04 novembre 2014

Salviamo il teatro a Rebibbia

Nel 2013, all’interno della sezione di massima sicurezza femminile della Casa di reclusione di Rebibbia, nasceva Le Donne del muro alto, progetto che – sostenendo la funzione terapeutica e pedagogica del teatro – ha coinvolto le detenute nella realizzazione e messa in scena dello spettacolo Didone, una storia sospesa, dedicato (forse non a caso) a una delle figure più tragiche nel panorama della drammaturgia femminile.

Accolto con entusiasmo da istituzioni e detenute, sull’esperienza de Le Donne del muro alto potrebbe però calare presto il sipario per mancanza di finanziamenti. Per questo l’associazione Per Ananke ha deciso di lanciare un campagna di crowdfunding online con un obiettivo e una data ben precisi: raccogliere almeno 12.500 euro entro la fine di gennaio. Infatti, nonostante il progetto abbia vinto il bando della Regione Lazio dedicato al finanziamento alle officine sociali di teatro, se l’associazione non riuscirà a raccogliere almeno la metà dei 25.000 necessari, tutte le attività potrebbero essere presto interrotte. Da qui l’idea di rivolgersi agli internauti, come spiega Francesca Tricarico, curatrice del progetto: «L’attività teatrale si pone come potenziale agente di cambiamento e miglioramento delle condizioni dei detenuti. il carcere dovrebbe essere il luogo della rieducazione, del viaggio verso il reinserimento nella società e della scoperta di sé stesso e dell'altro e della società. Quale strumento migliore del teatro?». Non solo workshop e laboratori: il nuovo laboratorio biennale – che gode del patrocinio gratuito del Garante dei detenuti del Lazio – prevede anche la pubblicazione di un libro fotografico, scritto dalle detenute, che utilizzando il pretesto della finzione scenica racconteranno sé stesse, le loro parabole esistenziali, il loro rapporto con la prigionia, le istituzioni, il senso di colpa e la speranza. «Vogliamo aprire una finestra su una realtà di cui non si parla mai abbastanza», afferma Tricarico, che ha lavorato come assistente alla regia nell’acclamato Cesare deve morire dei fratelli Taviani, basato su un’analoga “impresa teatrale” realizzata dai detenuti di Rebibbia. «Lo spettacolo dell’anno scorso è stato una grande occasione di riscatto e crescita. Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni».


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