19 aprile 2020

Il mio ricordo di Sepúlveda

 

"Sì, caro Fernando. Sto aspettando la chiamata dell’ospedale che mi avviserà della sua fine. Il mio caro compagno se ne sta andando."

 

Questo è il messaggio che ho ricevuto da Carmen Yáñez, moglie di Luis Sepúlveda, poche ore prima della sua morte, quando le avevo chiesto se fosse certo che le sue condizioni erano peggiorate. Confinata alla sua casa nella città di Gijón, in Spagna, dove vivevano, Carmen non potrà dargli un bacio di addio. Né lasciare un fiore. Lei, una donna forte, che ha conosciuto la persecuzione, la prigione e la tortura in Cile, dovrà piangere nel silenzio dei poeti, ma sicuramente scriverà nella sua anima i versi del distacco.

 

Conobbi Lucho e Carmen a Lisbona, in un lontano 2009, invitato a cena dal loro editore portoghese insieme a un piccolo gruppo di scrittori e poeti. Con Anke, mia moglie, eravamo recentemente arrivati ​​in Portogallo come ambasciatori del Cile. Sapendo che Luis non aveva grande simpatia per i rappresentanti dei governi cileni rimasi sorpreso dal fatto che mi chiedesse di sedermi accanto a lui. Iniziammo una conversazione che non si è conclusa quella notte, ma è proseguita nel tempo, tra ricordi, politica, letteratura, cibo e bevute. Lo incontrai di nuovo in Italia, al Festival Pordenone legge, nel 2015, ma in ospedale, dove era stato ricoverato per una polmonite, e ridemmo delle circostanze che stava attraversando.

 

Le sue conferenze attiravano sempre almeno migliaia di persone, come ho potuto osservare a Torino, Bergamo, Milano o Roma, insieme alla sua infinita pazienza nel firmare copie e dediche e farsi fotografare. Chi un giorno raccoglierà la sfida di scrivere la sua biografia si troverà di fronte un compito non facile, dovrà essere avventurosa come la sua vita, tra realtà e finzione. Dalla piccola città di Ovalle, dove nacque, 400 chilometri a nord di Santiago, sotto uno dei cieli più puliti del pianeta, uscì per camminare con il peso della storia sotto il braccio, in anni di profondi cambiamenti nella realtà politica del Cile e dell’America Latina. Si laureò come regista teatrale all'Università del Cile, a Santiago, con alle spalle già una lunga militanza nella sinistra cilena cominciata all’età di 15 anni; poi la rivoluzione cubana finì per coinvolgerlo, così come avvenne per migliaia di giovani nel continente, dimostrando che l'impossibile era invece possibile: prendere d'assalto il paradiso.

 

Girovagando per il continente conobbe l'immensità del bacino amazzonico, fino a raggiungere la tribù degli indiani Shuar, o Jívaro; sì, quei riduttori di teste che sono ancora sparsi nella giungla tra l'attuale Perù e l'Ecuador, che ha potuto incontrare e da cui ha potuto imparare. Lo sottolineo perché quel viaggio ha segnato la vita di Sepúlveda in due campi: quello dello scrittore e quello del difensore della natura, combattente per la sostenibilità e la difesa dell'ambiente: un altro modo di essere rivoluzionario. Il romanzo che lo lanciò e lo fece diventare uno scrittore di culto, scritto nel 1988, si ispirò proprio al suo soggiorno nella giungla: Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, che lo rese un'icona della nuova generazione di scrittori latinoamericani che si sono lasciati alle spalle i classici del cosiddetto "boom" letterario degli anni '60 e '70 del secolo scorso. Il vecchio è stato tradotto in oltre 50 lingue e ha venduto circa 20 milioni di copie.

 

Le tematiche ambientali sono diventate una costante nella sua vita e nelle sue storie, così come il suo impegno politico, che non ha mai rinnegato, tanto meno attenuato in un momento di grandi allontanamenti della politica di sinistra in Cile e nel mondo dai suoi princìpi. La dittatura militare di Pinochet lo privò della sua nazionalità, fu incarcerato, esiliato, rifugiato in Germania, si impegnò nell’attività di giornalista e scrittore, sempre in prima linea contro l'ingiustizia, e in seguito criticò il passaggio che in Cile portò dalla dittatura alla democrazia. In un'intervista spiegò che quando fu necessario posare la penna e prendere il fucile non esitò a farlo.

