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11 gennaio 2018

Scrivere in franco-italiano nel Medioevo: l’Enanchet

di Carlo Pulsoni

Nel capitolo 15 del II libro del De vulgari eloquentia, Dante si scaglia contro il mantovano Sordello, reo di aver abbandonato «del tutto il proprio volgare patrio, non solo nel poetare ma anche nel parlare, in qualunque occasione» (trad. di Mirko Tavoni). Chissà come avrebbe reagito se avesse avuto l’occasione di leggere il dottrinale franco-italiano Enanchet, appena pubblicato da Luca Morlino.

L’opera, giuntaci priva di attribuzione, è una sorta di compilazione didattico-morale in prosa che tratta argomenti diversi, quali i doveri delle principali categorie socio-professionali, ad esempio religiosi, contadini, mercanti, artigiani, giudici, medici, cavalieri e le origini di alcune di queste, per giungere infine alla trattazione di alcune istituzioni, ovvero impero, papato, servitù e nobiltà. Secondo una prassi ben consolidata nel periodo, l’Enanchet si spinge ad analizzare pure la fenomenologia e la retorica – in chiave epistolare e dialogica – dell’amore. Come nota il curatore «l’importanza del testo appare ancora maggiore, se si considera che esso costituisce con buona probabilità il più antico esemplare, almeno tra quelli conservati, della cosiddetta letteratura franco-italiana, rispetto alle principali opere della quale si distingue invero per genere, argomento e forma, ciò che ha senza dubbio contribuito allo stato di trascuratezza in cui esso ha sinora versato». L’opera risulta infatti composta entro il 1252 probabilmente in area veneta, anche se è difficile stabilirne con più precisione il luogo (nel passato la si collocava in area veronese-padovana, ma come ricorda D’Arco Silvio Avalle «quando si parla di lingua letteraria, e tanto più nel Medio Evo, bisognerà evitare ogni pretesa di localizzarne con precisione i prodotti»). Tra i molti meriti di questa edizione spicca il ritrovamento di un nuovo testimone dell’opera, sconosciuto ai precedenti editori.

Dall’esame del testo, il profilo dell’autore che ne viene fuori è quello di «un intellettuale urbano, di “un uomo di mondo”, certo dotato di una cultura molto più modesta di quella di Brunetto Latini, oltre che di una minore capacità e consapevolezza letteraria e ambizione culturale, ma a suo modo impegnato nello stesso progressivo processo di delatinizzazione del sapere che interessa l’Italia proprio a partire dal XIII secolo». Partendo da questa premessa l’Enanchet «sembra rifondere un patrimonio di conoscenze per un pubblico o quanto meno in un contesto socio-culturale diverso da quello originario, secondo una modalità del resto caratteristica dello stesso concetto di traduzione inteso nel senso più ampio, attraverso un’impronta di fondo riassumibile, nei termini della cosiddetta “cortesia borghese” che caratterizza i modelli di comportamento urbano nella prima età comunale e quindi, se si vuole, dello speculum senza principe».

 

Enanchet, Dottrinale franco-italiano del XIII secolo sugli stati del mondo, le loro origini e l’amore, Edizione, traduzione e commento a cura di Luca Morlino, Esedra editrice, 2017, pp. 480.


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