26 agosto 2014

Scozia, un agosto a tutto festival

C’è qualcosa di sfacciato in questa Scozia spaccona che forse solo per blasfemia sta per chiedere l’indipendenza da Londra. Senza davvero volerla, tanto comunque ce l’ha già,  e che vinca il sì o il no poco importa, perché questo è comunque un altro paese. Ma la sfacciataggine scozzese sta in una spregiudicata sicurezza di sé che è più nel cuore della gente che nei numeri della politica, che è fatta di tradizione non di improvvisazione e che passa anche per una scrupolosa attenzione per la cultura. Quale città a queste impervie latitudini può permettersi di tenere contemporaneamente tre festival culturali in pieno agosto e registrare puntualmente il tutto esaurito? Le locandine di The Edinburgh Art Festival, The Fringe International Festival e The Edinburgh Book Festival colorano i muri scuriti dalla muffa dei vecchi palazzi settecenteschi, molto lontano dalle spiagge soleggiate e dalle marine dove si accalca in questa stagione tutto il chiasso delle ferie estive. E a girare prendendosi la pioggia in faccia lungo il South Gate spazzato dal vento, o a fare la coda sotto i teli di plastica di Charlotte Square, molti direbbero che non c’è gara con un’Aida all’arena di Verona, o una passeggiata con aperitivo all’Arsenale, o un concerto al teatro greco di Taormina. No, non c’è. Qui però c’è la gente. Non tanto, non solo i turisti, ma loro, gli scozzesi. Gente colta, che vuole vedere cose nuove, che nei quasi settant’anni dei suoi festival culturali ha sviluppato un gusto e una tradizione di avanguardia. Mentre giù al sud i grandi templi della cultura d’élite in questi giorni sfoggiano celebrità e bruciano come fuochi estivi senza lasciare nulla nei territori in cui va in scena il loro sfarzo, qui un pubblico attento e selettivo dà spazio ai giovani, alle novità, alle sperimentazioni. Microcompagnie teatrali venute da ogni paese, dai Ridiculusmus lapponi con il loro “The eradication of schizophrenia in West Lapland” alla francese Cie Askelere con il suo monologo “Sleeping beauty”, si alternano sulle scene delle decine di teatri, da quelli storici come il Bedlam o il Playhouse, a quelli montati sotto le tende o nelle facoltà universitarie, nelle scuole, in qualche chiesa sconsacrata o in qualche pub. Ne sanno qualcosa anche molti artisti italiani, che qui trovano ingaggi e in Italia quasi mai. Come la compagnia teatrale “Instabili vaganti” che a Edinburgo ha messo in scena il suo Made in Ilva o la C&C di Chiara Taviani e Carlo Massari che hanno portato qui il loro Maria Addolorata, uno spettacolo di teatro fisico, nuovo genere molto seguito nel nord Europa e che trova in Germania i suoi maggiori sostenitori. Così mentre in Italia i teatri chiudono e anche i più importanti ad ogni stagione devono improvvisare un cartellone, qui brulica un teatro nuovo, fatto di poca e semplice scenografia, immediato e diretto, recitato a cavallo di diverse lingue. Il teatro della nuova Europa di questi artisti senza frontiere che vanno dove trovano un pubblico e non è un caso che lo trovino in paesi come questo, dove il teatro lo si insegna ancora a scuola. Non da noi, dove abbiamo quasi abolito l’educazione artistica e a teatro ci vanno i potenti a fare la sfilata, un occhio alla telecamera, uno al telefonino. Il complesso di Summerhall, ai margini meridionali della città, potrebbe essere il set di un romanzo di Ian Rankin. Il famoso giallista scozzese abitava proprio a due passi da qui, a Morningside. Nel vecchio stabile della facoltà di veterinaria c’è tutto quel che serve, dalle cupe aule col pavimento di linoleum accartocciato alla bancarella di thè biologico ritagliata in assi di betulla nel corridoio e gestita da ragazze dai capelli arancione. Nel cortile, un improvviso scroscio di pioggia sospinge tutti sotto la tettoia del pub che mesce il suo gin fatto in loco. Ci sono famiglie con bambini e anziani in sedia a rotelle che sventolano all’inserviente il volantino dello spettacolo che sono venuti a vedere. Comincia a fare buio, ma i festival di Edinburgo non si spengono mai e ad ogni ora attirano un nuovo pubblico. Hanno i sandali bianchi e il fazzoletto di plastica sulla testa le signore che fanno la coda alle dieci di mattina davanti alla tenda del “Ten at ten” nello spazio dell’Edinburgh Book Festival. Si servono di caffé dal thermos all’ingresso. Vengono per lo scrittore che a sorpresa leggerà dieci minuti di un suo testo. Non sanno chi ci troveranno. Potrebbe essere un grande nome, come il best-seller norvegese Karl Ove Knausgaard o il controverso biologo Richard Dawkins ma anche qualche sconosciuto poeta gallese. Poco importa, le signore sono curiose lettrici e all’uno all’altro sapranno fare le loro domande. Perché qui la gente legge e forse il segreto del successo dei tanti festival di Edinburgo è tutto qui.

 

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