15 aprile 2020

Storie virali. Caro pangolino

 

                                                                                                                                      Parigi, 20 marzo 2020

 

Caro Pangolino,

 

io non so, in questo momento, mentre sto scrivendo, se tu hai davvero qualcosa a che fare con l’avvio di tutta questa storia, ma dato che ne sei diventato, di fatto, un protagonista, è a te che ho scelto di rivolgermi. L’antropologa Mary Douglas ci ha insegnato, tre quarti di secolo fa, che i Lele del Congo ti attribuivano uno spirito e grandi poteri, e che intravedevano in te un mediatore tra il mondo umano e il mondo selvatico, ed è dunque con la più grande deferenza che mi autorizzo a fare di te il mio interlocutore.

 

Molti occidentali, fino a poco tempo fa, non ti conoscevano …tu sei per noi come l’otarda, il vombato, il jabiru, il pecari o l’echidna, un artista maledetto, ingiustamente dimenticato dai bestiari ordinari. Eppure, come restare insensibili al tuo fascino preistorico – tu che sei simile allo stesso tempo al formichiere gigante e all’armadillo –, alla tua andatura maldestra e generatrice di humus, alla tendenza che hai, e che ti rende così simpatico, a raggomitolarti a palla davanti al pericolo? Quasi altrettanto tranquillo del bradipo, tu sei per natura cool: non ti nutri che di insetti, i tuoi pasti sono seguiti da riposini, non dài ordini arbitrari a nessuno, non sfrutti nessun subordinato, non vai in giro in Hummer, non nascondi le tue economie alle Bahamas, non rischi i soldi degli altri al casinò della Borsa, non nascondi prodotti farmaceutici per speculare in tempo di crisi sanitaria.

 

Purtroppo per te, il valore commerciale attribuito alle tue squame ha reso la tua specie una preda del superpredatore Homo sapiens. Purtroppo per noi, sei servito da ‘ospite’ a un virus che ci ha trovato sul suo cammino. Tu non avevi però nessuna intenzione di nuocerci.

 

Sebbene io ti ritenga un essere troppo tranquillo per provare una qualche forma di esultanza, devi trovare la situazione ironica: noi padroni del mondo e ben presto – a credere a certi miliardari americani – del pianeta Marte, riportati ai grandi panici medievali, pietrificati come in un incubo davanti a uno tsunami che dilaga al rallentatore, prendiamo coscienza della nostra vulnerabilità, del nostro grado di impreparazione e – malgrado i diversi episodi epidemici e pandemici che si sono succeduti a partire dagli anni Ottanta – manchiamo di mezzi materiali e umani necessari per farvi fronte in maniera adeguata. Da qualche anno, ripetutamente, da certe riviste e dalle conferenze TED, dai guru della geek culture, dai profeti della nuova economia e dagli apostoli dell’innovazione dirompente arriva la promessa (per i più ricchi almeno) della ‘morte della morte’. Affermano che le loro tecnologie, incessantemente perfezionate, basate sulla genomica, sull’intelligenza artificiale e su altri big data, risolveranno problemi che, secondo alcuni di loro, non hanno mai attraversato la mente di nessuno. Eppure, in questo momento, noi banalmente non abbiamo il livello di infrastrutture di base necessario per combattere una pandemia, che è peraltro, da un punto di vista infettivologico, di una letalità moderata. Carenza di posti letto, carenza di mascherine, carenza di test biologici e pure di soluzioni disinfettanti: nessuna applicazione per gli smartphone, nessun algoritmo magico può sostituire la mancanza di disponibilità di queste tecnologie sanitarie e ospedaliere inventate, grosso modo, tra il 1850 e il 1950. Riscopriamo così metodi concepiti più di cinque secoli fa (quarantena, isolamento, confinamento), apprendiamo di nuovo il lavaggio delle mani che si insegnava agli scolari cento anni fa.

 

Come siamo arrivati a questo? Non conosco il tuo punto di vista sulla questione. Vedi tu nell’attuale pandemia l’espressione, tutto sommato normale, di una Natura relativamente indifferente alla nostra sorte, che ha sempre manifestato degli sbalzi d’umore? Credi che il flagello sia una vendetta immanente contro la dismisura dell’Uomo? Ci vedi una ulteriore conseguenza di una stupidità che sarebbe inscritta nel DNA umano? Appartenendo a un’altra sottospecie che quella dei metafisici o dei biologi, io considero da parte mia – se tu ti degni di interessarti a quello che penso io, anche se comprenderei perfettamente se tu preferissi continuare a vagare tranquillamente a caccia di formiche – che quello che sta succedendo sia il frutto di una lunga serie di orientamenti, scelte e decisioni che avrebbero potuto essere del tutto differenti.

 

Secondo i ‘malthusiani’ le catastrofi che ci stanno cadendo addosso deriverebbero essenzialmente dal numero troppo elevato di esseri umani. In realtà, il problema dipende, più che dal nostro numero, dai nostri comportamenti. Come ben sappiamo da un certo numero di secoli, più le società si sviluppano, diventano complesse ed esigenti nel loro rapporto con la vita, più si impongono l’intelligenza collettiva, il senso di anticipazione e la creazione di strutture regolatrici, e quando il mondo si globalizza, il coordinamento su scala globale diventa assolutamente necessario. Sono queste le condizioni che permettono - all’opposto delle cieche leggi del mercato - di evitare l’eccessiva densità di popolazione, lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, la distruzione della biodiversità, la violazione delle regole di igiene e di sicurezza – tutti fattori che favoriscono l’emergere e la propagazione delle patologie.

