30 gennaio 2018

Settant’anni senza Gandhi

«Noi abbiamo fermamente deciso di far ricorso a tutte le nostre risorse per portare avanti una lotta esclusivamente nonviolenta. Nessuno deve consentire che l’ira lo faccia deviare da questa via. Questa è la mia speranza e la mia preghiera» (dal discorso di Gandhi il giorno precedente la ‘marcia del sale’).

Il 30 gennaio 1948, neppure un anno dopo aver ottenuto l’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna, veniva ucciso a New Delhi da un estremista indù, mentre si recava alla preghiera del mattino, il Mahatma (la «Grande anima», secondo l’appellativo attribuitogli da Tagore) Gandhi, la personalità in cui, più di ogni altra del Novecento, vita pubblica e vita privata si fusero in un’unione inscindibile, e la cui superiore forza morale ispirò altri personaggi maggiori del secolo scorso, come Martin Luther King e Nelson Mandela.

Gandhi apparteneva a una famiglia agiata (il padre era un politico), si sposò all’età di 13 anni e a 18 anni andò a studiare legge a Londra. Le prime esperienze politiche, in difesa della minoranza indiana, le compì in Sudafrica, dove visse dal 1893 al 1915: fu qui che, fondendo elementi tratti dalla cultura occidentale, tra cui Henry David Thoreau, il filosofo americano autore della Disobbedienza civile (1849), a elementi provenienti dalle tradizioni filosofico-religiose indiane, in particolare la ahimsa («non nuocere»), elaborò il satyagraha, la sua tipica forma di protesta non violenta e ‘passiva’, che consisteva nell’«aderire fermamente alla verità», trasgredendo le leggi che la contraddicevano.

Tornato in India, dopo un lungo viaggio conoscitivo attraverso il Paese, Gandhi iniziò le prime campagne di disobbedienza e poi di non cooperazione, ossia il boicottaggio sistematico di tutte le istituzioni (scuole, tribunali ecc.) e prodotti stranieri, fino alla sospensione del pagamento delle imposte: di grande valore simbolico, fu la scelta di non vestire più abiti occidentali e l’invito alla diffusione del khadi, il tradizionale tessuto nazionale che ogni indiano – incluse le donne, che ebbero così occasione di partecipare al movimento, e lo stesso Gandhi – avrebbe dovuto filare almeno un’ora al giorno. Nel 1921 divenne leader del Partito del Congresso, nella cui Costituzione venne inserita la Swaraj, l’indipendenza, ma gravi episodi di violenza ai danni dei britannici nel 1922 provocarono il suo arresto fino al 1924 e lo indussero ad abbandonare la politica attiva, convincendolo che fosse necessaria anche un’opera ‘propedeutica’ di educazione alla nonviolenza. Per anni si dedicò dunque a un programma di ricostruzione morale, sociale ed economica, che mirava al miglioramento della qualità della vita nei villaggi, in cui il suo esempio fu sempre un fulcro: in questo senso, soprattutto, la sua prossimità anche fisica ai ‘senza casta’, i paria, da lui ridenominati gli Harijan, i «figli di dio», per i quali si sarebbe battuto per tutta la vita. Nel 1928 Gandhi in risposta alla mancata consultazione dell’opinione pubblica indiana nel processo di revisione istituzionale (Simon report), lanciò una nuova campagna, di cui si ricorda innanzitutto la famosa ‘marcia del sale’ (1930): 320 km percorsi in 24 giorni, da Ahmadabad a Dandi, per raggiungere l’oceano e raccogliere una simbolica manciata di sale a rivendicarne il possesso contro la tassazione reale. Il Mahatma e molti altri (circa 60.000) furono arrestati, ma la violenza della polizia contro i partecipanti pacifici, tutti vestiti in khadi bianco, per i britannici fu uno scacco.

Nel corso degli anni Trenta Gandhi tornò a occuparsi dei contadini, dei paria, dei conflitti tra indù e musulmani, servendosi sempre di strategie nonviolente, come lo sciopero della fame «fino alla morte». Nel 1942, in pieno conflitto mondiale e a fronte dell’intransigenza di Winston Churchill (che lo aveva in un’occasione definito sprezzantemente «quel fachiro sedizioso mezzo nudo»), lanciò l’ultima campagna, la Quit India, che suscitò una repressione durissima (oltre a un suo ennesimo arresto), ma il movimento raggiunse infine lo scopo e l’India nel 1947, anche grazie alla vittoria dei laburisti in Gran Bretagna, ottenne l’indipendenza: non però nel senso in cui l’aveva sognata il Mahatma, che non era mai riuscito a domare il conflitto tra indù e musulmani, ma con la separazione dal Pakistan, a maggioranza islamica – una delle più dolorose tra le sue tante sconfitte.

 

Galleria immagini


0