27 aprile 2017

Sopravvissuta al buio del passato. La più amata, di Teresa Ciabatti

La più amata, di Teresa Ciabatti, è la storia di un’ossessione, la storia dell’origine della propria incompiutezza e della ricerca della voce per raccontarla: la più adatta. Una voce incompiuta, per certi versi: burbera, rapida, ironica, distaccata, che non lascia spazio a sentimentalismi; una voce (bambina?) che cerca la verità, ma poi forse capisce che la vera verità non è quella che ha cercato e raccontato, ma quella che ha vissuto: un’infanzia meravigliosa, nessun trauma, in effetti; nessuna vera tragedia; un’infanzia da bambina amata, ricca, potente, da raccontare. Bisognava raccontarla e con quella voce, filtro necessario: luce che fa chiarezza sulla verità biografica e che libera, che rischiara l’ossessione e la riconsegna come bellezza (a chi legge il romanzo), come una forma di salvezza (per chi lo scrive). La più amata è un romanzo di figli alle prese con padri fascisti, autoritari e misteriosi (il Professore); un romanzo di madri buone, ma forse non sante (la Reietta, «lei che non è nata Ciabatti», p. 141).

Il Professore

Il Professore, Lorenzo Ciabatti: un padre che è un gigante, che è stato in America e ha conosciuto persino Ronald Reagan e Marilyn Monroe e che, a un certo punto, ha scelto di essere grande a Orbetello, rispettabilissimo primario del San Giovanni di Dio («il nostro ospedale», p. 156), nella provincia Toscana, con un anello da massone al dito («quell’anello che per noi è prima curiosità, poi ammirazione, infine vergogna, per certi adulti è un segno», p. 148). Lorenzo Ciabatti che sposa una donna più giovane, una dottoressa romana, una comunista, «una che mette bocca» (p. 49), secondo il giudizio di Dante Ciabatti (il fratello del Professore, su cui aleggia il fantasma del golpe Borghese). Al matrimonio del Professore parenti e amici (la loro è una «fratellanza a base morale», p. 69) gli intonano Faccetta nera, col braccio teso, mentre tra gli invitati spuntano Giorgio Almirante, Amintore Fanfani, Giulio Maceratini, Licio Gelli.

Lorenzo Ciabatti, il Professore: un uomo buono, un uomo giusto («L’uomo giusto è indifferente alla massa, l’uomo giusto quale lui è, si occupa del bene», p. 30). Un gigante, una figura misteriosa, un dubbio – per Teresa – poi diventato ossessione, più di venti anni dopo la sua morte: chi era suo padre realmente? Era davvero un uomo buono, come dice la gente, come credeva sua moglie? («È davvero tenerezza la sua? Esiste davvero quest’uomo impacciato ma buono?», p. 60).

La più amata

La più amata risponde, perché il romanzo ci dice, sì, chi era Lorenzo Ciabatti, ma anche e soprattutto chi è stata Teresa Ciabatti («Venga il tuo regno, papà. Venga il tuo regno, dove io sarò principessa», p. 118) e chi è, oggi.

Teresa Ciabatti, la più amata, è dunque una bambina, con un’infanzia meravigliosa trascorsa nella provincia Toscana, nella sua villa con piscina. L’amore conta, Teresa questo lo sa e lei, onnipotente e fragilissima, è l’unica al mondo a non fare quello che dice il padre, bambina amatissima. Lei che tutto sa, migliore di tutti, e si illude di essere padrona delle proprie debolezze («Non ho bisogno di analisi, io. Mi conosco così bene che so il modo di evitare la sofferenza. A ridosso di un dolore, distolgo la mente», p. 208).

Il paese dei Ciabatti

Eppure, in questa infanzia meravigliosa, qualcosa non era posto: perché improvvisamente Teresa si è ritrovata povera? Perché lei, regina della provincia Toscana, è diventata una qualunque nella grande città? Cos’è successo davvero in quegli anni? Chi erano i Ciabatti? («Tutti insieme, noi, siamo i Ciabatti, così ci sentiamo, un cerchio privilegiato – i Ciabatti, i Ciabatti, i Ciabatti –, gli altri fuori», p. 140; «il Professore è l’uomo più ricco del grossetano, lui e i fratelli, gente coi quattrini, quattrini veri», p. 53).

Eppure, dietro quell’infanzia meravigliosa ci sono: il Fronte Nazionale e il fascismo; il golpe Borghese; la massoneria e la P2; una società petrolifera e il gran maestro della Loggia di Firenze. E poi, sì: quel sequestro, una pistola, i lingotti.

Così, quella sua infanzia da gioia e orgoglio, amore del Professore e quel paese dei Ciabatti scompaiono insieme allo «stuolo di medici e paramedici a completa disposizione» (p. 87) e la casa d’infanzia al Pozzarello, la casa delle meraviglie, resta solo un ricordo («Sul mercato il Pozzarello vale sei miliardi. La mia infanzia vale sei miliardi di lire. Mi pare poco, io non vorrei venderla, vorrei che rimanesse per sempre mia, imploro, piango», p. 171).

Sopravvissuta

Teresa Ciabatti raccontando il suo doppio letterario (o forse la sua metà?) si scopre la più normale, alla fine di tutto; indaga, ricorda, inventa, aggiusta la voce (la più autentica voce a disposizione) e scrive un romanzo che è un romanzo sull’identità, su sé stessa (ma anche su noi stessi).

Alla fine, Teresa Ciabatti scopre di essere solo Teresa Ciabatti («rassegnati, non sei protagonista di questa storia, non sei protagonista di niente», p. 217) e ancora, forse, la bambina che era, che entrava in camera, sbatteva la porta e odiava tutti («umanità giudicante», p. 208). Ma quella bambina di ieri («solo una bambina paurosa, rabbiosa», p. 194), quell’adulta di oggi è la migliore, la persona che è sopravvissuta al dolore e lo ha interrogato («Chi è il migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato», p. 214).

 

Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017, pp. 218

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0