20 dicembre 2012

Ravi Shankar: il primo profumo d'Oriente

di Marco De Nicolò

Molti giovani degli anni Sessanta e dei primi Settanta fecero della musica di Ravi Shankar quasi un riferimento naturale di una cultura hippy che sembrava coniugare perfettamente il simbolo della pace con l'uso di droghe leggere e allucinogeni. Ma Ravi Shankar, deceduto l'11 dicembre scorso, fu decisamente qualcosa di più di un sottofondo per quell'epoca e per quella cultura. Sfuggito alla carriera di ballerino, che fu percorsa con successo dal fratello, Ravi Shankar mise a frutto il suo soggiorno giovanile in Europa avvicinandosi al virtuosismo di Andrés Segovia e, tornato in patria, decise di dedicarsi allo studio di uno strumento a corda non proprio semplice da addomesticare: il sitar. Fu allievo di un grande maestro, Ustad Allauddin Khan, ne divenne genero e, a sua volta, fu maestro di altri musicisti. I suoi allievi non furono solamente indiani: spinti da un desiderio di sperimentazione, i Beatles, e in particolare George Harrison, si avvicinarono a lui, allo strumento da lui utilizzato e, più in generale, a un'atmosfera che quelle arie evocavano. Una testimonianza dell'apprendistato di Harrison è in un filmato in cui Ravi Shankar insegna al Beatle a suonare il sitar http://www.youtube.com/watch?v=RxI6IkH9Mvo. Tracce evidenti dell'influenza di quella cultura musicale sui Beatles si trovano in “Love you to”  (da “Revolver”, 1966), in “Within you without you”  (da “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”, 1967). La collaborazione tra George Harrison continuò sia dal punto di vista musicale (Prabhujee - http://www.youtube.com/watch?v=pFnyg3YhuP4) che personale. Non furono solamente i Beatles a giovarsi dell'influenza di quella musica; anche in alcuni pezzi dei Rolling Stones si possono rintracciare eco distinte di quella cultura musicale. Che gli orizzonti musicali di Ravi Shankar e i suoi interessati cultori appartenessero a una schiera di artisti che militavano anche in altri generi lo testimonia l'attenzione a lui riservata da vari jazzisti, né può essere sottovalutata la collaborazione tra il musicista indiano e Philip Glass di cui si può apprezzare un brano, http://www.youtube.com/watch?v=ugIbmTKrcHc, tratto dal lavoro “Passages” (1990). La fama “occidentale” di Shankar è data soprattutto dal legame tessuto con ambiti apparentemente molto distanti dal punto di vista musicale, come testimoniano le sue performance al Festival di Monterey nel 1967 (di cui si propone il breve stralcio http://www.youtube.com/watch?v=lk60ObnbIOk) e a quello di Woodstock, svoltosi due anni dopo http://www.youtube.com/watch?v=Uz8vZHLohJY. In un clima in cui crescevano la contestazione e il rinnovamento musicale, Ravi Shankar, già quasi cinquantenne, veniva ospitato come parte di un nuovo contesto giovanile, capace di assorbire culture e suoni in quella rivoluzione di note e di ritmi. Ravi Shankar deve essere ricordato anche per il primo raduno non semplicemente musicale: nel 1971 sensibilizzò l'amico George Harrison sulle condizioni del Bangladesh e questi organizzò il primo raduno musicale con finalità sociali, una sorta di antesignano dei vari Live Aid degli anni Ottanta e Novanta. Il 1° agosto 1971 i due si trovarono, insieme ad Eric Clapton, a Bob Dylan, Ringo Starr, Billy Preston e altri musicisti, al Madison Square Garden di New York. Il concerto e il libro e il triplo album che ne seguirono sostennero un'area povera e devastata dall'arrivo di profughi e dalla carestia. Ravi Shankar non guardò, ovviamente, solamente a Ovest; in patria fondò l'Orchestra nazionale indiana per la All Indian Radio all'inizio degli anni Cinquanta. Lascia insomma un'eredità importante che è in parte raccolta dalla figlia Anoushka, con la quale già da anni si accompagnava in concerto (si vedano due loro contributi dal vivo risalenti al 1997: http://www.youtube.com/watch?v=-KXk_8_8oLY e http://www.youtube.com/watch?v=9xB_X9BOAOU). Con Anoushka ha tenuto il suo ultimo concerto, il 4 novembre scorso. Il tributo che il pop e il rock devono a Ravi Shankar è dovuto soprattutto a quel ponte musicale da lui costruito tra Oriente e Occidente in anni in cui il termine “world music” era ancora molto di là da venire.


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