11 dicembre 2013

Seguendo la tempesta perfetta

di Vanda Biffani

Intervista a Paolo Marchetti

 

Una lista di premi mondiali che intimorisce, servizi su testate internazionali prestigiose. Storia del fotogiornalista che, vivendo al fianco di prostitute bambine, malati mentali ed estremisti, non si è reso invisibile ma è diventato loro.

 

Cos'è la fotografia per te?

Uno strumento insostituibile per raccontare una storia. È il pretesto per fare quel che mi piace e raccogliere ciò che incontro, puntando al meglio. Non è stata consapevolezza, mi diverto, cerco la qualità senza fretta e tolgo tutto quello che riguarda me stesso. La cosa più bella che mi auguro è di rimanere sempre e solo ancorato all'amore per la mia materia. Spero mi resti sempre la forza di continuare nello stesso modo mantenendo l'aspetto sano del mio ego. Voglio invecchiare bene, essere un bel vecchio. Le storie vissute nei viaggi restano dentro. Il mio lavoro è lo strumento per abituarmi ad uno stato mentale, sviluppa una coscienza sociale, rende prudenti. Tutto il resto è un piccolo dettaglio di un grande sforzo. Oltre ai successi, è l'amore profondo per ciò che faccio che mi ha spinto. Voglio solo storie ottime, nei limiti delle mie capacità. Non è stata fortuna, mi sono impegnato moltissimo rinunciando a tante cose, la fotografia è la mia vita ed è quella che spendo. Ho dormito negli ospedali psichiatrici in India, pesantissimo ma per me necessario, passato mesi tra alcolisti, reietti, negli orfanotrofi. Solo trascorrendo del tempo insieme agli altri puoi smettere di giudicare e vedere fotograficamente. La chiave è fare, partire, la ricerca è sul campo, camminando.

 

Come sviluppi i tuoi progetti?

La mia formazione è cinematografica, in 13 anni ho ricevuto una grandissima preparazione tecnica e narrativa. Per me la fotografia è un percorso personale, lo strumento con cui trasformo gli interessi personali in linguaggio, che nel fotogiornalismo diventa documento informativo. Sarebbe limitante e frustrante per me concentrarmi sulle storie soltanto come manifestazione di accadimenti. Fever nasce come analisi su un sentimento, la conseguenza di un disegno con valenza più antropologica che politica. Un progetto basato sulla rabbia, durato 5 anni di totale coinvolgimento. Intuitivamente avevo capito che quello politico, come primo step, poteva essere il più adatto per fornirmi gli spunti maggiori. Dopo il Getty Grant ho avuto il coraggio di svilupparlo in 4 nazioni dando un'impronta internazionale, per raccontare non solo quello che sta accadendo nel mio paese ma, numeri alla mano, in tutto il continente.

 

Hai incontrato difficoltà?

Enormi. Significava inserirsi in moltissimi contesti per far sì che ciò che restituivo fosse autentico e utile, è necessario impregnarsi totalmente. Incontrai un responsabile e misi le cose in chiaro, volevo semplicemente raccontare una storia. Fui ammesso ai ritrovi e trascorsi i primi 3 mesi senza scattare. Col tempo li conobbi tutti, era giusto che anche loro annusassero me. Odio il concetto di prendere soltanto per una mera raccolta di immagini. Non mi basta avvalermi del diritto di cronaca, ho la necessità di sapere che il mio lavoro è frutto di uno scambio per difendermi dalle pressioni che la tenuta emotiva può infliggere. Diventare parte del gruppo è un'utopia, nei progetti a lungo termine è fondamentale trovare una propria collocazione, instaurare rapporti e coltivarli. Sei accolto, entri nella sfera privata e torni con delle foto, questo presupposto esige rispetto a prescindere da chi hai davanti. Continuo ad avere la stessa soggezione iniziale e l'insaputa resta ma è importante che io non sia percepito come fotografo. Loro si adorano in queste fotografie, si riconoscono. Fever è un documento forte, difficilmente replicabile, il resoconto di una realtà europea. Non intendevo dipingere nessuno come mostro, c'è poco da scandalizzarsi, la rabbia ci riguarda tutti ed è come un germe aerobico, una febbre che circola per le strade, tra gli alunni, allo stadio. 

 

Secondo te il fotogiornalismo contiene verità?

