Questo sito contribuisce all'audience di
08 agosto 2017

Scoperti a Bari i resti dell’antico porto

La vocazione mercantile di Bari, primo porto dell’Adriatico ed essenziale punto di contatto tra Europa e Medio Oriente, è ben nota fin dall’antichità, con le sue origini forse cretesi, la lunga storia di porto greco e romano e poi la fiorente vita religiosa e culturale in epoca medievale, soprattutto da quando, nel 1087, vi furono traslate le reliquie di San Nicola di Mira. La sintesi tra cultura e commercio che anima la città, esaltata durante il Ventennio con la fondazione della Fiera del Levante e la costruzione del monumentale lungomare, si conferma oggi con la scoperta, durante i lavori per la costruzione del Polo per l’arte e la cultura contemporanea, dei resti di un antico porto messi in luce sotto la pavimentazione dell’ex Mercato del pesce. La banchina, in blocchi di calcare, databile certamente a prima del 1837 – anno in cui fu costruito il mercato –, è forse di origine rinascimentale, e la sua scoperta andrà ad arricchire notevolmente il valore storico, architettonico e culturale dell’area in cui si stanno svolgendo i lavori, che saranno completati entro febbraio 2019, dando vita, come ha detto il sindaco Antonio Decaro, a un vero e proprio anello di congiunzione tra passato, presente e futuro nel cuore della città.

Gli spazi espositivi del Polo per l’arte e la cultura contemporanea, che ha tra l’altro già iniziato le sue attività alla fine del 2016 con la mostra Trame presso lo Spazio Murat (primo dei tre edifici destinati a costituirne la sede, insieme al Mercato e all’ex Teatro Margherita), si andranno così a integrare con il percorso della Bari sotterranea, del quale entreranno a far parte i resti del porto appena scoperto: un percorso che già oggi attira un costante flusso turistico e che permette ai visitatori di apprezzare le suggestive aree archeologiche che soggiacciono a diversi edifici monumentali della città vecchia, tra cui i resti di una chiesa paleocristiana e l’abitato bizantino che si cela nelle fondamenta del Castello normanno-svevo.

Continua, dunque, il processo di radicale rinnovamento della città vecchia, che permetterà di rilanciare il capoluogo pugliese come meta turistica e culturale di primo piano che inserirà armoniosamente le sue radici locali nella più ampia cornice della geografia culturale dell’Est Europa e del Mediterraneo.

 

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
  • Per approfondire
02 agosto 2017

Palermo, Capitale italiana della cultura 2018: inizia la sfida

Palermo è la Capitale italiana della cultura per il 2018: la conferma ufficiale è arrivata il 21 luglio scorso con la delibera del Consiglio dei ministri che ha confermato la candidatura dello scorso gennaio, accettata, si leggeva nelle motivazioni della giuria, per il suo progetto «di elevato valore culturale e di grande respiro umanitario», con il quale il capoluogo siciliano ha battuto Alghero, Aquileia, Comacchio, Ercolano, Montebelluna, Recanati, Settimo Torinese e Trento. Il prestigioso titolo va a sommarsi alla designazione, anch’essa già certa, di Palermo come sede dell’importantissima biennale itinerante europea di arte contemporanea Manifesta, che dopo la tappa del 2016 di Zurigo approderà in Sicilia per la sua dodicesima edizione.

Si preannuncia quindi un anno denso di cultura per una città che vanta un patrimonio storico, artistico e architettonico unico al mondo, eccezionale sintesi delle civiltà che hanno contribuito a plasmarla, dalle vestigia greche e romane alle architetture arabe e normanne, e che dal 2015 formano, tra l’altro, il sito seriale UNESCO Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale.

A questi monumenti andranno ad aggiungersi, nel progetto presentato dalla città, le eccellenze culturali di Castelbuono, con il suo Museo civico «che si è distinto negli ultimi anni per la capacità di coniugare tradizioni e arte contemporanea» e Bagheria, sede del Museo Guttuso.

