24 ottobre 2014

Rinascimento fiammingo

Non venne mai in Italia Hans Memling, eppure il suo rapporto con il nostro Paese fu intenso e duraturo, seppure tessuto a distanza, e ricco di fruttuosi scambi; tanto che in qualche modo la sua figura si pone come una sorta di ponte tra la rigogliosa pittura fiamminga e le suggestioni del Rinascimento italiano.

Italiana era in buona parte la committenza delle sue opere: erano i ricchi mercanti e i banchieri trasferitisi nelle Fiandre a commissionargli ritratti e opere di devozione, una borghesia tutt’altro che incolta, attraverso la quale la pittura di Memling si diffuse poi anche nel nostro Paese. Al momento della sua morte pare che fosse il pittore fiammingo con il maggior numero di opere presenti in Italia. E forse anche per risultare più gradito alla sua clientela, guardò con particolare attenzione alla pittura del nostro Paese, assorbendo nella linea tradizionale motivi ed elementi tipicamente italiani, in particolare l’aspetto del rapporto della figura con il paesaggio retrostante. La mostra appena inaugurata alle Scuderie del Quirinale Memling. Rinascimento fiammingo si sofferma proprio sul rapporto con la committenza italiana, una prospettiva che consente di analizzare che tipo di interesse estetico dimostravano coloro che gli richiedevano un dipinto e come Memling lo interpretasse e realizzasse. Ma questo non è che il punto di partenza: l’esposizione, la prima di un certo peso in Italia, fa una panoramica amplissima sulla produzione di Memling, anche grazie a numerosi prestiti davvero eccezionali, dalla Morgan Library di New York, alla National Gallery di Londra al Groeningen Museum di Bruges: i curatori sono riusciti così a ricomporre opere in più parti disperse nel tempo in angoli lontanissimi del globo (per esempio il Trittico Jan Crabbe, il Trittico Pagagnotti, il Dittico del Cristo benedicente). E non mancano confronti e dialoghi con altri artisti: con le opere del suo maestro Van der Wayden e con quelle di altri pittori italiani che da lui hanno ripreso sia nella ritrattistica sia nei paesaggi. Ancora una volta non è però riuscito ad arrivare a destinazione il famosissimo Trittico di Danzica: commissionato dal banchiere fiorentino Angelo Tani e da sua moglie, e destinato a una cappella di Badia Fiesolana, venne caricato su una nave poi intercettata dai pirati e finì a Danzica dove è custodito da 600 anni.


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