 

Raccontò che era stato in Bolivia, con i guerriglieri che proseguirono la lotta dopo la morte di Che Guevara, e che combatté in Nicaragua. Non mancarono quelli che dubitarono dei suoi racconti, e anche io sono stato scettico fino a quando, una volta, in Italia, mi fece conoscere Osvaldo "Chato" Peredo, fratello dei leggendari Coco ed Inti, il primo ucciso in combattimento col Che nel 1967 e il secondo assassinato dai militari boliviani nel 1969. Nello stesso anno, fu fatto un tentativo di accendere un nuovo focolaio di guerriglia, a Teoponte,  120 chilometri da La Paz, comandato dall'esercito di liberazione nazionale, ELN, sotto la responsabilità di Chato Peredo ed Elmo Catalán, alla cui sezione cilena apparteneva il secondo insieme a Luis, che si unì alla lotta. In una conversazione telefonica fatta per questo articolo, Chato Peredo, oggi residente a Santa Cruz, in Bolivia, mi ha detto di essere andato personalmente a Oruro ad aspettare Sepúlveda che si sarebbe poi unito alla lotta di guerriglia. Mi ha raccontato anche che erano stati traditi, che la polizia li stava aspettando alla stazione ferroviaria e che erano riusciti a scappare solo sparando. Cito questo esempio per rispetto della sua memoria, e in particolare pensando a quanti hanno dubitato della coerenza con le sue idee.

 

Sepúlveda ha già lasciato il segno nella storia come combattente: dalle trincee alla letteratura, fissando il suo impegno nei suoi romanzi e nelle storie che hanno mosso le generazioni in tutto il mondo. Il suo interesse politico costante, riflesso nel libro Vivere per qualcosa, pubblicato nel 2016 insieme all'ex presidente dell'Uruguay José Mujica e Carlo Petrini, dopo una seguitissima conferenza a Milano, è una lezione su come cambiare la realtà partendo dalla politica. I loro avvicinamenti e allontanamenti hanno portato lui e Carmen a sposarsi due volte: nel 1971 e nel 2004. Tra questi due momenti ciascuno aveva vissuto la sua vita, per poi tornare a incontrarsi di nuovo in Germania e non separarsi più. Carmen con la sua poesia e Luis con i suoi romanzi hanno ricominciato una vita insieme in Spagna, a Gijón, nella casa dove sono stato accolto e ho potuto vedere dove lavoravano, la loro biblioteca e condividere con loro un arrosto di manzo asturiano, il preferito di Luis. Gli chiesi perché non tornavano a vivere in Cile, e mi spiegò che sarebbe stato difficile con i figli e i nipoti sparsi in tutta Europa: le conseguenze dell'esilio, come per migliaia di altri cileni. Inoltre, il Cile, pur con alcune eccezioni, non ha mai riconosciuto i meriti letterari di Luis come invece è stato nel resto del mondo. I suoi oltre 30 libri, pubblicati e tradotti in numerose lingue, i suoi copioni cinematografici, le sue cronache, articoli e le poesie, sicuramente la parte meno conosciuta della sua opera letteraria, parlano della ricchezza e sensibilità infinita della realtà che ha dovuto conoscere. Il ricordo che rimarrà in me più vivido è una giornata passata al lago di Nemi insieme a Carmen e Anke, per visitare il museo delle navi di Caligola, percorrendolo praticamente senza altri visitatori, e camminando calpestando le foglie dell'autunno e della storia, per poi pranzare ad Ariccia, assaggiando primi piatti, porchetta, pane e vino. Celebrando la vita!

Luis Sepúlveda, riposa in pace.

 

 

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Immagine: Luis Sepúlveda, Université Toulouse Le Mirail, 11 ottobre 2013. Crediti: Joson /CC BY-SA [https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0] attraverso commons.wikimedia.org

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