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01 aprile 2016

Pollack sulle tracce del padre nazista

di Antonio Armano

Nella Storia di Piero, De André scava in un paesaggio idilliaco per cantare la morte di un povero soldato, fregato da un momento di indecisione nello sparare a un nemico che in fondo è un ragazzo come lui, porta solo la divisa di un altro colore. “Dormi sepolto in un campo di grano/ non è la rosa, non è il tulipano/ che ti fan veglia dall’ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri rossi”… La canzone pacifista degli anni ’60 è ispirata ai racconti tragici dello zio, militare nella campagna d’Albania, e a una poesia di Rimbaud, Le dormeur du val, dove un giovane soldato riposa in una natura idilliaca. Sembra che dorma, pallido sotto il sole, ma ha un paio di fori rossi sul fianco e i profumi “ne font pas frissoner sa narine”. Il contrasto tra campagna in senso rurale e campagna in senso bellico, tra bellezza della natura e orrore della morte, presente anche nel Tolstoj giovanile dei Racconti di Sebastopoli, ambientati durante la guerra nella meravigliosa Crimea, viene ripreso e rivoltato da Martin Pollack in un inquietante saggio, Kontaminierte Landschaften, Paesaggi contaminati, meritevolmente tradotto da Keller, editore di frontiera. La sepoltura anonima non riguarda più un soldato simbolico ma gruppi di persone, famiglie unite nella buona e nella cattiva, anzi pessima sorte. Comunità, interi villaggi, come Berdičev, lo shtetl ucraino dove è nato Joseph Conrad. Civili ebrei, soprattutto, ma non solo, buttati in una fossa comune che a volte loro stessi hanno scavato, o in fondo alle foibe, come una zia slovena dell’autore. De André si augura, facendo eco al Calvino musicato da Sergio Liberovici, che lungo le sponde del torrente scendano “lucci argentati/ non più i cadaveri dei soldati/ portati in braccio dalla corrente”. Anche Pollack ci parla di fiumi. Il Danubio gelato che scorre in Ungheria, dove i nazisti gettavano neonati ebrei. Cadendo rompevano la sottile crosta di ghiaccio con un rumore che ancora risuona nella teca cranica dei testimoni… Eppure Pollack va oltre l’augurio candido di un futuro privo di queste atrocità. Muri e cortine varie sono caduti consentendo una maggiore libertà di movimento e azione, ma i testimoni degli eccidi sono vecchi e stanno morendo. Occorre quindi individuare, grazie a loro e agli storici, i luoghi dove sono avvenuti gli eccidi. Bisogna mappare con esattezza, cercare di dare un nome alle vittime, possibilmente anche un volto. Il passato, come diceva Guido Morselli, non è una cosa morta. Anche quando riguarda i morti. Secondo Pollack, il tentativo di far sparire tante vite, senza la dignità di una lapide con un nome e una data, lungi dal favorire il silenzio, grida giustizia. Non manca chi si tappa le orecchie, anche se quelle di Pollack non sentono altro rumore, altro richiamo da molti anni a questa parte. Aleksandr Lukašenko, il dittatore bielorusso, si guarda bene dal consentire un lavoro di ricerca a Kurapaty, una foresta nei pressi di Minsk, dove migliaia di vittime delle purghe staliniste sono state uccise e sepolte dall’Nkvd. Di più. Si guarda bene dal nominare Kurapaty. E in Ucraina chi vive su luoghi di esecuzione di massa non mappati – magari coltivandoli – sa benissimo cosa si trova sotto terra ma non vuole che arrivi qualcuno a rivangare il passato. “Rivangare”… Uso questo verbo contadino, bellissimo e terribile, che evoca la fatica di produrre ma anche il peso di togliere la coltre che copre l’oblio. Vangare e rivangare. Rivangare soprattutto. Ma cosa vai a rivangare?, si dice. Pollack è un paziente minatore della memoria, un archeologo della storia recente minacciata dall’oblio.

