24 luglio 2014

Shirley Jackson e l'incubo americano

di Giovanni Calarco

Delle figure di maestri della narrativa americana del secolo scorso, Shirley Jackson resta probabilmente la più misconosciuta. Dopo l’iniziale successo seguito alla pubblicazione sul «New Yorker» di La lotteria (1948), e alimentato da altre storie considerate classici dell’horror, per lunghi decenni critica e stampa ne hanno taciuto il nome, mentre la sua voce riaffiorava qui e là negli scritti di Harold Pinter, Stephen King e Joyce Carol Oates

Ora la parabola di Lizzie, inquietante caso di personalità multiple, va ad aggiungersi agli altri due titoli che definire «thriller» è riduttivo, Lincubo di Hill House e Abbiamo sempre vissuto nel castello, riproposti da Adelphi al pubblico italiano. Del ’54, Lizzie The Birds Nest il titolo originale – è il terzo dei sei romanzi scritti dalla Jackson nell’arco di una quindicina d’anni. Certo questa terza prova non ha il fascino sinistro e conturbante de Lincubo di Hill House né, forse, la superba e concisa unità di Abbiamo sempre vissuto nel castello, uscito a pochi anni dalla morte dell’autrice nel ’65. Con le sue trecento e rotte pagine, Lizzie ha l’aria di un romanzo abbastanza ponderoso, ancora ibrido, ma al suo centro, come in tutte le opere della Jackson, sono già gli orrori segreti della società americana, di una vita cittadina che si rivela tutto fuorché idilliaca. Il numero di personaggi è assai ristretto, claustrofobico: c’è la ventitreenne Elisabeth, la cui mente, come le fondamenta del museo civico dove lavora, ha cominciato a cedere. C’è la zia Morgan, che certo non ha tutte le tazze nella credenza, e c’è, ad alternarsi nella narrazione, il dottor Wright, come anche le ombre di un passato ormai lontano, sommerso: i genitori morti, il fantasma di un abuso. Lo squilibrio, psichico e sociale, è senz’altro alla base delle opere della Jackson come, sembrerebbe, della sua vita, e questo tema centrale ne fa la più audace perpetuatrice dell’Henry James di Giro di vite. Parole innocue, banali domande ripetute, assumono un tono sinistro e talvolta terrificante, come certi dialoghi fra Lizzie e la zia, fra Lizzie e il Dr Wright, fra Lizzie – Elisabeth – e le sue diverse emanazioni che è sempre più arduo contrastare. Difficile detestare questi personaggi spesso odiosi, difficile non schierarsi dalla loro parte, dal momento che la natura ben più agghiacciante del mondo esterno, quello destinato a schiacciarli, ci è rivelata. E per quanto manchi, si è detto, della compattezza che fa di Abbiamo sempre vissuto nel castello un’esperienza impossibile da dimenticare, anche Lizzie, grazie a quella prosa testarda e sinistra, a quell’apertura misteriosa verso gli abissi dell’uomo, promette di restare la fedele compagna di molti incubi.

 

Shirley Jackson, Lizzie Traduzione di Laura Noulian Adelphi, pp. 318, 17€


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