Ma ciò che ha reso vincente il progetto palermitano è appunto l’integrazione tra la dimensione culturale e quella umanitaria: la città della splendida lapide quadrilingue conservata al Palazzo della Zisa, simbolo del dialogo tra più culture fin dal 1149, si candida a essere capitale dell’accoglienza e della difesa del diritto alla cultura per tutti, cittadini e migranti, nell’ottica di portare avanti, come si legge nel dossier di candidatura, una «visione politica mediterranea ispirata ai principi fondativi dell’Europa ed al riconoscimento dei diritti umani universali». Da qui, dunque, l’idea del Festival delle letterature migranti, vero e proprio cuore del progetto, che si propone di tracciare le storie che accompagnano i popoli nei loro movimenti, perché, come recita un bel detto siciliano, «Cu avi lingua, passa u mari»; cioè, parafrasando, chi ha accesso alla cultura può fare qualsiasi cosa, anche “attraversare il mare” lasciandosi alle spalle infinite sofferenze per costruirsi una seconda possibilità.

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
  • Per approfondire
21 luglio 2017

Un'estate da raccontare. Metodi e prospettive per un turismo in crescita

di Paola Tournour-Viron e Stefano Di Polito

 

«L’Italia sarà la destinazione preferita per le vacanze di quest’estate sia dagli italiani che dagli stranieri». La riflessione di Gianfranco Battisti, presidente di Federturismo Confindustria, non è dettata da immotivato ottimismo. Da mesi, le prenotazioni e le richieste per il Bel Paese fioccano da ogni parte.  E tutto fa supporre che quella appena iniziata sarà per il secondo anno una memorabile calda stagione. Secondo le stime delle associazioni di settore, tra gli italiani, a viaggiare saranno soprattutto i giovani e le famiglie, diretti per lo più verso i litorali di Sardegna, Puglia e Sicilia. Per quanto riguarda invece gli arrivi stranieri, per i quali si prevede una crescita pari a tre punti percentuali rispetto allo scorso anno, la domanda si rivelerà particolarmente massiccia da parte dei visitatori in arrivo da Germania, Francia e Regno Unito. Mediamente, si fermeranno nella nostra penisola una decina di giorni, facendo lievitare il business del comparto ricettivo di circa quattro punti percentuali. Se a questo si aggiunge che recentemente l’Italia ha ottenuto dall’UNESCO l’inclusione di 2 nuovi siti nella lista del patrimonio tutelato che – con 53 luoghi protetti – ci vede in testa alla graduatoria mondiale, il comparto può guardare con una certa soddisfazione ai mesi che verranno. Ciò non toglie ovviamente che nel Paese detentore del brand turistico più energicamente impresso nella mente dei viaggiatori internazionali, si potrebbe fare meglio e di più. Gli esperti di economia turistica hanno addirittura stimato che il contributo al Pil nazionale dell’industria dei viaggi potrebbe arrivare al 20%, contro l’attuale 4,1% (dati WTTC, The World Travel & Tourism Council), se si considera il giro d’affari diretto, oppure 10,1% se si includono gli effetti diretti, indiretti e indotti, frutto delle attività di ristorazione, museali e commerciali, in particolare – in quest’ultimo caso – quelle generate dallo shopping orientato alle griffe italiane legate a moda, artigianato e design.

 

