30 luglio 2015

Sjöberg, sentirsi liberi come una mosca

Fredrik Sjöberg, oltre a essere scrittore e giornalista, è anche un esperto di mosche, anzi di sirfidi, una famiglia dell’ordine dei ditteri.

Nel libro i sirfidi vengono narrati come le creature più belle e desiderabili della terra: sono miti e facilmente catturabili; conoscono l’arte del travestimento e della dissimulazione, dal momento che riescono ad assomigliare a vespe, api, grossi ispidi bombi, ovvero si fingono imenotteri per scoraggiare gli appetiti dei volatili. I sirfidi giocano a sfuggire all’occhio anche del più esperto entomologo e quindi, loro malgrado, sono maestri (o maestre) di seduzione.

Così L’arte di collezionare mosche, prima che un’autobiografia, un esempio di auto o post-fiction, un memoir, un estratto di storia naturale o scienza popolare, sembra piuttosto una bizzarra - ma autentica - storia d’amore, in cui l’amata è destinata a finire trafitta dagli spilli e l’amante è un signore in calzoncini corti e cappello da sole, armato di retino, che si aggira tutto il giorno per la piccola Runmarö, la stessa isola dove prima di Sjöberg visse anche Strindberg. Come ogni storia di passione che si rispetti, poi, L’arte di collezionare mosche è stata in grado di sedurre un vasto pubblico fin dalla prima pubblicazione in Svezia nel 2004.

Sì, una storia d’amore. Con i suoi rituali (il retino, il cianuro, il silenzio) e i ripetuti corteggiamenti; con i suoi picchi (l’incontro con la rarissima Criorhina ranunculi); i suoi significati profondi: il senso della lentezza e della solitudine, l’aspirazione a vivere su un’isola e come un’isola; e il suo linguaggio, in cui ronzii e battiti d’ali sono vocaboli in grado di narrare racconti di ogni tipo. Una storia d’amore che segue l’esempio di maestri e guide, coloro che per passione, ebbrezza, o solo follia, hanno trovato la felicità: primo fra tutti l’entomologo René Edmond Malaise (1892-1978), di cui il libro racconta con efficacia gran parte della biografia.

Sjöberg dà conto della trappola di cui Malaise fu inventore, dei lunghi anni vissuti in solitudine sotto un vulcano in Kamchatka, dello choc che gli procurò l’essere stato testimone del terremoto in Giappone nel ‘23, del tardivo interesse per la leggenda di Atlantide e della collezione di quadri che mise insieme durante la guerra, tra i quali Sjöberg è riuscito a rintracciare un Rembrandt che stava per essere venduto all’asta.

E poi, non solo questo. L’arte di collezionare mosche è più di tutto un’indagine su una storia d’amore, in cui l’incertezza gioca un ruolo fondamentale.

C’è in Sjöberg l’esigenza di dire di questo amore per dire di sé stesso: decrittare i testi scritti a caratteri minuscoli nel volo dei sirfidi per comprendere il proprio cuore, in una lettura che “non abbia mai fine”. E insieme, di trovare continuamente la legittimazione al parlare di sé attraverso il ragionamento, l’appello alla realtà, alla letteratura, alla storia, alla scienza, alla biografia di altri, in un incessante rispecchiamento o contrapposizione. Nelle descrizioni di Malaise si percepisce una fascinazione frammista all’ansia, qualcosa di ambiguo e sfiancante: “ Così ogni volta lo lasciavo perdere e mi dedicavo ad altro. Non perché perdessi interesse al suo destino, ma perché il suo spirito fondamentalmente esuberante, quasi sfrenato, mi inquietava. C’era in lui qualcosa di sconfinato".

L’autonarrazione sembra un collage; l’autofiction appare come un cammino che si snoda pagina dopo pagina. Un’avventura fatta di piste e altrettante ipotesi sul proprio ruolo, la propria unicità all’interno della realtà e la sua molteplicità di suggestioni; dove lo svolgersi del percorso è più importante del punto d’arrivo. Un modo per comprendere in divenire l’originalità del proprio sguardo quotidiano, ma soprattutto l’unicità del legame che stringe quello sguardo al suo oggetto. In questo caso, proprio l’amore che spinge Sjöberg a catturare centinaia e centinaia di mosche, con lo stupore e la gioia del primo giorno.

E anche se nel modo di procedere sulla pagina per accumulazioni e stratificazioni, Sjöberg può essere accomunato a qualche autore di ultima generazione, a me ricorda molto Chatwin e le sue atmosfere. Dietro ogni informazione, dettaglio, dissertazione saggistica, racconto personale, si sente un cuore che pulsa per trovare una collocazione - come direbbe Sjöberg un’isola. Una limitazione, in questo caso entomologica, che doni calma e renda finalmente liberi.

 

Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare mosche, pp. 224, Iperborea

 


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