14 maggio 2018

Riscaldamento globale, incubatore di allergie

Vi è una stretta correlazione tra l’aumento delle temperature globali e l’aumento delle allergie, in quanto il periodo di diffusione dei pollini si allunga: questo è quanto emerge da diversi studi compiuti sia in Europa sia in Nord America.

Gli allergeni principali sono in Europa i pollini di Graminacee, e in America quelli dell’ambrosia. Tuttavia, questi ultimi, favoriti dal riscaldamento, si stanno diffondendo anche nel vecchio continente, e hanno stabilmente colonizzato la valle del Rodano in Francia, l’Austria, l’Ungheria, la Serbia, la Slovenia, la Croazia, la Slovacchia, la Romania e, in Italia, la parte occidentale della Lombardia. Le principali manifestazioni cliniche di allergia causate da questa pianta sono la rinite, la congiuntivite e l’asma. Altri allergeni importanti in Europa sono i pollini di Artemisia, di Parietaria judaica, di olivo, betulla e cipresso.

In tutte le zone studiate si è notato un prolungamento della stagione dei pollini, soprattutto quelli di Ambrosia. In un grafico pubblicato dalla United States environmental protection agency si mostra che dal 1995 al 2015 in undici zone del Nord America prese in esame la stagione di impollinazione si è allungata in media di una quindicina di giorni all’anno. A risentirne maggiormente in termini di salute sono proprio gli abitanti delle aree più soggette al riscaldamento, come l’Alaska, dove queste patologie prima rare si stanno diffondendo a una velocità superiore che altrove.

Studi approfonditi e su una serie storica molto lunga (1989-2014), per quanto riguarda il nostro Paese, sono stati compiuti per esempio sugli ecosistemi alpini (Modificazioni climatiche ed effetti sullo spettro pollinico in atmosfera - Il caso di S. Michele all’Adige, 2016), raggiungendo analoghe conclusioni: la temperatura costituisce il fattore più importante nell’influenzare la data di inizio della pollinazione, su cui non agisce solo l’anticipo della stagione mite, ma anche la temperatura invernale, che influenza in particolare la pollinazione delle piante arboree ma meno di quelle erbacee; un altro fattore importante evidenziato da tale studio è quello della velocità del vento, anch’essa aumentata nel periodo considerato.

Secondo i risultati del progetto di ricerca europeo Atopica, nel 2050 le concentrazioni di polline di Ambrosia in Europa potrebbero quadruplicare. Tali studi, che si basano su modelli numerici e andranno quindi confermati sul campo attraverso programmi specifici di monitoraggio, indicano il riscaldamento come responsabile per 2/3 del prolungamento della stagione della pollinazione e quindi dell’aumento delle allergie.

Anche l’inquinamento ha tuttavia una grande rilevanza – e ciò spiega perché nelle città si soffra di più – dal momento che gli inquinanti mutano la chimica dei granuli pollinici aumentandone l’allergenicità; d’altronde, anche l’aumento di CO2 induce alcune piante, come appunto quelle d’Ambrosia, a produrre più polline, e quindi a espandersi più invasivamente.

Insomma, ci troviamo di nuovo di fronte a una serie di effetti a catena innescati dall’uomo di cui anch’egli, facendo parte di questo complessissimo sistema olistico che è la natura, diventa vittima.


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