5 febbraio 2019

Pornografia, di Witold Gombrowicz

La preziosa importanza della riproposta, nel mondo editoriale italiano, dell’opera di Witold Gombrowicz, promossa a partire dal 2017 dai tipi de Il Saggiatore attraverso nuove traduzioni e apparati critici, apparirà chiarissima a chi, dell’autore polacco, si sarà formato l’immagine di uno degli scrittori più cruciali e fondamentali del secolo passato, del perfetto interprete di quella crisi della mimesi che trovò sbocco in ciò che David Hockney, parlando di Picasso, chiamò «inversione prospettica», il quale tuttavia fatica a trovare un pubblico di lettori più ampio, forse per la natura intrinsecamente più disperata e difficile dei suoi libri rispetto a quelli di altri contemporanei.

È infatti sotto la forma della conflagrazione, del sabotaggio, che Gombrowicz lascia emergere nella sua scrittura il paradigma che la costituisce; come gli ha insegnato Ernesto Sabato, hay que golpear, bisogna colpire, strappare i lettori «alla realtà alla quale si sono abituati e portarli a vedere tutto con occhi nuovi, come se fosse la prima volta». E questa scrittura, questa espressione, non potrà che essere sempre in conflitto con ciò che Gombrowicz ha definito, nella prefazione alla sua opera teatrale del 1946, Il matrimonio, la Forma: la sola divinità a contare qualcosa, per l’uomo, in quanto costituitasi a causa di quella chiesa interumana attraverso la quale «gli uomini si impongono reciprocamente questo o quel modo di essere, di parlare, di agire... Ciascuno deforma gli altri, mentre a sua volta è deformato da loro», e grazie alla quale la rovina di un mondo, quello europeo alla vigilia del secondo conflitto mondiale, la sua combustione ormai irreversibile, viene dissimulata grazie all’artificio di una maschera, di un trucco pesante e poco credibile come quello di Von Aschenbach.

Consapevole che «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso», Gombrowicz non tenta consolanti escursioni verso alcuna genuinità verginale, bensì accede ad una dimensione allotria, che con la sua forza di gravità inesorabile anziché appesantire alleggerisce: l’immaturità, slancio selvaggio, flutto ebbro libero da qualsivoglia cogenza o compiutezza; la quale, oltre che filtro privilegiato, diverrà il solvente di ogni Forma sclerotizzata distesa, come un cosmetico, su una realtà ormai devastata, su quella realtà dissolta da cui, attraverso una cosmogonia perversa e dissacrante, nascerà un nuovo universo del tutto dissimile da quello appena annichilito, un cosmo nel quale sarà la giovinezza, l’incompiutezza brulicante di erotismo e desiderio, a plasmarne l’irrequieta fisionomia.

La recente nuova traduzione (ad opera di Vera Verdiani) di Pornografia, costituisce un ingresso perfetto all’opera di Gombrowicz, intrecciando la sua composizione da un lato all’opus magnum del Diario e aprendo, dall’altro, la strada a quello che sarà il libro più ambizioso dell’autore, Cosmo, nel quale le linee tracciate del romanzo pubblicato nel 1960 troveranno vertiginosa soluzione.

I due signori attempati che animano il romanzo, Witold e Federico, sono aggrediti dalla giovinezza attraverso un’eclissi di realtà che ha inizio durante il viaggio da Varsavia alla casa di campagna di Ippolito, in un inaridimento di quei simboli già moribondi e tenuti in vita dall’abitudine che culmina, non casualmente, durante la messa cui assistono, quando nel vuoto creatosi inizia a plasmarsi un mondo retto unicamente dal desiderio, il quale inizierà a fare rimare gli elementi del reale in modo del tutto imprevedibile. Enrichetta, la figlia del loro anfitrione, comincia a esistere in un rapporto di forze erotiche (fantasticato dai due protagonisti) che si instaura con Carlo, l’adolescente amico di infanzia, a spese di Venceslao, il maturo fidanzato ufficiale. L’incompiutezza della gioventù inizia così a vampirizzare il mondo della maturità, lo invade e lo getta in un’apertura, una ferita suppurante, brulicante che contagia anche l’opera, trascinandola in una metamorfosi che ne storna la stabilità a favore di una vibrazione ininterrotta e vertiginosa. In questo movimento, l’opera letteraria si pone in rapporto peculiare non solo con le sue potenzialità positive, ma anche e soprattutto con ciò che Giorgio Agamben definirebbe inoperosità, resistenza sorda e persistente capace di instaurare un regime di virtualità spossessando l’atto, in questo caso la scrittura, dalla piena realizzazione di sé. Gombrowicz lavora sugli squarci che si aprono sulla superficie del testo, il quale così inizia ad allontanarsi dal suo statuto meramente letterario per approdare ad una sponda che somiglia più ad un rito di passaggio che ad un romanzo; un complesso rituale di morte e rinascita, dunque, sembra essere adombrato nelle pagine straordinarie di Pornografia, un mito affine a quello di Atteone (che non a caso era il primo titolo scelto da Gombrowicz), il cui occhio spalancato sulla dea spingerà in un luogo oltre le parole, sprofondato in un vuoto densissimo e profondo, forse proprio in quella non-conoscenza di cui parla Bataille. E nelle ultime pagine del romanzo, sarà proprio un sacrificio sanguinoso a comporre gli sguardi e a infondere quel radicale silenzio del quale forse, anni dopo, si ricorderà Tadeusz Kantor, per la conclusione di Wielopole-Wielopole.

 

Crediti immagine: Bohdan_Paczowski [domeny publicznej], attraverso pl.wikipedia.org

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