Cosa pensano i turisti dell’Italia

Fatte queste doverose premesse, passiamo ai numeri  riguardanti il Bel Paese pubblicati dall’Osservatorio nazionale sul turismo di Unioncamere (ultimi dati disponibili al momento della stesura di questo testo). Questi ci dicono che, a livello globale, ad esempio, tra le principali difficoltà incontrate dai tour operator esteri nel processo di vendita del nostro Paese figurano i prezzi, considerati troppo elevati dal 43% di essi e, in particolare, da quelli europei (49%), statunitensi (52%), brasiliani (40%) ed argentini (36%). E se a lamentare uno standard qualitativo basso del servizio è ‘solo’ il 9% dei tour operator stranieri, non va trascurato che la quota sale al 33% tra quelli canadesi e al 30% tra i cinesi. Questi ultimi, insieme ai coreani, considerano infatti insufficienti le nostre infrastrutture e/o inefficiente il sistema di trasporto pubblico e, con i colleghi nipponici, indicano tra i problemi legati all’Italia anche  la mancanza di sicurezza. Una criticità forte per i viaggiatori orientali in genere, tanto da costituire uno scoglio per il 100% dei coreani, il 90% dei cinesi e il 40% dei giapponesi. Le suddette criticità obbligano quindi a un ripensamento dell’offerta, che probabilmente andrebbe ristrutturata seguendo la linea della tipicità e dell’italianità, dando maggiore voce ai territori e alle loro ricchezze peculiari. Lavorando su una filiera più corta si otterrebbe una maggiore competitività anche in termini di prezzi e un coinvolgimento più sincero ed efficace della popolazione locale, guadagnandone sul fronte della qualità del servizio e della sicurezza.   Non va insomma mai dimenticato che il nostro Paese gode a livello mondiale di una notorietà senza eguali per tradizione storica, artistica, architettonica ed enogastronomica. Lo diciamo tanto, ma ci crediamo poco. Così come troppo poco ricordiamo che l’Italia rimane una delle mete di vacanza in assoluto più sognate.

 

Perché gli stranieri ci amano e cosa ci chiedono

Le città d’arte e il turismo balneare restano al momento  i due prodotti più venduti nel panorama dei viaggi organizzati, sia dagli operatori stranieri che trattano la “destinazione Italia” sia dai colleghi italiani che lavorano nel turismo domestico. Le ultime rilevazioni a cura di ISNART (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche )/Unioncamere evidenziano ancora una volta come lo stile di vita italiano sia un elemento fortemente caratterizzante della destinazione e sempre di altissimo appeal che, a livello generale, viene indicato da oltre il 26% dei buyer esteri, con punte fino al 46% per i buyer del mercato statunitense. L’importanza di preservare questo genere di attrattiva è ormai unanimemente riconosciuta ed è confermata dai dati dell’Osservatorio mercati esteri TTG Italia che, nell’analisi sulle possibili modalità di innovazione dell’offerta turistica italiana, evidenzia come da parte dei turisti stranieri ci sia una marcata richiesta di «Preservazione di tradizioni, cultura e luoghi» e di «Maggiore valorizzazione dell’Italian Style». Tale studio torna a mettere in luce le peculiarità dell’italian style in tutte le sue espressioni universalmente riconosciute: creatività, accoglienza, ‘dolce vita’. I visitatori che arrivano da oltre confine suggeriscono anche una maggiore diffusione della musica italiana, soprattutto lirica, e una più consistente presenza di libri e opere d’arte che favoriscano l’immersione nella cultura e nel ‘sistema di vita all’italiana’ così come si prefigura nell’immaginario collettivo del turisti stranieri.  La richiesta da parte dei turisti esteri per la preservazione dell’“autenticità italiana” è ulteriormente confermata dalla convinzione che per il 71,6% degli operatori ciò che apprezzano di più i viaggiatori stranieri sia  “la tradizione”, declinata in oggetti e arredi di design, nel fashion e nelle griffe. Tale scenario offre, quindi, la possibilità di innovare il modello di turismo diffuso nel nostro Paese. Il progetto “Italia da raccontare” - www.italiadaraccontare.it – nato da un censimento delle migliori pratiche di turismo e storytelling – BESTORYTELLING – offre una panoramica interessante di metodi e realtà innovative che stanno rilanciando il turismo in aree meno note del Paese, attraverso forme che garantiscano lo sviluppo locale e la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. In Italia si sta affacciando una nuova generazione di operatori turistici in grado di sfruttare la comunicazione digitale per valorizzare territori ancora poco noti e accrescere le ricadute del turismo in termini di recupero delle tradizioni e salvaguardia di intere aree. Bisogna cavalcare questo trend in crescita e fare in modo che sia un traino per tornare a promuovere il nostro Paese con la giusta efficacia. Individuando correttamente i suoi punti di forza, e scegliendo i temi narrativi più corretti, quelli davvero capaci di renderla unica e inimitabile. Per imparare a valorizzare l’Italia e l’italianità con un pizzico di sano e giusto orgoglio, senza inutili e improduttive autoflagellazioni. Indugiando magari per un istante nella salutare consolazione leopardiana secondo cui «gli stranieri quando s’ingannano sul nostro conto, più tosto s’ingannano in favor nostro che in disfavore».

