24 novembre 2014

Pietro De Maria: "Il mio Chopin"

di Grazia Lissi

A cinque anni, un solo desiderio: suonare il pianoforte. A sei, per tenerlo tranquillo, gli hanno regalato una pianola, ma lui insisteva. A sette il primo pianoforte e la scoperta di una vocazione. Oggi Pietro De Maria è uno dei migliori pianisti a livello internazionale, ha inciso Frédéric Chopin Complete Piano Works (Decca), l’integrale delle opere del compositore polacco. Un’impresa monumentale che rivela la tecnica perfetta del pianista, la fedeltà alla partitura, il suono straordinario e un’intelligenza sensibile, che lo rendono unico.

L’artista si racconta alternando l’accento di Venezia, la città dove è nato e cresciuto, con quello di Prato, dove vive con la moglie Rossella, musicista, e i tre figli.

 

Maestro, quando ha ascoltato Chopin per la prima volta, cos’è accaduto? Ero piccolo, impreparato ma avrei voluto eseguirlo subito. In Conservatorio, giustamente, gli allievi iniziano con Bach, e, solo dopo averne suonato tanto, il mio insegnante mi ha proposto di studiare una mazurka di Chopin, avevo 11 anni. Una delusione, ho scoperto un compositore diverso da quello che conoscevo attraverso le Ballate, gli Scherzi, le Polacche. Il mondo delle mazurke è difficile da afferrare, soprattutto per un bambino che non conosce il linguaggio del le danze polacche. Ricordo di averla studiata senza capirne granché. E le mazurke sono i brani che più mi hanno spaventato quando ho deciso di eseguire l’integrale. Nello scriverle Chopin usa altre danze popolari come l’Oberek, più vivace, e la Kujawiak, più lenta; in alcune ha inserito anche un valzer. Ogni danza ha un suo andamento, un’accentuazione. 

 

Cosa ha apprezzato allora e cosa apprezza oggi della sua musica? All’inizio amavo la componente romantica, belcantistica e poetica, man mano mi addentravo nel suo mondo, mi affascinavano la ricchezza musicale, l’infinità di stati d’animo, i contrasti. È drammatico, con momenti di forza epica, domina la forma. C’è un’innovazione armonica, soprattutto nelle ultime mazurke op. 50 n° 3, op. 56 n° 3, passaggi che, presi singolarmente, sono talmente cromatici da anticipare Wagner. Prima di Chopin nessuno aveva fatto suonare il pianoforte come lui, lo conosce alla perfezione, l’accompagnamento della tastiera fa risaltare la risonanza naturale di ogni nota.

 

Lo esegue da decenni senza mai cadere in un romanticismo emotivo. Aborro, per qualsiasi compositore, sia le interpretazioni algide che quelle troppo sentimentali, non ha senso calcare la mano. Suonare in studio non è come suonare in una sala da concerto supportato dal pubblico, lì puoi farti prendere da maggior libertà. Il concerto viene ascoltato una sola volta, il disco viene riascoltato tante volte, la stessa esagerazione può risultare fastidiosa.

 

In sala di registrazione suona con la partitura o a memoria? Dipende, suonare a memoria è una convenzione inaugurata da Liszt. È paradossale che, tra tutti gli strumentisti, solo noi pianisti ci esibiamo a memoria, eppure siamo quelli che suoniamo più note contemporaneamente. L’importante è sentirsi liberi, con lo spartito o senza. Ma per essere liberi nella musica ci vuole coraggio.

 

Ce n’è voluto anche per incidere l’opera integrale completa, dopo le incisioni di Rubinstein, Ashkenazy, Magaloff. Fortunatamente Rubinstein non la incise tutta, solo i brani più importanti. Ci vuole un briciolo di incoscienza, all’inizio pensavo solo di proporla al pubblico, divisa in sei concerti ordinati cronologicamente, come aveva fatto Magaloff. Questo mi ha aiutato a maturare i pezzi prima di inciderli, anche se riascoltando il disco non mi sono riconosciuto in alcuni brani, sono la fotografia di un momento e noi siamo in continua evoluzione.

 

A 22 anni ha vinto a Mosca il premio Tchaikovsky della critica, cos’è rimasto del ragazzo di allora? Non lo so, la musica mantiene giovani. A mio figlio più piccolo hanno chiesto che lavoro facessi e lui ha risposto: studia. È la mia occupazione principale, come allora.

 

La sua insegnante, Maria Tipo, ascolta i suoi brani? I suoi consigli, il suo ascolto sono importantissimi. È una musicista che ho sempre ammirato, un’insegnante di grande apertura mentale, basta pensare a tutti pianisti che si sono formati con lei, ognuno ha espresso la sua personalità.

 

Quanto è stato importante, per lei, interpretare musica contemporanea? Fondamentale. La musica del nostro tempo aiuta a sentire la modernità delle opere composte nei secoli precedenti, per questo la raccomando sempre ai giovani.

 

A un bambino che vuole conoscere Chopin, quale brano consiglia? Ha iniziato a comporre Polacche giovanissimo, la prima quando aveva 7 anni, sono pubblicate senza numero d’opera, c’è una polacca in si bemolle, inizierei da lì se si tratta di eseguire qualcosa, altrimenti consiglierei di ascoltare le Ballate, gli Scherzi, qualche Notturno, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

 

La musica non viene insegnata a scuola. Eppure dovrebbe essere un diritto per tutti, studiamo lettere e non per questo diventiamo poeti o scrittori. Tutti i ragazzi devono avere l’opportunità di studiare uno strumento, cantare in un coro, senza diventare musicisti per forza.

 

E i suoi figli? Costanza suona il violoncello, Beatrice il pianoforte, Riccardo il clarinetto: un futuro trio di Brahms. Ma c’è ancora tempo.


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