21 maggio 2020

Pubblico

 

Il concetto di Pubblico è primario nella cultura. La parola ha due accezioni, entrambe fondamentali e intrecciate, a seconda che sia usata come aggettivo o sostantivo. Quando Pubblico è aggettivo, deriva dal lat. publĭcus, lo si riferisce alla collettività. Da cui il profondissimo e sempre attuale bene pubblico, qualcosa che è di tutti. Quando invece la parola è utilizzata come sostantivo, dal lat. publĭcum, allora diventa: numero indefinito di persone. Il Devoto - Oli (1976) definisce Pubblico "l’insieme delle persone attualmente o potenzialmente partecipi di una condizione di presenza, o di destinazione o di fruizione diretta”.

 

Il Pubblico nella sua denotazione primaria è sostantivo, quindi lo si utilizza per indicare la domanda di cultura, il destinatario. Allo stesso tempo però, come detto, la parola Pubblico viene usata come aggettivo: l’offerta Pubblica. L’Italia ha la caratteristica, abbastanza peculiare rispetto al resto del mondo, di avere tantissima offerta culturale direttamente a gestione pubblica: moltissimi musei e monumenti, tanti teatri, luoghi e istituzioni di spettacolo dal vivo, di arte visiva, biblioteche.

 

La parola Pubblico, in ambito culturale, gioca molto tra i concetti espressi come aggettivo e come sostantivo. E sono entrambi fondanti. Il Pubblico passa da essere un qualcosa di tutti, della collettività, al di là di chi ne assista direttamente (visitatore, spettatore, fruitore). In questa accezione è richiamo diretto della funzione identitaria della cultura, principio basilare per una comunità, a qualsiasi livello di grandezza, anche di un’intera civiltà, e da cui il principio giuridico di meritorietà. Fino a riferirsi all’idea di destinatario diretto dell’esperienza culturale, la domanda: il visitatore di un museo, il lettore di un libro, lo spettatore di uno spettacolo.

 

La parola Pubblico, in italiano, è molto più pregnante della tentata traduzione inglese Audience, che per il bieco anglicismo che ormai assuefà la moltitudine viene sempre più spesso utilizzata anche in Italia. Dal lat. audientia, da cui anche udienza, essa significa ascolto, e mostra un carattere passivo, di ricezione più che di partecipazione

 

Invece il senso della parola italiana Pubblico, per il dualismo tra aggettivo e sostantivo, per il travaso continuo tra publicus e publicum, restituisce molto di più di audience. Dà il senso di condiviso, quindi di collettivo; non solitario e individuale come invece è l’ascolto, almeno su un piano istintivamente emotivo.

 

L’essere umano ama la cultura perché vi è un intrinseco senso di generosità: la cultura è di tutti. Essa è un coagulante, accomuna, avvicina. È il corroborante di identità e comunità. Per quanto la si voglia esclusivizzare - nella produzione, veicolazione, accesso - la cultura rimane di tutti. Anche l’opera d’arte più costosa, posseduta solo da una persona, per il solo fatto di esistere e di rimanere oltre il singolo, oltre l’individuo, è patrimonio dell’umanità (frase non a caso adottata come “certificazione di qualità” dall’Unesco).

 

Nella parola Pubblico poi c’è il senso dell’azione: lettore, visitatore, spettatore - leggere, visitare, vedere. Le persone agiscono nell’esperienza culturale. Inizia come emotiva e prosegue come razionale, fisica e cognitiva.

 

Il concetto di Pubblico culturale risale agli spettacoli teatrali, circensi e musicali dell’antichità greco-romana: la modalità, la relazione, il carattere Pubblico delle manifestazioni. Soprattutto il suo contenuto volto a divertire e istruire. Si pensi al perseguimento della catarsi.

 

Il concetto di Pubblico moderno invece è frutto delle innovazioni tecnologiche, dell’alfabetizzazione e della diffusione di cultura. “Qualcuno sostiene anzi che fino all’invenzione della stampa si riscontrano moltitudini riunite, uditori, ma non un Pubblico” (Gagliardi, 2020). Era un fenomeno socialmente individuale ed egoista.

 

Il Pubblico culturale, proprio in quel travaso continuo di senso tra publicus e publicum, si sviluppa con l’avvento del libro stampato, che sancisce l’offerta in serie di contenuti culturali per tutti al fine di istruire e svagare. (Febvre e Martin, 1984).

 

Nel Seicento il perimetro della parola Pubblico si amplia ulteriormente grazie alla nascita della stampa periodica, un’ulteriore spinta alla democratizzazione della cultura e alla sua funzione di “bene comune”. (McQuail, 1996).

 

Nell’Ottocento con l’istituzione del Louvre, la nascita delle Esposizioni Universali e dei Salons parigini (mostre d’arte di iniziativa statale), tutti i cittadini hanno l’occasione di divenire Pubblico culturale. L’arte diviene luogo di consumo collettivo e non è più solo collezionismo di pochi e per pochi. La differenziazione e la stratificazione del costituendo Pubblico porta successivamente al fenomeno della massificazione.

