15 marzo 2016

Sindrome del naso bianco, una speranza dalla Cina

I pipistrelli che vivono in Cina possiedono una naturale resistenza alla cosiddetta sindrome del naso bianco, un’infezione fungina finora responsabile della morte di milioni di esemplari nordamericani. Lo afferma una ricerca condotta dalla University of California, secondo la quale tale immunità sarebbe il risultato dell’evoluzione di uno specifico set genetico: un modello che secondo gli scienziati potrebbe replicarsi anche nelle specie di pipistrelli presenti in Stati Uniti e Canada, dove la popolazione di chirotteri negli ultimi anni ha subito un rapido processo di decimazione.

Attestata per la prima volta negli Stati Uniti nel 2006, in un solo decennio la “white nose syndrome” – che deve il suo nome alle caratteristiche manifestazioni che compaiono sul muso e sulle ali degli animali infetti – ha causato la morte di oltre sei milioni di pipistrelli. L’infezione è innescata dal fungo Pseudogymnoascus destructans, il quale cresce in ambienti umidi e freddi come le grotte che ospitano i pipistrelli durante la stagione invernale. Il fungo è in grado di insinuarsi nella pelle degli animali fino a consumare rapidamente le scorte di grasso accumulate per affrontare il letargo: in questo modo l’infezione sconvolge il bioritmo dell’esemplare contagiato, il cui risveglio prematuro termina inevitabilmente con la morte per fame o assideramento. L’elevato tasso di mortalità delle specie nordamericane non è però equiparabile a quello registrato nelle popolazioni di pipistrelli attestate in Asia e in Europa – continente, quest’ultimo, in cui si suppone abbia avuto origine l’epidemia, che soltanto in seguito si è diffusa nel resto del mondo utilizzando gli esseri umani come vettori. Per comprendere le variabili alla base di questa differenza, gli scienziati della University of California hanno esaminato l’andamento della sindrome in cinque regioni della Cina, equiparabili – per clima e latitudine – ad altrettanti siti di contagio negli Stati Uniti. I risultati hanno dimostrato che la maggiore resistenza all’infezione dimostrata dalle specie orientali non sembra dipendere da fattori ambientali o geografici, bensì da una naturale predisposizione degli organismi ospiti: rispetto ai pipistrelli statunitensi, infatti, gli esemplari asiatici erano caratterizzati da una minore diffusione del fungo, a cui corrispondevano anche manifestazioni fungine sensibilmente ridotte. Secondo gli autori della ricerca, pubblicata su Proceedings of the Royal Society , la piena comprensione di questa differenza genetica potrebbe aiutare gli scienziati ad anticipare l’evolversi dell’infezione nelle regioni nordamericane. La scoperta, inoltre, lascia sperare che anche le specie statunitensi a rischio possano sviluppare in tempo una naturale resistenza alla sindrome, sull’esempio dei pipistrelli asiatici. «La risposta naturale non deve essere necessariamente la stessa per ogni specie», sottolinea Kate Langwig, biologa della University of California e coautrice dello studio: «Potrebbe rivelarsi come una modifica nel microbioma della pelle di alcuni esemplari, mentre in altri potrebbe intervenire come un cambiamento delle fasi di letargo. Semplicemente non abbiamo ancora tutti i dettagli necessari a comprendere pienamente questa evoluzione».

 


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