17 aprile 2015

Quei cancelletti che aprono alla cultura

di Irene Tedesco

La comunicazione digitale, soprattutto in questi ultimi anni, ha visto sviluppare la nascita di nuovi fenomeni linguistici, termini spesso inglesi, assorbiti nell’uso comune da milioni di utenti della Rete, entrati talvolta nella comunicazione digitale della cultura in Italia.

ll lemma hashtag , visualizzato con l’icona #, è stato ormai adottato da musei, operatori culturali, pubblico 2.0 per creare engagement - coinvolgimento - in tempi rapidi azzerando il rapporto di timore reverenziale del visitatore verso l’istituzione.

Questo fenomeno linguistico riflette l’introduzione di nuove abitudini nella società e vede le sue conseguenze nel modo di comunicare in Rete. È in atto un passaggio epocale che sta determinando dei cambiamenti nella lingua nella destinazione delle parole e nel loro rapporto con la realtà: «da sempre i cancelletti chiudono il mondo. Oggi – sostiene Marino Niola nel suo Hashtag. Cronache da un paese connesso (Bompiani 2014) – i cancelletti ne aprono uno nuovo e senza confini». Il piccolo varco, che nasconde in realtà le colonne d’Ercole 2.0, è l’hashtag, simbolo linguistico che apre un mondo di metafore, infiniti piani concettuali che attraversano la Rete in un processo di comunicazione continua, «fluviale».

La parola, singola o in sequenza, associata al simbolo # assume un valore metacomunicativo , diviene facilmente memorizzabile, intuitiva, adatta al linguaggio dei social network per categorizzare e rendere rapidamente ricercabili i contenuti correlati attraverso il tagging semantico. Piattaforma d’eccellenza per l’hashtag dal 2009 è Twitter, ma anche Instagram, Google+ e Facebook hanno acquisito la funzionalità e da allora la diffusione della conoscenza dei beni culturali è stata rivoluzionata, soprattutto in Italia. Comunicare e raccontare la ricchezza del patrimonio culturale di musei, aree archeologiche, borghi semisconosciuti del territorio si sta rivelando un’opportunità in particolar modo per quei luoghi meno interessati dal grande turismo e con poche risorse da investire.

La rivincita dei piccoli musei si è avuta proprio con l’ultima edizione di MuseumWeek2015, iniziativa nata nel 2014 da dodici community manager di musei e istituzioni culturali francesi in collaborazione con Twitter, dedicata a far cinguettare luoghi di cultura di tutto il mondo su sette temi diversi, uno per ogni giorno della settimana dal 23 al 29 marzo 2015.

I temi scelti, da twittare con l’hashtag di riferimento, si sono mossi in due direzioni: far raccontare i musei, attraverso l’illustrazione del “dietro le quinte” di #secretsMW, la storia dell’edificio e del luogo in cui si trova con #architectureMW, le attività dedicate a tutta la #familyMW, e far parlare il pubblico invitando a condividere immagini, video, pensieri tramite #inspirationMW, #poseMW (che ha sostituito il probabile intramontabile selfie) e #favMW per conoscere il punto di vista dei visitatori. Se l’edizione 2014 aveva visto 74 musei italiani su 630 totali, MuseumWeek2015 con le sue 2825 presenze del mondo della cultura globale, ha riscontrato una massiccia presenza italiana: 255 i partecipanti registrati sulla piattaforma, dalla Galleria Borghese (@galleriaborghes, account ufficioso), al Museo Madre di Napoli (@Museo_MADRE), a Soprintendenze, come l’attivissima archeologica ligure, che accorpa musei e siti sotto la chiocciola di @archeoliguria, e @SBAPMolise che tutela i beni artistici e il paesaggio molisani, il Museo Civico di Maglie (@AlcaMaglie), e ancora l’ufficio turistico di Castell’Arquato (@IATcastarquato) e il @ComunediSpoleto. Nella top ten dei musei più attivi sono emersi ben quattro musei italiani: l’area archeologica “Massaciuccoli romana” (@MassaCiuccoliRO), in provincia di Lucca, l’Antiquarium Turritano di Porto Torres (@MuseoArcheoPT), il Museo dell’Orologio da Torre G.B. Bergallo in provincia di Savona (@MuseoBergallo), e il Museo Archeologico del Distretto minerario dell’isola toscana @MuseoRioElba. Osservando i dati sul traffico registrati da Twitter, i dati relativi all’Italia totalizzano 9550 tweets e 41.745 retweets, ma al di là dei numeri è interessante notare che questi musei hanno superato istituzioni ben più note, come Louvre, Musée d'Orsay, British Museum e Hermitage, istituti che operano nel settore della comunicazione digitale da molti più anni rispetto agli italiani e che hanno apposite risorse umane ed economiche strutturate per questo genere di attività. Il comune denominatore che emerge dal lavoro svolto, dai tweet scambiati da ogni parte di Italia verso tutto il mondo social, chiarisce ciò che accomuna i musei e i loro operatori italiani: la passione per il proprio territorio, la voglia di condividere cultura seguendo anche le nuove abitudini della società, all’interno di una comunicazione pianificata, studiata appositamente, anche se alle spalle non si hanno strutture forti. Questo processo di comunicazione genera un valore culturale, un trasferimento di conoscenza accresciuto dalla partecipazione spontanea delle persone che in occasione di MuseumWeek 2015 sono andate al museo, hanno visitato gli spazi, e parallelamente all’aspetto educativo offerto dall’istituzione, tale azione dimostra che il pubblico, se coinvolto, risponde attivamente. Emerge simmetricamente la voglia dei visitatori di partecipare, di divertirsi apprendendo, come dimostrano i risultati tra il coinvolgimento nei due poli – museo-visitatore/utente virtuale – che è uno dei fattori vincenti per la valorizzazione del patrimonio culturale e la nascita di un’affezione nel pubblico nei confronti dei luoghi della cultura.


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