04 marzo 2013

Salvatores e l’educazione siberiana di una giovane canaglia

C’è una regione dell'ex Repubblica socialista moldava (oggi Moldavia) chiamata Transnistria: una regione proclamatasi indipendente nel 1990 ma non riconosciuta da nessuno Stato, una zona che si sottrae a ogni tipo di legge. La Transnistria è infatti il luogo dove nel corso dei decenni sono stati deportati tutti i criminali dell’Unione Sovietica: più che uno Stato, una comunità criminale, sconvolta dalla guerra tra bande e regolata da una rigida lista di regole interne, non scritte ma senza appello, che devono essere strettamente osservate, pena l’espulsione della comunità stessa. Qui si consumano l’infanzia e l’adolescenza del protagonista, il giovane Kolima, educato dal nonno Kuzja (John Malkovich), un anziano malavitoso, a rispettare il codice etico della criminalità siberiana. Anche tra i criminali, infatti, vige un codice comportamentale che si potrebbe definire ‘etico’: c’è il divieto assoluto di stupro e strozzinaggio, mentre lo spaccio, i furti e le rapine sono consentiti solo quando a farne le spese sono i ricchi o i rappresentati dello Stato. La vita è sacra, come lo è il rispetto dei più deboli: per questo sono accettati soltanto gli omicidi di poliziotti, usurai e trafficanti di droga, e soltanto quando supportati da una giusta causa. Kolima imparerà sulla propria pelle a districarsi in questo mondo dominato dalla sopraffazione e dalla violenza, ma anche da un paradossale sentimento di comunanza e solidarietà. Gabriele Salvatores porta sul grande schermo l’adattamento cinematografico dell’omonima autobiografia romanzata (o romanzo autobiografico) dello scrittore russo Nicolai Lilin, firmando una riuscita rappresentazione dell’etica distorta che caratterizza ogni gruppo criminale (basti pensare al codice d’onore degli uomini di mafia), con il merito di non perdere di vista il nucleo fondamentale della narrazione: di fronte alla morte e alla violenza si possono creare sentimenti di fratellanza indistruttibili.


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