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
24 luglio 2017

Palmira torna a splendere ad Aquileia

Il Museo archeologico nazionale di Aquileia ospita fino al 3 ottobre la mostra Volti di Palmira ad Aquileia: sono esposti materiali preziosi, come ritratti, epigrafi e mosaici, provenienti dall’antica città romana, che l’Isis voleva cancellare e che ora torna a splendere ad Aquileia. L’esposizione, a cura di Marta Novello e Cristiano Tiussi, ha un forte valore simbolico oltre che una notevole importanza culturale: le atrocità e i crimini commessi dall’Isis contro il patrimonio culturale di Palmira e delle altre città simbolo della Siria e dell’Iraq, come Ninive, Hatra, Mosul e il suo museo - senza dimenticare l’efferata uccisione di Khaled al-Asaad, direttore generale delle antichità di Palmira - hanno colpito non soltanto l’identità culturale dei rispettivi popoli e Paesi, ma anche quella di tutta l’umanità. Ora dopo le grandi distruzioni perpetrate dal terrorismo islamico si è aperta la prima mostra in Europa dedicata a Palmira, che rappresenta un’ulteriore tappa del percorso denominato “Archeologia ferita” ideato dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo museale del Friuli Venezia Giulia, e aperto nel 2015 dalla mostra dedicata ai tesori del Museo del Bardo di Tunisi. Palmira e Aquileia, nonostante la distanza geografica, sono accomunate da una storia e da un profilo culturale simile: entrambe erano città di confine, crocevia e punto di passaggio per merci, uomini, culture. Palmira era la porta verso l’Oriente e la vicina Persia; Aquileia era luogo di frontiera verso est per l’Impero romano e i popoli barbarici. Per questo hanno accolto al loro interno culture diverse, aprendosi a contaminazioni, scambi artistici e culturali oltre che commerciali, come testimoniano i preziosi reperti ora in mostra: 16 pezzi sono originari di Palmira e 8 da Aquileia, per la prima volta riuniti insieme. In particolare quelli palmireni provengono dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai Musei Vaticani e da quelli Capitolini, dal Museo delle Civiltà – Museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, dal Museo di scultura antica “Giovanni Barracco”, dal Civico museo archeologico di Milano e da una collezione privata. I volti delle donne e degli uomini presenti in esposizione mostrano nei loro ritratti una cura unita a un’estrema raffinatezza nell’esecuzione e una ricchezza negli ornamenti, nelle vesti e nelle acconciature, ma consentono anche di percepire e svelare che i modelli di autorappresentazione e le formule iconografiche utilizzate a Palmira e ad Aquileia erano affini e appartenenti a un medesimo sostrato culturale. «Con i loro volti, i loro abiti e i loro gioielli», come affermava l’archeologo francese Paul Veyne, gli antichi cittadini di Palmira sono diventati ora «cittadini del mondo».

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
  • Per approfondire
13 luglio 2017

A Buggerru, sul treno dei minatori sardi

È tempo di vacanze, la Sardegna svetta nelle classifiche turistiche italiane per la bellezza delle sue spiagge e del suo mare cristallino. Il Sulcis-Iglesiente non fa eccezione, aggiungendo alla ricca proposta balneare un itinerario di scoperta meno noto ma non meno affascinante, che conduce dritto dritto nelle miniere del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna - Patrimonio UNESCO dal 1997.

L’archeologia industriale mineraria del territorio annovera, infatti, siti di ampia rilevanza storica e culturale, capaci di proiettare i visitatori in un tempo non troppo lontano, eppure dimenticato in fretta: quello dell’attività estrattiva nazionale, che fiorì tra il XIX e il XX secolo e che promosse anche in questa zona la costruzione di autentici capolavori di ingegneria e architettura industriale. Tra gli altri, si ricordano Porto Flavia, con un sistema ingegnoso di nastri trasportatori che caricavano i materiali estratti direttamente sulle navi; la grotta di Santa Barbara nella miniera di San Giovanni, con le gallerie contorte e i cristalli di barite; la laveria Lamarmora nei pressi dell’abitato di Nebida, fronte mare, dove fino agli anni Trenta si “lavavano” i minerali e li si imbarcavano sulle bilancelle. Tutti questi siti meritano un attento sopralluogo, ma la Galleria Henry, nei pressi di Buggerru, propone un’esperienza davvero singolare.

