20 gennaio 2015

Proust, Tolstoj e altre lacune

Un libro che inizia con una dichiarazione d’amore non va preso sottogamba: «Io sono innamorato della parola “lacuna”: parola squisitamente latina, connessa con “lacus”; la stessa che in italiano dà la forma popolare “laguna”». Così esordisce Nicola Gardini, scrittore, saggista e professore di letteratura italiana a Oxford, nel suo ultimo lavoro Lacuna (appena edito da Einaudi, pagg. 264, € 20,00), un “Saggio sul non detto”, molto documentato, pensoso ed erudito, che va a spasso nei secoli della storia letteraria, zigzagando da Aristotele a Stendhal, da Mann a Simenon: si tratta, insomma, di un “giro di vite”, per citare uno degli autori più cari a Gardini, ovvero di un casellario di intellettuali colpevoli di «omissione intenzionale di parti del racconto». Qui va in scena «il “non detto narrativo”, un “non dire al fine di dire”», argomento finora sommariamente indagato e mai oggettivato né dai linguisti, né dai filologi, né dai retori. Si parte, infatti, da una tematizzazione del concetto di “lacuna”, con esempi clamorosi e definizioni, per poi passare alle diverse teorie critiche su questa tecnica narrativa e al processo di integrazione e completamento che ogni incedere lacunoso stimola e sottintende. Infine, si indagano le «forme in cui la lacunosità si formalizza in modo paradigmatico, come il racconto breve o certi romanzi in cui si omette il tema principale; o le scene di morte». Ammette il prof., cervello in fuga da molti anni, che «una storia dell’“omesso” è tutta da compiere. Neppure questo libro, inutile avvertimento, compirà alcuna storia»: riconoscere che un primo saggio sulla lacuna sia lacunoso suona subito come un paradosso; a ben vedere, però, si tratta di una precisa scelta poetica ed estetica, laddove l’opera mutua l’andamento rizomatico del romanzo, e quindi della vita stessa. «Ritengo di aver compiuto anche qualcos’altro, parlando di lacunosità: di aver offerto una definizione di letteratura… La letteratura è il non scritto di cui lo scritto è un richiamo o, se vogliamo, un’ombra». E ancora: «La letteratura è un paradigma della vita. Come la letteratura, infatti, la vita si sostanzia di un continuo confronto tra vuoto e pieno, colmando i buchi dell’esperienza». Ecco perché «il lacunoso è uno dei paradigmi più vivaci della nostra immaginazione, e un bene da coltivare». Gardini spulcia e saccheggia gli autori più emblematici del genere lacunoso (lacustre?!?), che per lui sono Marcel Proust e Henry James, ma rimastica anche i pensatori antichi: maestri di brevità come Cicerone e Orazio o padroni dell’enigma come il Sofocle dell’Edipo re, prima detective story della storia della letteratura. Seguono Goethe, che voleva «dire molto con poche parole», e il categorico Stevenson, ossessionato dall’omettere; la Woolf e il suo principio di selezione; la «mente scultrice» di un Flaubert che, come Michelangelo, creava «per forza di  levare» e Leopardi, a cui «accennare piace, perché obbliga l’anima ad una continua azione, per supplire ciò che il poeta non dice». Ma il capolavoro d’omissione è firmato da Lev Tolstoj, che descrive la peccaminosa relazione tra Anna Karenina e il conte Vronskij con una maliziosa sequela di puntini, lunga ben due righe: la sua scelta stilistica non pare dettata, tuttavia, da questioni moralistiche o sottesa pruderie; come si premura di affermare Gardini: «In letteratura l’omettere non è sicuramente caratteristica precipua delle situazioni erotiche». Forse, più banalmente, si può dire l’amore solo parlando di «valori assenti, vuoti palpabili, legami mancanti, ombre ingannevoli». E ha ragione allora Elfriede Jelinek quando appunta: «è per questo che non abbiamo descritto l’amore fra erich e paula, perché non c’è stato. è stato come una buca in cui si inciampa, dopodiché si continua a zoppicare».


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