18 agosto 2015

Qeshm: un paradiso nel Golfo Persico

Simile a un delfino proteso verso l’oceano, Qeshm sorge dalle acque del Golfo Persico al largo del porto di Bandar Abbas. È la più grande delle isole del Golfo Persico, la più affascinante per varietà linguistica e culturale. Arricchita da tesori naturalistici rari, che vanno dalla foresta delle mangrovie alle tartarughe marine che nidificano sulle sue spiagge, dai mille uccelli migratori che solcano i suoi cieli ai delfini avvistabili nei suoi mari.

Circondata da isole minori, Qeshm è profondamente legata alla cultura della terraferma persiana e altrettanto fermamente parte di una vasta e variegata cultura del mare, fatta di navi e marinai, di commercianti, religiosi e viaggiatori; un inestricabile groviglio composto da temi che giungono da lontano per formare sincretismi unici. Una cultura che unisce il Golfo Persico al Mar Rosso, giungendo al nostro Mediterraneo. Le coste meridionali della Penisola Arabica, sede di antiche civiltà la cui testimonianza è visibile in Oman e nel dilaniato Yemen, furono importanti stazioni sulla Via delle Spezie. come fu anche il porto di Hormuz, visitato da Marco Polo nel suo viaggio ad oriente. Nei secoli, l’emporio commerciale si trasferì dalla terraferma all’isola di Hormuz, le cui terre colorate sono uniche, tanto che ogni anno vi viene costruito un grande tappeto tessuto dei mille colori della terra dell’isola.

Il possente castello portoghese testimonia l’importanza di questa roccaforte mercantile.  Altre isole a corona poste a corona di Qeshm sono: Hengam, baciata da un mare meraviglioso, e Larak, abitata da una piccola comunità che ancora parla il prezioso Kumzari, l’unico dialetto iranico a essere attestato anche in Oman.

La grande isola del Golfo Persico è altresì importante per il patrimonio culturale immateriale che conserva: non solo una ricca varietà di costumi e dialetti, ma anche una fiorente tradizione musicale.

La musica del Sud dell’Iran è incalzante, ritmica, travolgente. Suoni e armonie sono profondamente influenzati dai ritmi africani, così come dal mondo arabo e da quello indiano, entrambi affacciati sullo stesso grande mare. Alcuni aspetti, alcune sonorità ricordano il nostro Meridione.  Come in Puglia, la musica è importante in un rituale volto a curare uomini e donne posseduti.

Secondo una tradizione ancora viva a Qeshm e in molte altre regioni dell’Iran meridionale, gli esseri umani possono essere penetrati da spiriti dell’aria, “venti”, come li chiamano i locali. Questi venti, z ār , sono essere buoni o cattivi, benefici o nocivi, musulmani o meno. Si esprimono in una moltitudine di lingue tra loro diverse, dall’urdu allo swahili, dall’arabo al persiano. Non possono essere cacciati definitivamente, ma si può imparare a convivere con essi, controllandoli. Determinano malattie e malesseri, che devono essere calmati chiamando uno specialista, uomo (b ābā-zār) o donna (māmā-zār ). Una volta interpellato, lo zār organizzerà una cerimonia in cui  l’uso ritmico e ripetitivo della musica, il muoversi ritmato, l’incenso, i profumi, tutto è volto a indurre nel paziente uno stato estatico, finito il quale il malato riprenderà il controllo di sé.

Impossibile non tornare con la mente a tradizioni del nostro Sud, studiate da Ernesto De Martino e oggi ormai scomparse, tradizioni che appartengono a un comune sentire dei popoli del mare, che fu sempre via di comunicazione di idee, di mercanzie e di uomini, non odiosa barriera.


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