti, p. 193]. Proprio la specificità del bollettino di sanità fa emergere indizi rivelatori: esso era rilasciato ad personam da un’autorità civile o ecclesiastica e descriveva sommariamente le caratteristiche fisiche dell’individuo per consentirne il riconoscimento. Talora la “bolletta” veniva ottenuta tramite pagamento e vi era chi forniva dati falsi, come fece il medico e viaggiatore Thomas Platter a fine Cinquecento nel transitare da un territorio riformato ad uno cattolico [Groebner, p. 201].  Viceversa la nostra auto-certificazione al tempo del coronavirus è sottoscritta da chi l’ha compilata e riporta i dati del passaporto o della carta d’identità o della patente di guida: dunque non solo l’individuo è direttamente responsabile dell’attendibilità delle sue dichiarazioni, ma anche esiste un comparto della pubblica amministrazione che rilascia documenti ufficiali e ne garantisce la validità. I diritti soggettivi dell’individuo e l’apparato di uno stato organizzato declinano in maniera differente rispetto al passato l’accertamento del cittadino in una situazione di emergenza. 

 

E ancora. Sui titoli di giornali, nelle interviste e nelle dichiarazioni si leggono e si colgono paragoni e rimandi all’incidenza della mortalità che falcidiava e falcidi agli esseri umani. Ma i dati ricostruiti dai demografi offrono un ben altro quadro. Le epidemie di peste del 1630-1631 hanno ridotto la popolazione dell’Italia settentrionale nella misura del 27%; la diffusione dei colera negli anni 1835-1837 causò negli stati italiani più di 140.000 decessi, di cui un terzo fra Napoli e Palermo; l’influenza spagnola del 1919-1920 procurò circa 60 milioni di vittime a livello planetario. A confronto la quota degli italiani positivi al coronavirus, alla data del 7 aprile 2020, rappresenta lo 0,225% della popolazione mentre il tasso di letalità è del 12,2%. Anche nell’ambito della statistica (o delle stime ricavabili per la prima fase dell’età moderna) le cifre non offrono le prove della gravità della situazione demografica odierna rispetto a quella di uno, due, tre secoli fa.

 

Un altro elemento di differenziazione riguarda la sfera del comportamento pubblico e privato. Era infatti diffusa la prassi fra i ricchi e i potenti di abbandonare le città affollate e contagiate per riparare nell’isolamento delle campagne “con speranza di schifare il male”, come scriveva un bolognese nel 1631. Non mancavano le esortazioni rivolte a chi governava nel temporale e nello spirituale a restare al proprio di comando e di servizio, ma venivano frequentemente disattese. Il diarista inglese Samuel Pepys definì come “miserevoli” le giustificazioni accampate dal ministro della sua parrocchia che si era allontanato da Londra nel corso della peste del 1665. Ora, a parte casi sporadici (sportivi miliardarie miliardari politici), gli organi di informazione ed i social media non fanno riferimento a chi si sottrae al rischio del contagio ma insistono, sia pure con diversi accenti, sull’impegno e sul senso del dovere mostrati dagli uomini di governo e dai funzionari dello stato. È possibile ipotizzare che la situazione emergenziale abbia introiettato una dose di etica della responsabilità in un ceto politico parzialmente delegittimato agli occhi di larga parte della pubblica opinione? Si può inoltre osservare che la diversità non deriva solo dalla maggiore efficacia del controllo umano affidato anche a strumentazioni tecnologiche raffinate, ma anche a una diversa concezione del vincolo politico: al vertice della piramide non vi è oggi il potere di una dinastia o di élites ristrette, ma una rappresentanza eletta; alla base non c’è il suddito, ma il cittadino.

 

Oltre la sfera della politica, vi è quella della scienza. Il medico-fisico che esamina a distanza il corpo dell’appestato e il barbiere-chirurgo che ne incide i bubboni sono figure che appartengono di diritto all’arte pittorica barocca, alla tradizione del romanzo storico e, naturalmente, alla storia della medicina. L’esercizio della professione in contesti ad alto rischio è una prova della fedeltà al giuramento di Ippocrate e il contraltare ad uno stereotipo negativo di lungo periodo incentrato sull’avidità della categoria. A prima vista si profila una continuità fra l’eroico dottore nelle corsie di un lazzaretto del Seicento e il sanitario che oggi nel 2020 presta a Bergamo la sua opera in un reparto di terapia intensiva. Eppure le diversità sono lampanti: non solo quelle derivanti dall’applicazione della scienza alla medicina (strumenti diagnostici, tecnologie d’avanguardia, sofisticate analisi di laboratorio, ecc.) ma quelle che guidano la formazione e la pratica professionale: non il libro come deposito di saperi tramandati nel tempo ma il corpo del sano e del malato come tesoro di conoscenza vivente; lo scarto dal rispetto della tradizione al valore fondante dell’esperimento e dell’esperienza. 

 

Insomma, anacronismi palesi e confronti ingannevoli sono facilmente in agguato, e vanno smontati, anche se in sede giornalistica sono ben comprensibili. Storici autorevoli hanno assunto posizioni nette in proposito: Lucien Febvre ha affermato che l’anacronismo costituisce “il peccato dei peccati” e che, lavorando su distanze cronologiche estese, occorre prendere “precauzioni” e osservare “prescrizioni” [Febvre, p. 7]. Marc Bloch metteva in guardia dalle “false somiglianze” invitando a cogliere la “sensazione della differenza” per poter avere “una sana conoscenza del passato” [Bloch, p. 33]. Il passato, occorre sempre ricordarlo, è “un paese lontano”, una terra straniera.

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

Marc Bloch, Per una storia comparata delle società europee [1928], in Lavoro e tecnica nel Medioevo, Bari, Laterza, 1969.

Carlo Dionisotti, Discorso sull’Umanesimo italiano [1956], in Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967.

Lucien Febvre, Il problema dell’incredulità nel secolo XVI. La religione di Rabelais [1942], Torino, Einaudi, 1978.

Valentin Groebner, Storia dell’identità personale e della sua certificazione. Scheda segnaletica, documento di identità e controllo nell’Europa moderna, Bellinzona, Casagrande, 2008.

 

 

 

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Immagine: La peste a Roma. Crediti immagine: Jules-Élie Delaunay / Public domain

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