9 aprile 2018

Riscoprire il generale Grant

di Mariella Radaelli

Non fu solo la Guerra di secessione americana a far grande il generale Ulysses Simpson Grant, poi divenuto presidente degli Stati Uniti per due mandati consecutivi dal 1869 al 1877.

Il valoroso vincitore nordista dell’Unione contro la Confederazione del Sud raggiunge l’apice dell’eroismo vent’anni dopo la Guerra civile, nel 1885, quando la sua forza fisica si è ormai affievolita. Grant si fa stoico eroe nell’affrontare l’ultimo anno di vita. Lo fa con il coraggio della disperazione e una generosità incredibile.

Sa d’avere un cancro terminale alla gola e alla lingua, e sotto la pressione di questo insopportabile macigno si immerge fino all’osso nella stesura delle Memorie personali. Ci vorrà un anno. È al limite del dolore, ma deve raccontare la sua versione della Guerra civile e soprattutto salvare la moglie Julia dalla povertà, proteggerla dopo la sua morte.

Si trova in gravi difficoltà economiche per il recente fallimento della società finanziaria nella quale ha investito i risparmi di una vita. Ma deve pensare a Julia ora, e Mark Twain gli promette che sarà il suo editore. Il grande scrittore sta lavorando ad Huckleberry Finn. Ha sempre stimato il generale Grant, quell’uomo onesto, solido e taciturno registrato all’anagrafe col nome di Hiram Ulysses Grant, nato il 27 aprile del 1822 a Point Pleasant, Ohio, dal conciatore di pellami Jesse Root Grant ed Hannah Simpson, donna silenziosa e molto devota. Twain aveva incontrato Ulysses durante il suo primo mandato presidenziale. Un senatore del Nevada trascinò Twain nell’ufficio presidenziale di Grant (non era ancora lo studio ovale). Twain è nervoso. Grant è seduto alla scrivania, sta appuntando qualcosa. Alza lo sguardo verso Twain che dice a Grant: «Sono un po’ imbrazzato, lei non lo è?». Il grande padre della narrativa americana vedrà nei memoirs di Grant «il lavoro più pregevole nel suo genere dai tempi dei Commentari di Giulio Cesare». Troverà quello stile impeccabile.

Capolavoro composto in circostante estreme, orribili, è sicuramente il memoir migliore che sia mai stato scritto da un presidente americano, anche se qui il generale Grant non spende nemmeno una parola sulla sua presidenza. Racconta la sua guerra di secessione e ancora prima la guerra col Messico e la formazione militare a West Point. Frutterà agli eredi un guadagno totale di 450.000 dollari, equivalente a 10-20 milioni di dollari di oggi questo libro di memorie in due volumi che rimane tra i più grandi best seller del XIX secolo assieme alla Capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe.

Quattro anni prima di morire Grant era entrato in società con un giovane di cui si fidava, un certo Ferdinando Ward soprannominato a Wall Street il Napoleone della finanza. In realtà, Ward cela un’anima da Bernie Madoff dei suoi tempi a un Grant ingenuo in modo recidivo in affari, dove sembra perdere quel senso di chiarezza e scetticismo che possedeva nei teatri di guerra. In Grant & Ward è solo Ward a fare le operazioni e a firmare gli assegni. La gente crede di investire sicuro perché la società porta il nome del grande generale dell’Unione e dell’ex presidente degli Stati Uniti. Grant vi investe tutti i suoi averi e così fanno i suoi tre figli, i suoi cugini e molti veterani. Solo pochi mesi prima della diagnosi della malattia, viene a galla la truffa architettata da Ward con un colossale ‘schema Ponzi’. Grant si sveglia una mattina e scopre che i profitti erano tutti fittizi e che sul suo conto ci sono solo 80 dollari. Anche se William Vanderbilt gli compra la casa sulla East 66th Street, è costretto a licenziare tutta la servitù.

Oggi Grant è al centro di una radicale rivalutazione che in certo senso assomiglia a quella di cui beneficiò Dwight Eisenhower nel corso degli anni Ottanta. Questa revisione storica parte da Ron Chernow che ne firma una nuova biografia di quasi 1000 pagine intitolata semplicemente Grant. Molti storici del passato, al contrario, lo avevano dipinto come un generale mediocre e un presidente scadente. Sicuramente ne avevano criticato i fallimenti personali, in primis il suo problema con l’alcol: un fallimento morale.

L’immagine stereotipata del generale Grant come di un ubriacone incompetente non piace per nulla a Chernow: Grant era un uomo ragionevole in tempi irragionevoli, un uomo di talento e complesso che ha lottato tutta la vita con la dipendenza dell’alcol in un tempo in cui la società americana nuotava nell’alcol pur essendo impietosa verso gli alcolisti. Era un alcolista che non ha mai perso il controllo di sé con la famiglia, un family man attento ed affettuoso.

Ha quarant’anni quando il 12 aprile 1861 scoppia la Guerra civile. Sta lavorando nel negozio di pellami del padre a Galena, nell’Illinois. Non sa che dal punto di vista militare salverà l’Unione dalla Secessione confederata. In tre anni raggiunge il grado di liutenant general. È lo stesso Lincoln a nominarlo comandante generale dell’esercito statunitense il 2 marzo del 1864. È il primo americano a ricoprire questo ruolo dopo George Washington. La sua azione militare è incisiva e decisiva. Il presidente Lincoln ha finalmente trovano in lui un generale nordista che “combatte” (per usare una definizione di Lincoln stesso) e soprattutto che vince. L’anno seguente vedrà l’esercito sudista prostrarsi ai suoi piedi.

