10 aprile 2020

Storie virali. Quando Mozart sopravvisse al vaiolo

 

L’Europa moderna (dopo la conquista del Nuovo Mondo) è stata teatro di innumerevoli epidemie di vaiolo, con tassi di mortalità altissimi, specie tra bambini e giovani, e comunque lasciando segni vistosi, spesso mostruosi, su chi ne fosse contagiato. L’inoculazione – il passo precedente alla vaccinazione introdotta da Edward Jenner a partire dal 1796 – è una pratica che consiste nell’introduzione di materiale infetto (croste di pustole o, meglio, pus carico di vaiolo) nel corpo di individui sani con scarificazioni o con l’apertura di vene. Come il vaccino di Jenner, l’inoculazione è un’operazione completamente controintuitiva nel contesto della medicina del XVIII secolo, la cui efficacia immunitaria era valutabile empiricamente, ma inspiegabile dalla scienza medica del tempo. L’introduzione di questa pratica inusuale in Europa si deve ad una segnalazione fatta alla Royal Society di Londra nel 1713 da un medico greco di origine italiana, Emanuel Timoni, che ne attesta l’uso popolare diffuso in Asia Minore, ma soprattutto a Lady Mary Wortley Montagu, moglie di Edward, ambasciatore inglese a Adrianopoli e a Costantinopoli tra il 1716 e il 1718. Nella sua corrispondenza, pubblicata postuma nel 1763, spesso ricca di informazioni geografiche e di preziosi quadretti etnografici sugli usi e costumi di quelle terre, Lady Montagu descrive la pratica dell’inoculazione ad opera di alcune “old women” nel quadro di un vero e proprio rituale terapeutico:

“A proposito di malattie io vi dirò cosa che vi farà desiderare di esser qui. Il vajuolo, che generalmente è tanto fatale fra noi, qui è affatto benigno attesa la scoperta fatta dell'innesto, che così chiamasi da loro. È questa una professione che viene esercitata da certe vecchie donne, le quali imprendono le loro operazioni in autunno, nel mese di settembre, quando il gran caldo è diminuito. La gente manda a chiedersi l'un l'altro, se nella famiglia vi fosse alcuno che volesse innestarsi il vajuolo, e risoluti che sieno, formano delle compagnie, che ordinariamente non sono composte di meno di quindici o sedici individui. Allora queste vecchie donne vengono con una corteccia di noce, dove serbano della marcia del vajuolo della miglior qualità, e chiedono in qual vena vogliasi che sia posto. Vi fanno immediatamente una piccola ferita, con una grande spilla, che non dà maggior dolore d'una ordinaria graffiatura, e pigliano con la testa della stessa spilla quanta più possono di quella materia, la mettono sul piccolo forellino, e fasciano la ferita, coprendola con un briciolo di quel guscio di noce, che può servire all'innesto di quattro o cinque persone.” (Maria Wortley Montague, Lettere (…) durante i suoi primi viaggi in Europa, Asia ed Africa, Corfù 1838, pp.142-43)

La testimonianza di Lady Montagu, congiunta al fatto che fece inoculare i propri figli e convinse Caroline di Ansbach, consorte del re Giorgio II, a fare lo stesso, contribuì in modo decisivo alla diffusione di questa pratica in Europa, a dispetto della resistenza di gran parte dell’establishment medico: certo era difficile accettare che un’usanza popolare, praticata da guaritrici ignoranti, potesse contribuire a risolvere uno dei problemi sanitari più gravi che affliggeva l’Europa settecentesca. (Andrea Carlino)

 

 

 

«Tutti qui vogliono convincermi a far inoculare il vaiolo a mio figlio. È la moda generale, solo che senza permesso l’inoculazione non si può fare in città, soltanto in campagna». Febbraio 1764: in Europa incrudelisce un’epidemia di vaiolo, la famiglia Mozart si trova a Parigi, Wolfgang ha appena compiuto 8 anni e con i suoi concerti ha già cominciato a mantenere la famiglia.

Babbo Leopold non si fida dell’inoculazione e manda ad amici di Salisburgo, la loro città natale, una lunga lettera nella quale si dichiara persuaso che il solo rimedio è «rimettersi alla grazia di Dio». I parigini, invece, credono ai benefici di quella nuova pratica. L’“intendente” di Parigi allora decide per il «distanziamento sociale»: inoculazione solo in campagna, per evitare assembramenti in città. L’inoculazione e soprattutto il suo succedaneo, la vaccinazione, resteranno in vigore fino al 1980 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità, debellati gli ultimi casi manifestatisi negli anni Settanta, dal Bangladesh al Kosovo, all’Etiopia e alla Somalia, dichiara che «il mondo e i suoi popoli hanno ottenuto la libertà dal vaiolo, una delle malattie più devastanti a manifestarsi con epidemie in molti paesi sin dai tempi più remoti che procuravano morte, cecità e deturpazione».

