15 aprile 2015

Psicoterapeuti: Milton Erickson, lo stregone del deserto

Ognuno di noi è molto più di ciò che pensa di essere, e sa molto più di ciò che pensa di sapere. Ci ha lasciato una sera di marzo di 35 anni fa Milton H. Erickson, che si potrebbe riduttivamente definire uno dei più grandi psicoterapeuti del Novecento o, secondo la sua allieva Lynn Hoffman, una strana alchimia tra guaritore e poeta, scienziato e bardo. Personalità fattasi aggettivo: ericksoniana non è solo la connotazione della psicoterapia breve da lui introdotta – era capace di produrre cambiamenti terapeutici nei suoi pazienti anche dopo una sola seduta – ma anche una visione del mondo. Chiave del pensiero e della prassi terapeutica del Wizard of the Desert (titolo del documentario del 2013 diretto da Alexander Vesely a lui dedicato) era l’idea benevola di un inconscio onnisciente, nel quale ogni persona può rintracciare le risorse per ben vivere e depotenziare gli schemi limitanti. Combinata con un avveniristico approccio all’ipnosi e alla trance: tutti noi facciamo esperienza ogni giorno di diversi stati di coscienza, dall’attenzione acuta alla sonnolenza fino al sonno profondo; Erickson era abilissimo nel creare dei momenti di sorpresa, sospensione e fiducia, durante i quali veicolare i suoi strumenti verbali. Metafore, motti umoristici, ingiunzioni paradossali ritagliati sulla grammatica emotiva e comportamentale dei suoi pazienti, tali da provocare un terremoto negli schemi cognitivi e quindi comportamentali disfunzionali. Colpito da varie patologie – sordità tonale, dislessia e un daltonismo che gli permetteva la sola visione del colore viola –, Erickson a 17 anni era stato contagiato anche dalla poliomielite; ben ricordava la sera in cui il medico di famiglia annunciò che non avrebbe visto il giorno dopo; così come incorporò e mise a frutto i mesi in cui sedeva paralizzato, con il solo spettacolo delle interazioni tra i suoi genitori e i numerosi fratelli e sorelle. Da quel nucleo esperienziale nascerà l’ineguagliabile abilità a cogliere i piccolissimi segnali non verbali e la cibernetica delle relazioni. Il libro ormai di culto La mia voce ti accompagnerà (tr. it. Astrolabio, 1982), raccolta dei suoi racconti terapeutici paragonata per arguzia e humour alla prosa di Mark Twain, offre un ampio spettro della sua poliedricità terapeutica: la descrizione minuziosa del duro lavoro del bambino piccolo per imparare a camminare, per ridimensionare senso di inadeguatezza e problemi di apprendimento. La donna atterrita dall’aspetto duro e minaccioso di un pene (e del suo proprietario), a cui suggerisce che la sua vagina ha il potere maligno di ridurlo a un ciondolino. L’inventario dei modi per passare da una stanza all’altra – camminando, saltellando, facendo il giro dell’isolato o del mondo – per mostrare come un problema ha potenzialmente infinite soluzioni. A causa delle sue disabilità Erickson si tenne lontano dalla California, dove nella Palo Alto dei suoi amici Gregory Bateson e Paul Watzlawick cresceva la rivoluzione della psicoterapia e delle teorie della comunicazione: necessitava di un clima asciutto e si stabilì nella periferia della torrida Phoenix, in Arizona. Il ranch che era sua abitazione e studio sorgeva ai piedi della sua amata Squaw Peak – e chissà come avrebbe commentato la decisione politically correct di ribattezzarla "Piestewa Peak", nome di una soldatessa nativa americana morta in Iraq, in luogo di quel sostantivo designante le donne indiane, ritenuto denigratorio. Oggi ospita la fondazione a lui dedicata, amorevolmente curata da Cecilia Gratz, già assistente di Milton. Il tour del ranch è un’esperienza consigliata a chiunque capiti in zona, magari per visitare il Grand Canyon: miss Gratz arriva a dedicare un’intera mattinata al visitatore, mostrando la collezione di animali di legno del dottor Erickson, i regali e i dipinti rigorosamente viola ricevuti in dono dai pazienti, e architettando scherzi gustosi. Come quando afferra con fatica un grosso masso terroso, dichiarandolo un importante cimelio e lanciandotelo addosso a bruciapelo: di una replica di spugna si tratta, e il dottor Erickson effettivamente lo utilizzava per creare stupore e conseguente scetticismo sulla natura apparente della realtà, necessario per sbloccare pazienti troppo quadrati. Miss Gratz consente all’ospite di rimanere solo nel piccolo ma intenso studio di Milton, acclarando la natura di pellegrinaggio scientifico della visita condivisa da devote psicostar contemporanee – Albert Bandura, Paul Ekman, gli allievi Ernest Rossi e Jeffrey Zeig fino al nostro Camillo Loriedo  –  che inondano il libro degli ospiti di grati messaggi.


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