19 settembre 2019

Ricordando Giancarlo Siani, a 60 anni dalla nascita

«Chi fu giornalista una volta lo sarà in eterno», così diceva il giornalista e scrittore Federigo Verdinois, e in questa frase si racchiude probabilmente il senso più profondo del lavoro e, soprattutto, della vita di Giancarlo Siani, il giovane cronista napoletano ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985 al Vomero, il quartiere di Napoli dove era nato e cresciuto, a soli 26 anni: il 19 settembre ricorre il sessantenario della nascita.

Tra l’università e i movimenti studenteschi (una delle sue foto più celebri, divenuta quasi un manifesto, lo ritrae con dipinto in volto il simbolo della pace), Siani aveva cominciato a collaborare con Il Mattino, come corrispondente da Torre Annunziata, come “abusivo” (per sua stessa definizione), sognando quel contratto che gli avrebbe consentito il salto verso l’abilitazione a giornalista professionista.

Come cronista di nera, iniziò fin da subito a occuparsi di camorra e, soprattutto, delle connivenze tra le famiglie criminali dell’interland napoletano e i politici locali; in particolare, all’indomani del terremoto dell’Irpinia (1980) che era stata la causa principe del legame creatosi tra gli esponenti della politica locale e il boss Valentino Gionta che, partito come pescivendolo ambulante, aveva rapidamente scalato le gerarchie camorristiche prima col contrabbando di sigarette, poi con il traffico di droga dell’intera area torrese-stabiese. Proprio le assegnazioni degli appalti per la ricostruzione post-terremoto segnarono una svolta anche nell’ambiente camorristico di cui Giancarlo Siani si occupava.

La sua passione, il suo impegno, la sua volontà di essere, per usare le sue stesse parole, non un mero giornalista impiegato, ma un «giornalista-giornalista» col dovere di scavare a fondo negli eventi, cercandone le ragioni nascoste e profonde e rivelando le strategie criminali che spesso presiedono alle decisioni politiche sui territori e raccontando le reali monete di scambio degli affari della camorra, gli costarono la vita.

In particolare, di tutte le sue inchieste, un articolo del 10 giugno 1985 decretò ufficialmente la sua condanna a morte; nell’articolo Giancarlo ventilava l’ipotesi (peraltro poi confermata dalla magistratura) che l’arresto improvviso del boss latitante Valentino Gionta fosse stato reso possibile grazie a una “soffiata” fatta ai carabinieri dagli stessi esponenti del clan Nuvoletta, per porre fine alla guerra con il clan rivale della famiglia Bardellino, liberandosi al contempo di un alleato, divenuto ormai troppo potente e, quindi, ingombrante.

I fratelli Nuvoletta, alleati all’epoca anche con i corleonesi di Totò Riina, non tollerarono le parole di Siani che, esplicitamente, dichiarava che avevano contravvenuto al cosiddetto “codice d’onore” mafioso intrattenendo rapporti con le forze dell’ordine e decisero di ucciderlo, nonostante le iniziali perplessità dello stesso Gionta, già in carcere.

Nell’articolo Siani scriveva: 10 giugno 1985 «Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l’arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse “scaricato”, ucciso o arrestato. […] La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di “Nuova famiglia”, i Bardellino».

Poco più di tre mesi dopo la pubblicazione di quell’articolo Giancarlo Siani era già morto, proprio quando era in procinto di pubblicare un libro che indagava sui rapporti illeciti tra politica e camorra sugli appalti post-terremoto e finalmente arrivato nella sede centrale del Mattino, a Napoli, per la sostituzione estiva di un collega.

Mentre stava tornando a casa, a bordo della sua Citroën Méhari verde (in anni recenti recuperata e diventata un simbolo della sua lotta per la legalità), venne raggiunto da un commando di almeno due sicari e colpito in testa da dieci proiettili. Per catturare i suoi assassini furono necessari ben tre pentiti e dodici anni di tempo in cui molte volte vennero ripercorse le sue inchieste, arrivando a stabile la correttezza di quanto aveva scoperto e scritto.

Il vero scopo di Giancarlo Siani era questo, infatti: informare i cittadini perché potessero crearsi delle opinioni e, di conseguenza, scegliere da che lato della barricata stare. Ma per poter scegliere è necessario conoscere i fatti e questo è ciò che un giornalista dovrebbe fare, soprattutto come dovere nei confronti delle generazioni più giovani, di cui Siani si occupava personalmente andando nelle scuole a raccontare il suo lavoro.

«Essere giornalista significa farsi amica la paura e continuare sulla propria strada perché raccontando si diventa scomodi a qualcuno. Le parole, mi è sempre stato detto, feriscono più di mille lame, pungolano le coscienze, sono inviti alla riflessione e alla lotta, teoria che diviene prassi quotidiana di esercizio della libertà». In queste sue parole risiedono in qualche modo il suo testamento spirituale, il suo impegno profondo, la sua volontà di denuncia, la sua idea di opporre, al di là e insieme al lavoro delle forze dell’ordine, una vera e propria resistenza civile alla camorra, tramite la scrittura come mezzo di lotta, che ancora oggi viene portata avanti, nel suo ricordo e nel suo nome.

 

Immagine: Il murale dedicato a Giancarlo Siani in via Vincenzo Romaniello a Napoli (22 settembre 2016). Crediti: Silviasca [Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale], attraverso it.wikipedia.org

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0