9 aprile 2020

Selinunte e le Cave di Cusa. Riscoprendo il valore della Storia

 

Italia, primavera 2020. Siamo tutti chiamati a una prova difficile e dolorosamente necessaria: quella di rimanere a casa evitando vita all’aperto, incontri con amici e parenti, contatti sociali e professionali: una clausura obbligata che dobbiamo rispettare per contrastare il Coronavirus, nemico invisibile, subdolo e pericoloso. Diventa difficile parlare di viaggi e destinazioni, ma mai come oggi, in questo momento di inquietudine e incertezza, si avverte la vitale necessità di ancorarci a valori saldi, condivisi e senza tempo ‒ come quelli della nostra Storia. Da qui è nata l’idea di scrivere di Selinunte e delle Cave di Cusa: luoghi della memoria e della bellezza che dopo millenni, disfatte e terremoti sanno ancora esprimere tutta l’energia delle aspirazioni e della creatività umana. Luoghi che ci ricordano chi siamo e chi saremo, non solo ciò che siamo stati.

Selinunte, tempio E (foto di V. Canavesi)

Selinunte, fondata dai coloni di Megara Hyblaea nel 628 a.C., si affaccia sul mare insieme alle sue poderose rovine. Da secoli racconta della sua operosità e della sua cultura, del suo legame con Eraclea Minoa e dei commerci con il mondo antico, dell’alleanza con Siracusa e Agrigento, dello splendore massimo raggiunto nel V secolo a.C. Agli occhi più attenti descrive anche il suo saccheggio del 409 a.C. da parte di Annibale Magone e dei Cartaginesi (storici alleati della rivale Segesta) e della sua fine, un paio di secoli dopo: con l’occupazione dei vincitori Selinunte si avviò a un declino irreversibile, culminato durante la Prima guerra punica con la sua distruzione, avvenuta per mano dei Romani. Non fu mai più ricostruita, eppure la sua grandezza sembra intatta ‒ come se le rovine, le colonne crollate, i blocchi delle mura sparsi disordinatamente a terra, i templi a cielo aperto fossero sempre stati lì, imperturbabili e solenni. Si riconoscono con facilità l’acropoli, le fortificazioni difensive, le strade e le zone residenziali; verso est, gli scavi archeologici iniziati nel 2019 stanno riportando alla luce il porto orientale, a ridosso del quartiere delle fornaci, in cui i Selinuntini fabbricavano manufatti in ceramica e terracotta da commerciare con le città sicane, fenicie e dell’intero Mediterraneo. E poi, certamente, ci sono i templi: sette luoghi di culto in puro stile dorico, in rari casi rimasti parzialmente in piedi, eppure ancora forti, ancora così capaci di esprimere ‒ attraverso ciò che ne resta ‒ solidità e potenza. Il parco archeologico è vasto e nei giorni caldi non basta la brezza del mare a rinfrescare i nostri passi (una giusta punizione per chi si avventura al cospetto della Storia munito di infradito).

 

A Selinunte si va con rispetto, con le scarpe adatte e con una buona scorta di acqua… solo così si possono davvero percorrere in lungo e in largo le vie che conducono alle varie aree dell’insediamento, scoprirne i santuari, l’agorà e le parti residenziali, immaginare ‒ tra un blocco e l’altro di calcarenite ‒ cittadini a passeggio, artigiani al lavoro, religiosi in preghiera. Ci lasciamo trasportare nel tempo dall’immaginazione, ed è davvero facile riportare in vita la città, ripopolarla di coloni, riascoltare le trattative dei mercanti, i martelli dei fabbri, le chiamate dei navigatori. Perché Selinunte a molti può sembrare una Bella Addormentata, ma non lo è; se ne avverte la paradossale vitalità tra gli alberi di mimose, le palme nane, le distese di papaveri e di sulla. Ed è davvero insopportabile, in questo esercizio di empatia con il paesaggio, dover registrare la presenza di alcuni vergognosi abusi edilizi, proprio a ridosso dell’area archeologica (a proposito: non sarebbe ora di abbatterli?).

Cave di Cusa (Campobello di Mazara): blocchi di calcarenite (foto di V. Canavesi)

L’esplorazione di Selinunte volge al termine, ma non finisce qui: complementare alla città e al suo patrimonio sono le Cave di Cusa, a una decina di chilometri di distanza, che per 150 anni fornirono alla città i blocchi tufacei più imponenti. Tra olivastri, ferule giganti e una segnaletica informativa pressoché inesistente si entra in un luogo rimasto impietrito nel 409 a.C., nei giorni in cui l’esercito cartaginese conquistò Selinunte mettendo in fuga gli operai al lavoro. Le Cave sono rimaste ferme a quegli istanti: lì un blocco abbandonato sul sentiero, là alcuni massi accatastati uno sull’altro; qui l’imponente banco di calcarenite solo parzialmente scavato a cilindri giganteschi (l’opera di distacco della pietra avveniva grazie a un ingegnoso sistema di cunei in legno bagnati per spaccare, separare e intagliare la roccia). Intorno, la quiete del paesaggio e il profumo di salsedine, nel frinire ostinato di migliaia di cicale. Si respira un’atmosfera densa, consapevole del proprio avanzare tra un millennio e l’altro nonostante gli infiniti inciampi, i crolli e le cadute. Per noi un monito e un incoraggiamento, in questo tempo agli arresti domiciliari, resistendo all’invasione di un nemico sconosciuto.

Coraggio, passerà. E domani saremo di nuovo qui, ci puoi giurare.

 

 

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Immagine di copertina: Selinunte, templi A e O (foto di V. Canavesi)

 


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