Grant combatte le sette principali battaglie della Guerra di secessione, a iniziare dalla brillante strategica cattura dei forti Donelson ed Henry in Tennessee nel 1862, che spiana la via all’Unione per il controllo della metà occidentale della Confederazione. Con l’occupazione di Fort Donelson, Grant si guadagna l’appellativo di ‘Unconditional surrender Grant’ per il suo granitico rifiuto a concedere solo la resa incondizionata. Nel giugno del 1864, il suo esercito di Potomac soffre un’umiliante sconfitta durante il cruentissimo assalto su Cold Harbor dove 7000 dei suoi soldati muoiono in meno di un’ora. Alcuni, tra cui Mary Todd Lincoln, cominciano a chiamarlo ‘Butcher’ (macellaio).

Grant cerca di chiudere la morsa attorno alla Confederazione: fino alla primavera 1865 quando sono invase le due Caroline. Ad aprile Petersburg è espugnata dagli unionisti e, senza rifornimenti, Richmond deve capitolare. Il generale Robert E. Lee va a occidente, ma Grant gli blocca la strada. Chernow spiega la strategia militare di Grant citando un altro generale dell’Unione, William T. Sherman: «Mentre Lee attacca il portico di casa, Grant attaccherebbe la cucina e la camera da letto». Grant consegue la vittoria finale su Lee ad Appomattox; il 9 aprile del 1865 avviene la resa. Nel 1866 la nazione riconoscente gli conferisce il grado di generale dell’esercito degli Stati Uniti, primo generale a ‘quattro stelle’ della storia americana.

Eppure nell’Era della ricostruzione lo attaccano per il gusto d’attaccarlo: è troppo duro con il Sud o troppo indulgente. Per Chernow fu vittima degli storici sudisti che non gradirono le sue politiche sulla ricostruzione. Dopo l’assassinio di Lincoln diventa il volto e l’anima del Partito repubblicano. L’America si rivolge ancora a lui per unire il Paese dopo la disastrosa breve presidenza di Andrew Johnson. La gente è stanca della politica e Grant sembra offrire un’alternativa alla palude di Washington dei politici professionisti. Nel 1869 viene eletto presidente degli Stati Uniti, il diciottesimo.

Durante i due mandati della sua presidenza si propone come uomo di pace e porta stabilità al Paese. Cerca di proseguire le politiche di Lincoln, l’unico uomo al quale abbia obbedito con la massima devozione. Mentre Lincoln viene celebrato nella storia americana come il presidente che ha posto fine alla schiavitù, il presidente Grant dovrebbe essere ricordato come l’instancabile sostenitore dei diritti civili degli afroamericani e un acceso nemico del Ku-Klux Klan, di cui, sotto la sua amministrazione, vengono condannati oltre 600 membri.

Grant combatte per proteggere i diritti dei freedmen che avevano ottenuto la libertà durante e dopo la Guerra civile in seguito alla Proclazione di emancipazione e al XIII emendamento della Costituzione americana. Questo per lui è un impegno sia sul fronte militare che politico. Sul campo di battaglia aveva ammirato e rispettato i soldati di colore e da presidente continua a difenderne i diritti da veterani. Sotto la sua presidenza viene ratificato il XV emendamento che vieta al governo degli Stati Uniti e ai governi dei singoli Stati di discriminare il diritto al voto di ogni cittadino sulla base della razza, del colore della pelle o di una precedente condizione di schiavitù. 

Eppure gli storici della Gilded age (dal 1870 al 1900) demolirono il presidente Grant. Ne vedevano una creatura dei robber baron, quei capitalisti senza scrupoli che si costruivano enormi fortune personali attraverso forme di concorrenza sleale. Non si può certo omettere il fatto che diverse persone della sua amministrazione, incluso il suo gabinetto, si macchiarono di attività fraudolente.

Chernow non nega i fallimenti di Grant come uomo, come generale e presidente. Ma scrive forte e chiaro che nonostante tutto Grant rimane uno dei grandi uomini della storia degli Stati Uniti d’America. È una figura che commuove noi uomini di oggi così come aveva emozionato Mark Twain. Il grande scrittore si chiedeva come Grant avesse fatto a stendere tutto d’un fiato in un’unica seduta il capitolo di oltre 50.000 battute dedicato ad Appomattox. A un suo amico Twain dice: «Io non riesco a scrivere più di trentamila battute nemmeno nel mio giorno migliore, invece Grant, che ha il cancro, stende cinquantamila battute tutte in una volta. Grant è una persona incredibile».

Grant descrive i fatti nella loro nuda essenzialità. Con lucidità di pensiero racconta le astuzie tattico-strategiche, vittorie e sconfitte. Grande è il rammarico, immenso è il dolore per le perdite umane vertiginose. Gli si legge quell’afflizione nello sguardo triste.

Trascorre le sue ultime cinque settimane appena fuori Saratoga Springs, a Mount McGregor. L’aria è salubre, di montagna. Seduto su una sedia in rattan scrive come un matto lì fuori nel portico del cottage che ospita anche la sua famiglia. Posa la penna una settimana prima di spegnersi. Ora può lasciare il corpo di dolore. Lo scopo è raggiunto, le memorie completate e Julia protetta.

 

Galleria immagini


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0