08 gennaio 2018

Sayat-Nova, l’ultimo trovatore dell’Occidente

di Simone Zoppellaro

«La montagna delle lingue» (jabal al-alsun): così i geografi arabi del Medioevo chiamavano il Caucaso. Una regione da sempre, quant’altre mai, ricca di idiomi, culture, religioni che hanno convissuto una accanto all’altra per secoli dialogando e fecondandosi in modo profondo e duraturo. Un patrimonio messo in pericolo dai rigurgiti nazionalistici che, rimasti a lungo sopiti sotto il «nero velluto della notte sovietica» – come scriveva il poeta russo Osip Mandel’štam –, sono tornati oggi a pesare, seminando guerre, fratture, morte. Eppure, sono numerosi in passato gli esempi di interazioni e influenze reciproche fra le diverse culture della regione, definibili secondo i nostri canoni attuali come transnazionali. E un simbolo potente in tal senso è il poeta armeno Sayat-Nova, morto a Tbilisi nel 1797, «l’ultimo trovatore del Caucaso, ma anche della civiltà occidentale», come l’ebbe a definire la studiosa armena italiana Gabriella Uluhogian.

Poeta trilingue, capace di comporre versi non solo nel suo idioma nativo, l’armeno, ma anche in lingua georgiana e azera, Sayat-Nova nutrì il suo estro di forme e motivi ripresi dalla grande tradizione poetica persiana, la cui influenza un tempo si estendeva dai Balcani al Subcontinente indiano. Notevole anche il suo apporto fornito alla storia della musica, come testimoniano la statua e la via a lui dedicate a Erevan, nei pressi del conservatorio della capitale armena. Un legame, quello fra parola poetica e musica, ancora strettissimo e indissolubile per il nostro poeta, che accompagnava le sue liriche con raffinate melodie suonate soprattutto con l’amato kamancià. Uno strumento a corde che, dalla Persia, si diffuse ampiamente lungo la Via della seta nel Caucaso e in Asia centrale, nonché in terra turca e curda. Un poeta ancora poco conosciuto da noi, il nostro, che ora il lettore italiano può scoprire grazie alla pubblicazione da parte dell’editore Ariele dell’intero Canzoniere armeno, reso disponibile in un ampio volume con testo originale a fronte nell’ottima traduzione di Paola Mildonian.

Ed eccone qui un fugace assaggio, parte di un componimento più ampio, ripreso proprio da questa versione:

 

Nel tuo seno nutri le rose, le viole, il giacinto e il giglio.
A che serve il giardino al tuo signore? Il tuo profumo è quello del basilico.
Hai spiegato come vela i tuoi capelli, e li attraversa il vento,
il mondo è un mare, tu la nave che lo percorre e si culla sulle sue onde.

 

Fra le varie rielaborazioni successive della figura di Sayat-Nova, ispiratore della cultura caucasica di ieri e di oggi, spicca il capolavoro cinematografico di un altro armeno georgiano, il regista Sergej Paradžanov. La sua pellicola, intitolata Il colore del melograno, è un’opera multiforme, barocca, ricchissima da un punto di vista iconografico, e narra la vita del poeta in una narrazione che trabocca di allegorie e simboli, segni e suggestioni. Realizzata nel 1969, in piena epoca sovietica, quest’opera manifesta tutta la sua originalità nel suo essere in totale controtendenza nei confronti dei rigidi dettami dell’estetica imposta dal potere sovietico. Una ricerca stilistica che, insieme alla sua omosessualità, il regista si trovò a pagare a duro prezzo: spedito in un gulag siberiano, poté ritrovare la libertà solo grazie al grande rilievo internazionale che suscitò la vicenda. Fra i molti a mobilitarsi per la liberazione del regista, anche i nostri Fellini e Antonioni, ben consapevoli del valore dell’opera di Paradžanov, che proprio nella sua narrazione onirica e surreale di Sayat-Nova, intrisa della magia ludica e eterea del Caucaso, tocca il suo vertice di perfezione.

 

Sayat-Nova, Canzoniere armeno, Ariele, 2015, pp. 214


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