Se il sarcofago, per gli antichi, è la pietra che mangia i cadaveri, la terra non è meno capace di inghiottire vite rapidamente. L’uomo è biodegradabile. Può essere gettato nell’umido, dimensioni permettendo. Polvere alla polvere. Ha meno capacità di durare di un bambolotto abbandonato da un bambino in fuga. Restano le ossa, i crani, i capelli… i denti d’oro che qualcuno cerca per arricchirsi. Allora ecco viene improvvisamente, di notte, voglia di scavare. E qualche casetta spunta intorno ad Auschwitz e altri luoghi di sterminio di massa, diventati per qualche anno, dopo la guerra, macabre miniere d’oro. Poi il silenzio. Secondo Pollack, per metterci una pietra sopra definitivamente, bisogna metterci una pietra sopra. Possibilmente indicando chi c’è sotto. Individuare luoghi e nomi, per ricordare più che per punire, visto che i responsabili sono ormai del mondo dei più. Il mondo dei più: ecco un’altra espressione che fa capire come la vita cresca su strati di morte. Ma c’è morte e morte, dice Pollack. La morte destinata ai cimiteri e quella occultata nel paesaggio, sotto i campi di lupini, tra gli alberi. A cavallo tra pamphlet e reportage, Paesaggi contaminati unisce la denuncia a immagini reali e concrete, ricordi riesumati con pochi tocchi agghiaccianti. Come in un film dell’orrore, dove un flash-back nella casa maledetta fa riemergere vecchi delitti, così Pollack, traduttore austriaco di Kapuściński, apre nella pagina tunnel sotterranei che portano dritti all’inferno del passato prossimo. L’orto di un contadino ucraino non vuole più dare frutti da quando i nazisti ci hanno sepolto gli ebrei. Sempre in Ucraina, un gruppo di ebrei, guidati da un sopravvissuto, emigrato all’estero da anni, cerca il punto esatto dove sono stati gettati i cadaveri – o a volte i corpi ancora moribondi – dei loro cari. Pianta qualche bandierina israeliana. Forse nel luogo sbagliato. In una miniera della ex Jugoslavia spuntano depositi di morti. Prima centinaia, poi migliaia. Infine si smette di scavare. Nelle case vicino al campo di sterminio di Bełzec, Polonia, le finestre si coprivano di uno strato di grasso. I capelli volavano ovunque nel vento. Il libro più personale e famoso di Pollack, edito da Bollati Boringhieri, si intitola Der Tote im Bunker, Il morto nel bunker, ed è un lungo lavoro di indagine sulle tracce del padre nazista, Gerhard Bast. Il padre del padre era un tedesco di frontiera, che viveva a Gottschee, Kočevje, nell’attuale Slovenia, un centinaio di chilometri da Trieste, e ha portato il figlio Gerhard e il nipote Martin a caccia nei paradisiaci orizzonti dell’Heimat perduto. Per un tedesco di frontiera, essere nazionalista e quindi successivamente nazionalsocialista, era fisiologico. Crollato l’impero asburgico, arriva il delirio hitleriano. Tutto diventa "Hitleria! Hitleria! Hitleria!",  come scriveva Celan. Gerhard Bast – padre biologico di Martin, quello anagrafico era il pittore Hans Pollack -, fa carriera nel partito, dopo la laurea in diritto. Diventa un alto funzionario della Gestapo. Viene mandato sul fronte orientale. Passa per uno non particolarmente efferato. “Umano”. Ma cosa significa umano nella lingua degli assassini?, si chiede Pollack. In Slovacchia è a capo di un Sonderkommando. Con i suoi uomini è impegnato nella caccia agli ebrei nascosti nelle montagne. Martin Pollack segue le tracce del sangue. Il sangue innocente delle vittime del padre e anche il sangue che gli scorre nelle vene, il sangue del padre. Il resoconto del cammino è privo di compiacimenti narrativi, lucido, essenziale. Si avverte il bisogno di dare un volto al passato. Chi era Gerhard Bast? E anche: chi erano le persone che ha sterminato? Emergono nomi, foto, volti, vestiti, occhiali, professioni. Ricercato per crimini di guerra, Gerhard, come altri nazisti di spicco, cerca di nascondersi in Alto Adige. Si guadagna da vivere come bracciante. Non dimentichiamo, a proposito di paesaggi contaminati, che il comune di Traminer, Termino in italiano, quello del vino Gerwürztraminer, ha costituito la tappa verso la fuga in Sudamerica di vari ricercati nazisti, compreso Mengele, il Dottor Morte. Mentre cerca di rientrare in Austria, Gerhard Bast viene ucciso a scopo di rapina da un altoatesino che trafficava con il contrabbando di cose e persone, quindi buttato in un bunker dove lo trova un ferroviere di Bressanone. Avendo ascoltato i suoi piani di espatrio oltreoceano, evidentemente il killer pensava che avesse con sé molti soldi. Dopo la morte di Gerhard, la mamma di Martin risposa Hans Pollack, da cui aveva divorziato per amore del nazista. Martin si dedica agli studi di slavistica, per il grande dispiacere della nonna Paula Bast, che considerava gli slavi, i polacchi come gli sloveni, i nemici di sempre. Tradizioni e contraddizioni familiari. Ribellioni giovanili e rimpianti senili. Deviazioni dal solco e scheletri tirati fuori dall’armadio. Compresa la credenza dei nonni in Carniola.

 

Testi citati Martin Pollack, Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa, Keller, pagg. 138, 14 euro Traduzione di Melissa Maggioni Martin Pollack, Il morto nel bunker. Inchiesta su mio padre, Bollari Boringhieri, pagg. 202, euro 18 Traduzione di Luca Vitali Lev Tolstoj, I racconti di Sebastopoli, Garzanti, pagg. 164, euro 10,50 Ingerborg Bachman e Paul Celan, Troviamo le parole. Lettere 1948-1973, Nottetempo, pagg. 332, euro 25

 


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