30 ottobre 2014

Sade, mostro o intellettuale?

Era figlio di un aristocratico connubio, tra una nipote di Richelieu e un discendente dell’esangue Laura petrarchesca; trascorse metà della vita internato, in prigione o in manicomio; fu saggista, poeta, drammaturgo, filosofo, scrittore e rivoluzionario; lo hanno definito «autore nero e terribile», lo hanno apostrofato come «maiale» e ora lo riabilitano come «intellettuale»: questo è il sadico destino di Donatien-Alphonse-François Sade, tornato da poco in libreria con una raccolta di muriatiche Storielle per i tipi di Elliot (pagg. 62, € 8,50).

Intanto, in Francia si preparano a celebrare il centenario della morte, che cadrà il prossimo 2 dicembre, con due mostre al Musée d’Orsay e all’Institut des Lettres et Manuscrits: la prima, intitolata Sade. Attaquer le soleil, curata da Annie Le Brun e in corso fino al 25 gennaio 2015, porta in scena una selezione di opere sul tema del desiderio e del vizio, della ferocia e del mostruoso, da Goya a Géricault, da Rodin a Picasso; la seconda, dedicata a Sade - Marquis de l’ombre, prince des Lumières. L’éventail des libertinages du XVIe au XXe siècle, è una esclusiva esposizione (fino al 18 gennaio 2015) del manoscritto autografo de Le 120 giornate di Sodoma, sbozzate dal Marchese nel 1785 mentre era detenuto alla Bastiglia. Pur in scala ridotta, anche gli apologhi editi ora in Italia «possiedono le impronte pornografiche e filosofiche del miglior Sade», spiega nell’introduzione il curatore Antonio Veneziani, e sono «contraddistinte da una leggerezza non usuale nello scrittore-filosofo», che sfoggia qui il lato meno oscuro e capriccioso della sua luna lubrica. Pure queste dodici novelle furono composte in carcere, nel 1788, e andarono perdute fino al 1926, quando le ritrovò, e pubblicò, il surrealista Maurice Heine; tra i protagonisti vi figurano: un «vescovo impantanato» che, per uscire dal guado, deve permettere al suo cocchiere di bestemmiare; una baronessa che concede la figlia bambina a un sessantenne bavoso, «ben contento di posizionarsi come Ganimede e Socrate»; una presidentessa-pitonessa che giace a letto con l’amato serpente; una marchesa fedifraga e «imprudente che immagina basti non stringere una vera relazione con un amante per non offendere il marito»; un «maestro di filosofia» che organizza un triangolo carnale per spiegare all’allievo i misteri del cristianesimo – e al ragazzo che si lamenta della deflorazione replica: «Ma non vedi che ti sto insegnando tutto insieme? È la trinità che ti sto spiegando, ancora cinque o sei lezioni e sarai dottore alla Sorbona». Nei panni del «moralista che condanna la stupidità» e del fine psicologo che sonda l’inconscio negli inguini, il divin marchese sforna una serie di ritratti improbabili ma naturalistici, irresistibilmente comici ma mai farseschi o grotteschi: «Paradossalmente lo scrittore come l’erotomane sa che l’unico mondo reale è quello che egli inventa», diceva di lui Alain Robbe-Grillet. Tra Zola e Petronio, realismo e satira di costume, Sade si rivela maestro della “letteratura materialistica”, esilarante e istruttivo, fumantino e cruento. Sbertuccia tutto e tutti: fantasmi e delitti, bordelli e astrologhi, gendarmi smutandati per dar prova di circoncisione e fiori di castagno che odorano del «seme fecondante che alla natura piacque collocare nei fianchi degli uomini». Tuttavia, il bersaglio preferito di queste cupe favolette restano i colleghi libertini, in primis lo sfrenato «cardinale di…, del quale, considerato che vive ancora e gode di eccellente salute, mi consentirete di tacere il nome». L’Eminenza è in affari «con una di quelle donne il cui mestiere ufficioso è rifornire i viziosi di oggetti necessari ad alimentare le passioni», laddove «oggetti» non sta per giochi e trastulli erotici, bensì per «bambine di tredici o quattordici anni al massimo». Avendo, però, un giorno terminato la merce, la maîtresse decide di ingannare il porporato, propinandogli un ragazzetto imbellettato e imparruccato come una signorina, certa che il sodomita non si sarebbe mai accorto della differenza lombare. Eppure la truffa viene scoperta, e – coup de théâtre – sua Eminenza esclama, «come quel contadino al quale erano stati serviti tartufi per patate: “Ingannatemi pure sempre così…”». Il bel mondo di Sade è un paradosso: gira al contrario, ma funziona alla perfezione, con la sua logica granitica e inconfutabile per cui «non è il mio modo di pensare che ha fatto la mia rovina, ma il modo di pensare degli altri».


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