 

Cosa succede con la creazione del Pubblico della cultura? Si educa attraverso l’arte e si democratizza la cultura stessa, ampliando le fasce di destinatari, educando non solo per mezzo dell’arte ma all’arte stessa. Fino all’Ottocento il possesso di un’educazione estetica era uno degli elementi distintivi delle élite. Il successo di pubblico dell’Esposizione di Parigi del 1900 (50 milioni di visitatori) scardina il vecchio paradigma. Si entra nel dualismo moderno che offre la parola Pubblico: comune e collettivo. Finalmente l’accesso al godimento, come forma mediata di possesso, dall’alto valore simbolico di promozione sociale, si associa al consumo culturale come intrattenimento, distrazione, arricchimento per tutti.

 

Nella connotazione di Pubblico di massa purtroppo aleggia una connotazione negativa (Mills, 1956): la massa anonima e manipolabile contrapposta al valore positivo che si attribuisce all’appartenenza e all’identità. Ma tutto sommato la minaccia manipolatoria eventualmente rimane più ad appannaggio dell’industria culturale, come ci hanno dimostrato le dittature politiche, con audiovisivo e - in misura assai minore considerato l’impatto quantitativo - lo spettacolo dal vivo e l’editoria libraria. Piuttosto che di quello che può farne la cultura di tradizione e conservazione, come possono essere un museo, il patrimonio storico, la biblioteca, l’archeologia, l’arte visiva.

 

L’era della società digitale, ovvero l’orizzontalizzazione della comunicazione e della fruizione, la reciprocità, ha ulteriormente evoluto l’idea di Pubblico. Il modello Lasswelliano (1948), sequenziale e “allocutorio", sta cedendo spazio ai modelli “consultivo” e “conversazionale” attuali.

 

McQuail (1996), studiando i media, che più di altri per la loro componente commerciale hanno dato occasione di interrogarsi sul valore e sul profilo dei destinatari di contenuti d'intrattenimento, raggruppa gli approcci di ricerca sul Pubblico in tre principali filoni, che riadattati a tutto il mondo della cultura, sono: 1) strutturale (dimensioni e composizione del Pubblico secondo categorie sociodemografiche, preferenze, opinioni; sondaggi su campioni, integrati nel tempo da altri sistemi come i meters), che ha consentito di analizzare dinamiche di fruizione, tipologie di Pubblico, innovazioni, ecc.; 2) comportamentale (effetti dei contenuti su atteggiamenti, opinioni e valori individuali; motivazioni; nella variante “usi e gratificazioni”, forte considerazione del Pubblico come soggetto attivo); 3) socio-culturale, comprendente “l’analisi della ricezione” (polisemia dei messaggi, decodifica differenziale in rapporto alla posizione sociale, culturale e/o al vissuto quotidiano; metodologie qualitative, ad es. etnografiche, valutazione contemporanea di contenuto, ricezione e contesto).

 

Fra le teorie sul Pubblico culturale indecise a ritenerlo massa anonima o soggetto eterogeneo attivo sembrano per fortuna prevalere le seconde. Entrano in gioco fattori come la socialità della fruizione (uso della cultura come gregario o solitario a seconda del bisogno, base di conversazione, di interazione familiare e nel gruppo di appartenenza).

 

Il Pubblico, ancora una volta diversamente dall’audience, è attivo nei suoi comportamenti: selettività (scelta/rifiuto, acquisto, ripetizione all’acquisto, possesso); utilitarismo (soddisfazione di bisogni, prospettiva “usi e gratificazioni”); intenzionalità (scelta finalizzata all’elaborazione di informazioni); refrattarietà (resistenza alla persuasione e alle influenze); coinvolgimento (partecipazione emotiva all’esperienza collettiva che, se eccedente in fanatismo, da molti psicologi è giudicata al contrario come passività).

 

Il Pubblico è parte volontaria della collettività che beneficia direttamente dei beni culturali comuni.

 

De Biase F. (ed), I pubblici della cultura, FrancoAngeli, Milano, 2014

Devoto G. - Oli G.C., Dizionario della Lingua Italiana, Le Monnier, Milano, 1976

Febvre L. - Martin H.J., La nascita del libro, Laterza, Bari 1985

Gagliardi C. , Pubblico, in Lever F. - Rivoltella P.C. - Zanacchi A. (eds.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (23/04/2020).

Gentili B., Poesia e pubblico nella Grecia antica, Feltrinelli, Milano 2006

Lasswell H D., The structure and function of communication in society in Bryson L. (Ed.), The communication of ideas. A series of addresses, Institute for Religious and Social Studies - Harper & Brothers, New York 1948

McQuail D., Sociologia dei media, Il Mulino, Bologna 1996

Mills C.W., La élite del potere, Feltrinelli, Milano 1966

Nardi E., Musei e pubblico, Franco Angeli, Milano 2004

Severino F., Economia e marketing per la cultura, Franco Angeli 2011

 

 

* Insegna Economia e gestione delle imprese all’Università di Roma “Sapienza”

 

 

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