10 maggio 2020

Arte e democrazia. Intervista a Michelangelo Pistoletto

 

La seguente intervista è stata pubblicata nel maggio 2018 sulle pagine dell’Annuario dell’Istituto Treccani. Si è pensato di riproporla quest’oggi poiché il ruolo dell’artista nella società è un tema più che mai attuale. Seguiranno, nelle prossime settimane, una serie di interviste inedite volte a scoprire quale possa essere la funzione dell’artista in questo presente così profondamente colpito dalla crisi epidemiologica.

 

 

“L’Arte dà origine a tutti i sistemi che nel tempo hanno organizzato la società umana. È l’iniziazione primaria.” Michelangelo Pistoletto, artista di fama internazionale, esponente dell’arte povera, con le sue opere, vuole ispirare e produrre un cambiamento responsabile nella società.

 

In un’epoca come la nostra, caratterizzata da una sempre più profonda crisi delle ideologie, dalla paura dell’altro e da un continuo scontro interreligioso, che ruolo può o meglio che ruolo deve avere l’Arte?

L’arte, nel corso del Novecento, attraverso le avanguardie, ha approfondito un’indagine del fenomeno artistico in sé stesso, a seguito della grande crisi della rappresentazione causata dall’avvento della fotografia. Essa infatti, con la riproduzione automatica dell’immagine, si sostituisce alla mano dell’artista, privandolo così del compito riproduttivo.

Molti artisti quindi, dall’impressionismo in avanti, hanno iniziato a chiedersi: l’Arte può ancora esistere? È ancora necessaria? Si è allora cercato di andare a scoprire la parte più profonda, più nascosta, del fare artistico. Da questa ricerca, sono scaturiti i vari –ismi, come il cubismo, il dadaismo, il surrealismo; tutti accomunati in questa grande indagine.

Ciò che è apparso più evidente, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, è l’assoluta libertà di espressione individuale raggiunta dagli artisti. L'artista crea la sua propria forma, il suo segno personale e non risponde più ad altro che non sia sé stesso; quindi assume la libertà massima e la massima autonomia.

Tale libertà è stata raggiunta attraverso il cambiamento della forma. Tuttavia, secondo me, al cambiamento formale non è corrisposto un cambiamento sostanziale. Ho dunque ripreso fin dal principio la raffigurazione, nonostante la fotografia l’avesse portata attraverso la tecnologia alle massime possibilità di utilizzo. Sono ripartito da essa per vedere se riuscivo a trovare, oltre alla formula essenziale della libertà espressiva, la mia identità di persona esistente, fisica, presente.

Iniziando con l’autoritratto, inteso come indagine identitaria rivolta a me stesso, sono stato costretto a usare lo specchio. Solo allora mi sono accorto che il passaggio dell’immagine dallo specchio alla tela attraverso il pennello e il colore richiedeva, inevitabilmente, una mia interpretazione. L’identificazione era quindi un’identificazione da me costruita e non poteva essere intesa come identità realmente obbiettiva.

Portando invece la tela a diventare specchio, la mia identità si è rivelata nella sua oggettiva realtà, che non era più trasposta dal mio volere, ma era riconosciuta nell’essere delle cose: io non ero più solo nell’opera, poiché essa si popolava dell'intero mondo.

Questa è l’origine del processo che pian piano mi ha portato a sviluppare, oltre che il lato estetico, anche quello etico e fisico. La mia identità doveva quindi diventare attiva nel rapporto con gli altri; questo rapporto si è attivato inizialmente con le performance in strada degli anni Sessanta, con l'interazione fra i vari linguaggi artistici fino ad arrivare all’interconnessione dell’arte con i vari settori che compongono la società: l’economia, l’educazione, la comunicazione, la spiritualità, la politica.

 

Come direbbe Daniel Buren, “Kunst Bleist Politik”, ovvero “l’arte resta politica”…

La mia ricerca mi porta a individuare una dichiarazione precisa di attività politica, nel senso di creazione di nuovi metodi. Non basta pensare “sarebbe bello che tutti fossimo in armonia e vivessimo in una vera democrazia”; dobbiamo impegnarci a far sì che questo si possa veramente attuare.

È necessario dunque tradurre l’ideale in pratica: questo è il mio manifesto.

In Ominiteismo e Demopraxia spiego il motivo per il quale la vera democrazia ancora non esiste e cosa si debba fare affinché questa possa realizzarsi. La parola “democrazia” si compone di due termini: “dèmos” che vuol dire popolo e “kràtos” che vuol dire “governo”. Il popolo non potrà governare finché rimarrà costituito da persone staccate le une dalle altre.

 

Qual è dunque la forma di connessione fra le persone che potrebbe permettere la realizzazione del sogno democratico?

Nel corso della storia sono stati fatti tantissimi esperimenti fino a pensare che l’aggregazione tra le persone si potesse avere attraverso le ideologie. Tra l’Ottocento e il Novecento se ne sono formate due predominanti: da una parte i proprietari di capitale (il capitalismo) e dall’altra gli operai (il comunismo). Il comunismo essendosi trasformato in dittatura ha tradito il suo nome, ed è crollato. Con la caduta del muro di Berlino, dunque, è rimasta in piedi solo l’ideologia capitalista. All’interno di questo sistema unico, di questa ideologia dominante da cui dipende ormai l’intero mondo, sono nati tanti partiti; ciascuno con una propria ideologia.

Ciascun partito chiede delega ai cittadini per poter governare. Con le elezioni tuttavia, i rappresentanti dei partiti eletti, rincorrendo benefici personali, tendono a espropriare il potere al popolo e ad allontanarsi sempre di più dai bisogni e dalle necessità reali e pratiche delle persone.

Di fronte a questo grande vuoto politico e ideologico è necessario individuare un nuovo metodo che prende il nome di Demopraxia (“dèmos”, popolo; “pràxis”, pratica). Per poter realizzare il sogno della democrazia dobbiamo infatti passare alla pratica. Essa consiste, in breve, nell’organizzazione e nel coordinamento di attività che hanno il fine di riunire sistematicamente i rappresentati di tutti i settori della società; è quello che attualmente stiamo facendo con la Città dell’Arte attraverso i Forum e i Cantieri ai quali partecipano i rappresentanti delle diverse associazioni, istituzioni, organizzazioni politiche e private e imprese presenti sul territorio. In questi incontri si affrontano temi essenziali per la società, quali i 17 obiettivi ONU per la sostenibilità. Durante il periodo che intercorre tra un Forum e un altro sono attivi i Cantieri, nei quali vengono elaborate tutte le proposte maturate durante i Forum e si lavora per attuarle. In tal modo si sostituisce l’ideologia con la realtà esistente e si opera agendo sulle necessità pratiche. Questo è il metodo con il quale stiamo lavorando per attuare la Demopraxia.

 

 

Immagine: Ragazza che fotografa, 1962-2007. Serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, cm 250 x 125. Crediti: Collezione Cittadellarte - Fondazione Pistoletto, Biella. Foto: Pierluigi Di Pietro

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0