 

Wolfgang a Parigi non palesa alcun sintomo; tre anni dopo, il virus colpisce con particolare violenza Vienna. E da Vienna, nell’ottobre del 1767, quel grande cronista che è stato suo padre scrive agli stessi amici salisburghesi, la famiglia Hagenauer: «Sabato sera Sua Altezza Reale la Principessa fidanzata si è sentita male, e ieri le è comparso il vaiolo. È facile figurarsi quale sconcerto questo abbia destato. Ora il viaggio per Napoli sarà sicuramente rinviato fino alla primavera ventura. Il vaiolo è di tipo benigno, ma bisogna stare a vedere quel che Dio vorrà». La principessa fidanzata è Maria Josepha d’Asburgo‑Lorena, promessa sposa di Ferdinando IV di Borbone re di Napoli: non ce la fa e dopo una settimana «è diventata sposa del fidanzato celeste». Muore il 15 ottobre, aveva 16 anni. I Mozart avevano pensato di seguirla nel viaggio nuziale verso Napoli, ora devono rivedere i propri piani.

Cinque anni prima era morta, tredicenne, sua sorella Johanna Gabriela, anche lei promessa sposa a Ferdinando IV, che infine nel 1768 sposerà un’altra figlia, la tredicesima, di Maria Teresa e Francesco I d’Austria, Maria Carolina. Che al marito, pur trovandolo «molto brutto», darà 18 figli. Le alleanze politiche tra le principali famiglie regnanti d’Europa resistevano anche al vaiolo.

 

La morte, molto rapida, di Maria Josepha ha come conseguenza la chiusura dei teatri per sei settimane in tutti i territori dell’Impero; le opere e i concerti programmati per festeggiare il suo passaggio nelle varie città durante il viaggio da Vienna a Napoli vengono cancellati.  Leopold pensa a una sorta di cassa integrazione per gli artisti coinvolti nei festeggiamenti, che si trovano senza lavoro: «Sarebbe opportuno che qualcosa venisse autorizzato, in considerazione delle persone che devono vivere di queste attività».

A Vienna sono soprattutto i bambini a morire: «Su 10 bambini il cui nome viene annotato nel registro dei decessi, 9 erano morti di vaiolo». Leopold decide di lasciare «questa città infestata». Ma prima che possa partire, assieme alla moglie e all’altra figlia, trascorrono altri 8 giorni. Finalmente prende la strada di Olmütz, 200 chilometri a nord; oggi, la città si chiama Olomouc e fa parte della Repubblica Ceca.

Arrivano, prendono alloggio alla locanda All’aquila nera, verso le 10 del mattino Wolfgang comincia a sudare, ha le guance bollenti e rosse, le mani invece sono gelate, il polso è irregolare. La febbre sale, lo curano con della polvere nera, il pulvis epiletticus niger, considerato un antispasmodico e composto a base di semi e radice di peonia, radice di dittamo, aloe, vischio, corallo, ambra. La febbre aumenta e la terapia cambia: polvere del margravio, pulvis margravius, un rimedio contro le convulsioni, gli attacchi epilettici e la febbre a base di radice di peonia, vischio, corno di cervo, avorio, corallo, polvere di perla o madreperla.

La locanda è umida, fredda, le stanze anguste, Leopold chiede urgente aiuto ad un aristocratico di sua conoscenza, il conte von Podstasky, che manda subito il medico e, compresa la gravità della situazione, decide di ospitarli nel proprio palazzo. Ma il bambino si può trasportare? Il medico si assume la responsabilità, Wolfgang viene avvolto in pezze di lino e di cuoio, poi in una pelliccia e adagiato su una carrozza raggiunge il palazzo. Il 31 ottobre, giorno del suo onomastico, il vaiolo esplode: la febbre diventa molto alta, le pustole lo ricoprono interamente, il corpo si gonfia, il naso è una palla; la cura rimane quella con l’aggiunta di mirra e di tè di scabiosa. Leopold prega: in te Domine speravi, non confundar in Aeternum.

 

Non sappiamo se in quei giorni, magari sollecitato dal medico, abbia cambiato idea riguardo l’inoculazione e se sia stata praticata a Wolfgang. Il terrore dura una settimana, poi la febbre scende, le pustole si seccano, spariscono. Wolfgang si alza, si guarda allo specchio e dice: «Adesso assomiglio a Mayr». Andreas Mayr, un violinista di Salisburgo con il volto butterato tipico di chi ha avuto il vaiolo. Per tutta la sua breve vita Mozart porterà i segni della malattia. Leopold conclude: «Il conte von Podstasky avrà un grande onore nella biografia del nostro bambino; qui comincia infatti una nuova epoca della sua vita». Fosse rimasto in quella locanda malsana, non fosse intervenuto il medico, Wolfgang non ce l’avrebbe fatta. Non conosciamo il nome di quel dottore, ma gli siamo immensamente debitori.

 

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Immagine: Vista interna ravvicinata di un clavicembalo. Crediti immagine: Miinam / Shutterstock.com

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