21 luglio 2015

Richard Ford, la nostalgia dopo l'uragano

Affacciato alla finestra della sua casa, fa scivolare lo sguardo dalla distesa di neve al mare color petrolio. Aspetta. Probabilmente, mentre attende la moglie Kristina per iniziare la lettura ad alta voce delle ultime bozze, Richard Ford pensa a quanto sia fortunato ad amare quella donna, testimone preziosa della sua volubilità da quasi cinquant’anni. Chissà se in quel momento gli torna in mente che quella era stata la casa di un abile pescatore di aragoste. Chissà se lo ha pensato, scrivendo questo suo ultimo libro; sempre che viva ancora in riva al mare. In Tutto potrebbe andare molto peggio ritroviamo Frank Bascombe, protagonista di altri importanti romanzi di Ford (Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza, Lo stato delle cose), in un paesaggio desolante e afflitto, dopo il passaggio dell’uragano Sandy sulle coste del New Jersey. E forse non è un caso che si tratti di un romanzo frammentato che si compone di quattro momenti e di altrettante case. Le case e quello che significano, le storie che si portano dietro; la vita e le sue immagini, ma anche i gesti e le posture, la geografia dei nostri atteggiamenti. Le case come stratificazione geologica delle persone che le hanno abitate nel tempo. Eppure per il vecchio Frank, ex agente immobiliare, ormai disincantato e ruvido, non c’è nostalgia nel lasciarle e cambiarle. Le case si succedono con naturalezza come le cose importanti dell’esistenza. Questo Bascombe assomiglia moltissimo al Ford che ci racconta Livia Manera (Non scrivere di me, Feltrinelli), uno che sente dentro le ossa il senso dell’America. Che è senso dello spazio, dell’opportunità; un luogo dove può essere sempre il momento di lasciarsi tutto alle spalle. Ma forse questo è possibile, proprio perché da qualche parte una traccia indelebile la lasciamo sempre: “Solo le case”, d’altronde, “sono testimoni delle vite che le hanno attraversate”. Nel libro Bascombe incontra per primo Arnie, l’uomo al quale ha venduto molti anni prima la propria casa. L’uragano ora l’ha spazzata via, e noi ci ritroviamo con questi due uomini invecchiati, un po’ goffi, che tentano di spartirsi un dolore ma non hanno i codici della tragedia; non trovano le parole giuste. Davanti all’immagine oscena di una casa sventrata, parlano di soldi. Ma forse è solo che Frank non riesce a togliersi dalla testa il racconto che gli ha fatto la moglie Sally. Quella mattina gli ha parlato dei guerrieri Sioux che - dopo la rivolta di Dakota, prima di essere giustiziati - gridarono all’unisono: “Sono qui!”. Come se quello potesse rendere accettabile la morte; dare consistenza all’esserci. E Bascombe, così come Ford, è uno che urla “Sono qui!”. Lo fa pagina dopo pagina, lungo tutta la sua vita piena di lucida consapevolezza. La nostalgia in questo libro c’è, proprio perché negata. A ogni passo, c’è il senso di una fine. Qualche giorno dopo, un’attraente donna di colore si presenta alla porta di Frank. È stato l’uragano a spingerla fin lì per vedere che fine avesse fatto la casa dove aveva abitato da bambina, prima della tragedia famigliare che le aveva sconvolto l’esistenza. Il settantenne Bascombe l’ascolta imperturbabile. Ormai guarda con una certa asciuttezza agli incidenti della vita, ma proprio per questo li rende più umani, tridimensionali. La notte, poi, sogna ancora di conversare col figlio Ralph, morto nel ’79. Lo sogna uomo fatto, operatore di borsa. Perché d’altronde la vita è questo, è ricordare. Ma anche reinventare, scegliere una versione meno amara. Ridefinirla dentro parole che annullino la lontananza. E per esempio accorgersi, con insolito piacere, di aver continuato ad amare la prima moglie Ann (che Frank incontra nel terzo episodio in una lussuosa casa di cura). Di averla amata dopo la morte del primogenito; di continuare a farlo ancora oggi, ma in modo diverso. Di amare il fatto di voler essere sepolti entrambi vicino al figlio morto quarant’anni prima, quasi fosse una romantica dichiarazione per l’eternità. Le case contengono la vita, la morte e l’amore. E proprio così nell’ultimo episodio Frank al capezzale di un vecchio conoscente in punto di morte, riceve una rivelazione sconcertante: l’uomo tanti anni prima ha avuto una relazione con sua moglie Ann. Bascombe è lo stesso di sempre, eppure è un uomo totalmente diverso. La freddezza esibita in questo libro ci dice quanto il noto personaggio di Ford sia invecchiato, soprattutto se lo ricordiamo all’inizio (in Sportswriter, 1986), quando ancora incredulo e distrutto, eppure innamorato della vita, s’incontrava con l’ex moglie sulla tomba del figlio per festeggiarne il compleanno; dicevano due parole, parlavano di poesia, mentre lei addentava un uovo sodo e si chiedeva se fosse il caso di ricominciare a vivere. Così, chiudendo questo libro ci accorgiamo di un’altra cosa. Ci rendiamo conto che attraverso i romanzi di Ford, siamo stati testimoni di tutta la vita di Frank Bascombe; abbiamo contenuto la sua esistenza tanto comune e così struggente. In qualche modo gli abbiamo fatto da casa. E come lui, anche noi, ora, ci sentiamo immersi nella nostalgia del tempo che fugge e che vorremmo trattenere tra le nostra mura.

 

Richard Ford, Tutto potrebbe andare molto peggio, Feltrinelli

 


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