17 febbraio 2015

Quelle ombre sul Delitto Gentile

di Raffaele Liucci

Desta qualche perplessità la durissima recensione che Maurizio Torrini ha dedicato al libro di Luciano Mecacci (La ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Adelphi, Milano 2014) sul «Giornale Critico della Filosofia Italiana» (maggio-agosto 2014). Chi infatti prestasse fede a Torrini, senza aver letto Mecacci, ne dedurrebbe che quest’ultimo sia un dietrologo qualunquisteggiante, autore di un tomo bislacco e dispersivo sul delitto Gentile (Firenze, 15 aprile 1944), denso di pagine scandalistiche riservate a Eugenio Garin.

In realtà, La ghirlanda fiorentina è uno dei libri più appassionanti, originali e documentati usciti negli ultimi tempi, mentre a Garin sono accordate soltanto 26 pagine (note escluse) su oltre 500. È anche un libro ben scritto, il che non guasta mai nel panorama storiografico nostrano, stilisticamente piatto come un pavimento. Torrini ha avuto il privilegio di lavorare accanto a un maestro del calibro di Garin. Ma una tale vicinanza lo ha spinto a firmare questa recensione quasi «per fatto personale»: come se Mecacci fosse davvero responsabile di lesa maestà verso lo storico della filosofia fiorentino, per aver ricordato alcuni suoi trascorsi problematici sotto il regime littorio e la Repubblica Sociale. Ma non c’è nulla di biasimevole nel documentare che Garin non fu affatto un antifascista della prima ora, come del resto decenni più tardi riconoscerà allusivamente anche il suo compagno di partito, Giorgio Amendola. Tanto più che le considerazioni di Mecacci sull’iter labirintico seguito da molti intellettuali infine approdati all’antifascismo sono ormai patrimonio comune della storiografia più accreditata. Torrini, invece, sembra prediligere le tinte forti, mai le sfumature. Del resto, durante un seminario sul libro di Mecacci, il recensore ha candidamente ammesso di non ritenere la Resistenza italiana una «guerra civile», rivelando così un armamentario analitico quantomeno datato. Sia chiaro: è del tutto legittimo nutrire dubbi e perplessità su alcuni risvolti della ricerca di Mecacci. Di fronte a un volume tanto ricco e frastagliato, non si può concordare su ogni singolo punto, anche se gli addetti ai lavori hanno giudicato il libro un indiscusso salto di qualità sull’argomento. Invece Torrini lo rigetta in blocco, accusando l’autore di aver condotto «indagini degne di un’istruttoria giudiziaria». Eppure, già Piero Calamandrei – in un saggio del ’39 – aveva osservato che il giudice e lo storico, se non fratelli, sono perlomeno cugini. Entrambi hanno l’obiettivo di ricomporre i brandelli del passato, mentre il processo resta «il solo caso di esperimento storiografico de vivo» (Luigi Ferrajoli). Senza contare, ovviamente, le celebri pagine dedicate da Carlo Ginzburg al «paradigma indiziario». È l’«abc» del mestiere di storico. Giungiamo così al cuore del discorso. Studiare l’omicidio di Giovanni Gentile (o di Aldo Moro, o del commissario Calabresi) non è come approfondire una biografia o un partito politico. Non potrà mai essere un lavoro lineare e diacronico. Indagare l’omicidio Gentile significa infatti inoltrarsi lungo un terreno impalpabile, dove il fatto in sé (l’omicidio) è soltanto la punta di un iceberg. Lo storico, in questa circostanza, ha soprattutto un compito: snebbiare il «contesto», al di là delle versioni ufficiali e ufficiose, illuminando l’oceano di microstorie che ruotano intorno all’evento. È quanto ha fatto Mecacci, scandagliando con perizia certosina un magma informe nel quale spiccano non soltanto gli esecutori materiali (i gappisti in bici che aspettano Gentile al Salviatino), ma anche i misteriosi mandanti, tuttora rimasti nell’ombra, oltre alla «ghirlanda» di intellettuali brulicanti nel Granducato: alcuni di questi chierici, sino all’ultimo, indirizzeranno missive affettuose a Gentile, salvo poi rimuovere il maestro nel dopoguerra, talvolta contribuendo al florilegio di illazioni sulla sua tragica fine. Sarebbe meraviglioso se un giorno uscisse un libro capace di raccontarci tutta la verità sul delitto Gentile. Ma nessuno lo scriverà mai, al pari del libro definitivo sul delitto Moro o su Piazza Fontana. La storiografia resta una scienza lacunosa. In questi casi, il povero adepto di Clio non può far altro che cercare di ricucire la tela alla bell’e meglio, al massimo optando per un filo non troppo grossolano. Senza dimenticare quanto disse una volta Renato Curcio sull’affare Calabresi: «Ci sono tante storie di questo paese che vengono taciute e non potranno essere chiarite per una sorta di complicità tra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo». Parole stranamente assonanti a quelle pronunciate nel 1989 dal filosofo comunista Cesare Luporini sull’attentato contro Gentile, allorché accennò a «cose che forse ancora non si possono dire».


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