Non credo che le professioni contengano un codice etico, ciascuno ha il proprio che proietta nel lavoro e non so quale sia quello del fotogiornalismo, mi chiedo sempre se le mie decisioni siano etiche. Ho il mio modo di raccogliere ciò che mi accade davanti e confezionare le storie. Mi metto in discussione anche nella fase di editing, in cui decido come sviluppare il racconto. Non sarei in grado di applicare un filtro e imporlo. Nessuno stabilisce le regole, quanto è etico decidere di non pubblicare foto che potrebbero disturbare qualcuno o perché il magazine segue un'altra linea? È troppo facile accollare la responsabilità a chi produce immagini rischiando, anche da dietro una scrivania si può fare poca etica. La fotografia non può cambiare le cose, ma aprire dibattiti. La soggettività del gesto fotografico può essere presa solo come spunto e non come fine. L'utilizzo delle parole, delle immagini, gli schieramenti, è tutto troppo delicato.

 

Perché hai scelto di raccontare storie?

Non sono interessato alla foto singola, non è un esercizio di stile. Per me conta sempre l'insieme, il fotogiornalismo è anche impegno sociale. Ogni volta che sono nella fase di ricerca faccio mille considerazioni, bisogna immaginarcisi dentro, a me costa tanto e Fever ha avuto un prezzo altissimo. Quando scelgo o inciampo nelle storie c'è una forte esposizione empatica personale. Non so fare in altro modo, mi interessa vivermi la situazione, viaggiare, imparare e trovare l'anima del percorso, in tutti i sensi. Non c'è bisogno di andare chissà dove, la meraviglia si avvera anche dove vivi, ma sentendo sempre responsabilità. È troppo facile fare i pittori con la vita degli altri o trasformare alcuni, con un po' di astuzia, in mostri, non mi interessa e non sta a me.

 

C'è qualcosa che ti delude nella fotografia?

Non riguarda la fotografia ma la propria etica, sono stanco di sentir additare la società. Mi deludono l'atteggiamento lamentoso, le polemiche sulla fotografia menzognera, su Photoshop, che in guerra si vada per vincere un premio. Bisogna stare attenti a non generalizzare, credo che ciascuno debba fare le proprie scelte. Mi fa riflettere l'accanimento eccessivo nei confronti della fotografia sui conflitti, la giusta misura è il faro che non bisognerebbe perdere di vista. Ho trattato il conflitto del Mali dal mio punto di vista, trovo più interessante raccontare chi subisce perdendo tutto ma ho grandissimo rispetto per chi fotografa sul fronte e mi sorprende vedere tanti fotografi estremamente giovani su quei territori. Per eseguire quei reportage è necessaria grande maturità, bisogna essere molto coscienti e attenti nel capire perché si vuole farlo e cosa si cerca. Il fascino del reporter di guerra è rischioso, fare tanti chilometri prima serve a formarsi e non cedere alla seduzione. Ho molti di amici tra loro e so che il prezzo è altissimo, creano documenti fondamentali e se sappiamo certe cose dobbiamo ringraziarli. La mia ricerca non è in quel senso, ho raggiunto risultati con lavori sempre diversi, molto distante dai conflitti.

 

Chi è un professionista?

Uno capace di progettualità, preparato, che affronta tutte le fasi e sa argomentare la sua storia ad un photo editor. Deve conoscere le diverse editorie, saper parlare, affrontare una conferenza stampa e molto altro. Mi spaventa quando sento: “Sono un fotografo scatto e basta”, lo trovo mortificante. Bisogna confezionare la storia nella sua complessità, scegliere in maniera chirurgica, puntare a una cosa e farla bene, fare foto è una parte. Bisogna saper sviluppare la freddezza necessaria per scollarsi dalle proprie immagini, è selezionando nell'editing che stabilisci chi sei. Mi interessano la conseguenza e il presupposto della fotografia, un percorso personale e intimo dove ogni fase è importante, anche la scelta dei titoli. Non mi sento completo se non riesco a scrivere un testo della mia storia, la fotografia in realtà è l'ultimo di una serie di linguaggi che uso, tra tutti quello con la capacità di sintesi maggiore. Il mercato è strangolato e tutto è stato fatto, l'unica cosa che rimane, news a parte, è il pensiero, non c'è fotografia senza pensiero. Solo di sogni non si campa né si cresce. Tutta la dietrologia e la chiacchiera sulla fotografia mi annoia. Il problema della scelta artistica non me lo pongo, sono un fotogiornalista che porta via immagini della vita degli altri, spesso in sofferenza, provo riverenza e tutto il mio pudore di fronte a questo.

 

www.paolomarchetti.org

 

Ph. Paolo Marchetti


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0