24 ottobre 2012

Senza Photoshop. Deliri ottici e piccole realtà

di Vanda Biffani

Negli ultimi anni - con l'ausilio della trasmissione virale favorita dai social e dai grandi distributori di curiosità in rete - si diffondono immagini dagli scenari fantasiosi - se non apocalittici - di grande efficacia che, seppur difficili da localizzare geograficamente, conferiscono all'autore perfetto tempismo e capacità. Altre volte i contesti sono così esageratamente sorprendenti da insinuare sospetto; sussurrano qualcosa e il dubbio prende corpo. Le reazioni possono essere varie. Lo spettatore passivo resta impressionato e non si fa domande, dà per scontato che da qualche parte, nell'universo, esista un luogo dove il sole emette raggi verdi facendo esplodere tutte le sfumature del viola al tramonto, a suo avviso questo fenomeno si ripete costantemente e basta un intervento in post produzione a smascherarlo. L'appassionato di fotografia si avvilisce, e molto. Scruta il cielo da tempo e non gli riesce mai di cogliere la nuvola a forma di due giocatori di polo, eppure ha sviscerato orizzonti e altrui fotografie svariate volte. La manipolazione dei file è l'unica variabile che gli restituisca serenità, altera le sue immagini ottenendo risultati che spesso lo deprimono facendogli nascere la convinzione di non essere ancora maturo in post produzione.
Il fotografo professionista ha avuto la fortuna di viaggiare in pieno assetto da ripresa, sa che cogliere l'attimo è una formula troppo affidata al caso, richiede in realtà giorni di appostamento, studio delle condizioni climatiche e luminose dei luoghi, tanta fortuna, una famiglia che non abbia fretta di rivederlo e un cliente buontempone a sostegno delle sue spedizioni.
Il professionista deve andare sul sicuro e tradurre matematicamente le tempistiche: 2 foto + 5 giorni di posa + 3 di post produzione corrispondono ad un compenso proporzionato, viceversa si muoverebbe in modalità fotoamatore, colui che dedica le proprie energie alla passione. Si chiede come abbia fatto l'autore a scovare una località così fotogenica e quanto avrà impiegato prima che quegli eventi si siano manifestati, le ore investite in foto ritocco. Soprattutto, da acuto venditore delle immagini, quota profitto e investimento, non accettando l’ipotesi che tanto sforzo sia compiuto al solo fine di essere destinato in beneficenza mediatica. Quando il salotto buono di casa prende fuoco di solito si fugge. Nel bel mezzo di una tromba d'aria volano anche le mucche, figuriamoci un fotografo normopeso. Sulla cima di un albero è difficile mettere a fuoco se il fuoco è impegnato a divorare ettari di boschi sotto di noi. E i gelidi ghiacciai che accolgono lave borbottanti, dove sono di casa? Avrà sentito freddo o caldo il fotografo immerso a pochi metri? 
Sono domande lecite, le foto realizzate in situazioni limite o a documentare calamità naturali fanno sempre parte di grossi reportage; raramente fotografi sconosciuti hanno la fortuna di produrle e in maniera del tutto casuale, a volte accade ma sono immagini che fanno il giro del mondo proprio per la loro straordinaria fatalità.
I fotografi della National Geographic, incaricati normalmente di ritrarre soggetti la cui singolarità richiede perizia e tecniche complesse, si muovono equipaggiati, preparano le missioni mesi prima con scienziati e mezzi, si addestrano con le squadre di soccorso. Difficile succeda loro di assistere ad un fenomeno tanto straordinario mentre portano i figli a scuola. Si specializzano: chi in cicloni e tornado, alcuni in orsi e pinguini, altri negli incendi. Diventano dei predatori e si muovono in branco per cacciare. Sono profondi conoscitori, scrutano le impronte, fiutano lo zolfo che sfavilla a chilometri. La rete è generosa di informazioni che accompagnano la realizzazione di alcuni degli scenari appena descritti. Quando non si può contare sulla realtà, nel cinema si ricorre agli effetti speciali. Perché dunque non nella fotografia, dove una scena si può riprodurre in scala nel proprio studio conferendole l'efficacia sperata, evitando così l'incombenza di doverla andare a stanare? Matthew Albanese è un fotografo che crea miniature utilizzando quel che trova in casa, dalla cioccolata alle piume, per realizzare composizioni tanto irreali quanto credibili per profondità e luci. Le acque fluttuano, il fuoco divampa, la macchina fotografica sorvola la scena e trova la giusta inquadratura.  http://beautifuldecay.com/2012/09/19/photographer-uses-sugar-cotton-feathers-and-chocolate-to-construct-stunning-landscapes/ Come lui altri artisti realizzano realtà parallele di grandissimo impatto visivo. Appartengono alla corrente artistica Otherwolrdly, letteralmente "extramondo" o più confidenzialmente "non avere i piedi per terra". Il lavoro non manca, contesi da Musei di Arte e Design, studi pubblicitari, set cinematografici. Lori Mix, cresciuta in una piccola cittadina del Kansas, fatta di abitazioni in legno e oggetti semplici, assembla i ricordi nel suo lotf newyorchese costruendo case di bambole che richiedono dai sei ai quindici mesi di preparazione per una sola immagine. http://www.youtube.com/watch?v=ZEgjCNP5_N4 In un certo senso sono puristi vecchia scuola, non si affidano alla post produzione bensì costruiscono la scena e impostano le luci prima di scattare.
 Altri, per pura passione, simulano ipotetici scenari marziani, chiedendo scusa alla Nasa per l'approssimazione delle loro visioni. A volte le missioni scientifiche richiedono tempi più contenuti. http://www.youtube.com/watch?v=ZEgjCNP5_N4&feature=relmf


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