Il tunnel si snoda nell’altopiano di Planu Sartu per circa un chilometro, a 55 metri sul livello del mare, e costituisce un’opera ingegneristica di rara complessità, soprattutto se riferita ai tempi in cui venne realizzata. La galleria, oggi completamente illuminata e messa in sicurezza, fu scavata a partire dal 1865 dalla Société anonyme des mines de Malfidano per trasportare in treno i materiali appena estratti (soprattutto calamina) fino alle distanti laverie. Grazie alla costruzione di questo percorso ferrato, dalla sezione di circa 11 mq, una locomotiva a vapore trainante vagoni con casse in ferro sostituì dal 1892 il lavoro bestiale del vagonaggio a mano, fino a quel momento a totale carico di uomini e muli. Oggi la locomotiva a vapore non viaggia più ma si può salire a bordo di un altro treno, utilizzato dai minatori in epoca più recente, che percorre parte del tragitto di allora con il suo carico di curiosi, turisti e appassionati. La tratta di andata prevede l’attraversamento in treno della galleria e si conclude in una zona di scavi a cielo aperto, con edifici e magazzini che sembrano usciti per incanto dal Far West; quella di ritorno si compie a piedi, seguendo un comodo camminamento obbligato, che riporta al punto di partenza attraversando alcuni tunnel e ricamando l’orlo delle falesie, davanti a spettacolari faraglioni in dolomia e al mare blu cobalto. Ai più sentimentali possono tremare un po’ le gambe in entrambe le direzioni: tunnel oscuri, panorami mozzafiato, clangore dei vagoni e segni di antiche esplosioni accompagnano ogni momento, lasciando in adulti e bambini il ricordo di un’esperienza difficilmente replicabile altrove.

Tuttavia, l’ardito sistema ferroviario di Buggerru non finisce così di raccontare la propria storia. Pochi lo sanno, ma il primo sciopero operaio italiano si svolse proprio qui, e qui si concluse con un esito tragico. Fu proclamato il 4 settembre 1904, lo stesso giorno in cui il segretario della Federazione regionale dei minatori Giuseppe Cavallera si faceva portavoce delle istanze dei lavoratori presso la direzione della miniera: venivano chieste migliori condizioni per una “professione” contraddistinta da turni massacranti, ambienti bui e insalubri, fatiche insopportabili, gravi infortuni. Nulla cambiò, non quel giorno: le forze dell’ordine spararono sugli scioperanti che attendevano in piazza il risultato della trattativa, uccidendo 4 persone.

Gli echi della storia risuonano forti, alla Galleria Henry. Sarà l’emozione del paesaggio, tra i più potenti della selvatica Sardegna. Oppure, sarà l’emozione suscitata dalle fotografie storiche esposte all’ingresso: uomini, donne e bambini con le mani nere e senza sorrisi, buste paga irrisorie guadagnate con la fatica della disperazione. O ancora, sarà l’incrocio di tanti destini contrapposti, che unì in un unico disegno ingegneri visionari, imprenditori senza scrupoli e folle di lavoratori senza diritti, capaci di resistere a tutto, o quasi.

La miniera di Planu Sartu chiuse definitivamente nella seconda metà del secolo scorso. Le visite guidate sono gestite dal Comune di Buggerru.

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
27 giugno 2017

Via Krupp, una strada come opera d’arte

Quando Friedrich Alfred Krupp, figlio di Alfred, soprannominato “il re dei cannoni”, che grazie alla produzione dell'acciaio fu l’uomo più ricco d’Europa, approdò a Capri se ne innamorò perdutamente. Questo possiamo facilmente dedurlo dal fatto che, appena un anno dopo, nel 1899, abbandonò moglie e due figlie in Germania, per stabilirsi su quella piccola isola, di poco più che 6 km di lunghezza, nel Golfo di Napoli.

Il suo ritiro, però, non fu alla vita privata, e proprio come l’imperatore Tiberio, da Capri continuò a gestire i suoi affari. Dell’isola amava praticamente tutto, la costa dirupata e inaccessibile, il mare, che solcava con l’amico Anton Dohrn (direttore della stazione zoologica Anton Dohrn), a cui donò attrezzature costosissime e il suo yacht (Puritan, 50 metri di lunghezza) per studi e ricerche sulla biologia marina. Lo si poteva vedere, tutto vestito di bianco, affacciato dalla suite dell’Hotel Quisisana, ove dimorava, oppure incontrare nel dedalo di strade maiolicate mentre si intratteneva con l’intellighenzia napoletana dell’epoca (Ignazio Cerio, Vincenzo Cuomo).

Proprio da queste esperienze di vita vissuta sull’isola nacque in lui il sogno di costruire quella che diventerà la strada più bella del mondo. Un passaggio incuneato nella roccia, funzionale collegamento tra la parte alta dell’isola e la marina, ma anche uno spettacolo di architettura in perfetta armonia con il contesto paesaggistico, tanto che fu definita dallo storico dell’architettura Roberto Pane, “una strada come opera d’arte”. L’ambizioso sogno di Krupp, nel maggio del 1899, fu portato in consiglio comunale ove fu considerato: “di pubblica utilità”, quindi un intervento necessario per l’intera comunità. L’interesse di Krupp per l’isola fu sempre in perfetta commistione con la comunità locale. Concesse, infatti, ai vecchi proprietari dei fondi da lui acquistati il diritto di continuare a raccogliere e far propria la vendemmia; si avvicinò alla politica locale e inevitabilmente ne fu coinvolta anche la sua vita privata, si guadagnò la nomea di Anfitrione e il più triste epiteto - firmato da Matilde Serao - “da re dei cannoni a re dei capitoni”.

Di questa bella vicenda, oggi, ricordiamo la storia e quell’atto d’amore con cui Krupp volle donare la strada all’isola che lo aveva felicemente accolto e agli abitanti in segno di gratitudine. Gratitudine contraccambiata dai capresi che, nel 1902 (anno della sua morte), gli conferirono la cittadinanza onoraria e dal 2002 con una lapide lo ricordano all’ingresso dei Giardini di Augusto.

Resta, però, un ricordo anche poter percorrere quei tornanti, e la bellezza della natura come la libertà delle passeggiate - annunciati all’ingresso della via - sono solo fantasia. La strada, infatti, è chiusa dal 2009 perché mancano i soldi per la manutenzione e la messa in sicurezza. L’unica via percorribile per la riapertura pare essere l’affidamento a privati, con la piena possibilità di disporre ad appannaggio di questi ultimi. Insomma, davvero paradossale che in un luogo simbolo di ricchezza e di benessere, dove tutto l’anno, yachts da milioni di euro dardeggiano le insenature della costa per ammirare lo spettacolo della natura, a nessuno possa interessare quella bellezza comune, che è vita di quei luoghi. Come se dell’isola si potesse scegliere un pezzo senza curarsi di tutto ciò che vi è intorno, proprio come in macelleria per una sorta di cannibalismo territoriale. Allora ci si immagina quale sentimento deve aver mosso l’animo di Krupp, portandolo a utilizzare i propri soldi per qualcosa che arricchisse tutta la comunità caprese. Un’idea davvero rivoluzionaria quella di trascendere gli interessi economici, non pensando in termini di bilancio bensì di efficienza e di capitale civico.

«Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi» - ci ricorda Brecht - e ancor più sventurata è la convinzione di chi crede che la ricchezza economica possa far progredire, in termini di civiltà, il mondo. Dobbiamo speranzosamente augurarci che, da quell’unica realtà indiscutibile che ci resta, ovvero la strada donata dal magnate tedesco, possano nascere nuovi genii loci più resistenti degli interessi economici celati dietro le manutenzioni private, e laddove non potrà la ricchezza sia la povertà a conservare intatta l’unità tra città e paesaggio per la nascita di una nuova comunità.

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata
  • READING LIST