 

Nessun avvenimento databile al recente passato, nessuna svolta storica oggettiva, nessuna mente malefica individuale può rappresentare una ragione sufficiente a spiegare il fatto che una logica di mercato e una visione a breve termine si siano imposte in campi che avrebbero dovuto esserne sempre preservati. Una cosa è tuttavia stabilita con chiarezza. Verso la metà del 20° secolo, nei Paesi occidentali, si era giunti a un relativo consenso su un punto: bisognava mettere da parte sia l’esplosione selvaggia degli interessi individuali (essendo l’uomo potenzialmente un lupo per l’uomo) sia il comunismo totalitario così meravigliosamente descritto ne La fattoria degli animali. Tra questi due poli, il punto in cui andava a posizionarsi il cursore variava a seconda degli Stati; ma in generale il capitalismo era stato addomesticato. A partire dalla scuola elementare fino ai vertici delle carriere di élite, si insegnavano – sicuramente in una forma liturgica e ‘occidentecentrica’ – i benefici dello Stato Provvidenza, della redistribuzione delle ricchezze, del civismo fiscale e, con accezione più ampia, dell’interesse generale. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, una setta diventata presto religione egemonica è venuta ad annunciarci brutalmente che tutto questo era obsoleto, contrario al senso della storia… La solidarietà? Una morale per mocciosi in pantaloni corti. Le lotte collettive? Il rifugio di odiosi corporativismi. La protezione dei lavoratori e degli indigenti di fronte alle incognite dell’esistenza? Un freno all’efficacia economica. Si doveva accettare ormai un solo dogma: quello del successo individuale e della concorrenza generalizzata. Una filosofia di vita degna del grande squalo bianco. La pubblicità, la televisione commerciale e l’industria del divertimento, sostituiti più tardi dagli ‘influencer’, hanno inondato i nostri cervelli, cercando di renderci il più possibile un gregge di pecore, ci hanno persuaso che non esisteva nessun universo fuori del piccolo recinto che ci era stato graziosamente concesso: quello del consumo sfrenato e della contemplazione passiva dello spettacolo dei potenti. E noi abbiamo finito evidentemente per crederci.

 

Nel giro di pochi anni, la speculazione finanziaria ha preso il posto della produzione di beni. La rendita azionaria ha dettato le sue esigenze a una gamma sempre più estesa di attività umane. La pressurizzazione dei lavoratori (a cominciare da quelli dei Paesi in via di sviluppo o emergenti) si è intensificata fino a un livello sconcertante di sofferenza, che i salariati gettabili non hanno avuto altra scelta, sotto la minaccia di una diffusa disoccupazione, che quella di accettare. Il rapido saccheggio dell’ambiente e l’emissione esponenziale di sostanze inquinanti e tossiche sono stati l’altra faccia della ‘liberazione delle energie’. Tu più di tutti dovresti saperlo.

 

Dopo quarant’anni, coloro che osano nominare la giustizia sociale, che cercano di elaborare dei modi diversi per organizzare la produzione di beni e di servizi, sono messi in ridicolo o demonizzati – e questo mentre il ripetersi delle crisi finanziarie, lo sviluppo galoppante del riscaldamento climatico, il moltiplicarsi dei segni di anomia sociale e il ritorno in forze dell’estrema destra danno loro ragione. Ancora qualche settimana fa, milioni di francesi sfilavano per le strade per difendere i servizi pubblici e i diritti dei lavoratori: di fronte a loro, i governanti-manager della corporate republic non hanno avuto altra risposta se non il disprezzo e l’autorità brutale della polizia. Ancora una volta, bisogna arrivare a trovarsi sull’orlo del baratro per constatare che ciò che ancora ‘regge’ nella nostra società lo si deve in primo luogo a quei lavoratori così poco conformi al modello della startup nation, così lontani dai ‘primi della fila’ eppure così vitali: personale ospedaliero, ma anche insegnanti della scuola primaria e secondaria, lavoratori del sociale, educatori, operatori dei servizi sociali ecc.

 

Io non penso di essere più evoluto di te in materia di strategia politica e non credo di brillare per le mie doti di preveggenza. Pur sapendo che non è il momento, non posso impedirmi di pensare che noi dobbiamo proprio ora immaginare il ‘dopo’, non fosse che per allontanare l’inquietudine e mettere un balsamo sul cuore. Non sono il solo a voler capire se quello che ci sta succedendo sarà servito a qualcosa. Ti consegno dunque alcune considerazioni, alle quali potrai reagire, se il cuore te lo suggerisce e se i tuoi sonnellini digestivi ti lasciano un po’ di tempo.

 

La prima cosa che mi viene in mente è che un certo numero di idee o di rivendicazioni abitualmente respinte come ‘irrealistiche’ verranno considerate nel prossimo futuro più degne di essere prese in considerazione. Bisogna sperarlo, perlomeno adoperarsi in questa direzione. Per iniziare, probabilmente si ricomincerà a parlare di politica, nel vero senso del termine. Perché attualmente tutto mostra fino a che punto l’azione portata avanti dai diversi governi di fronte al flagello sia inscindibile dalle norme, dai valori e dalle ideologie in vigore; il tipo di misure adottate, il livello del ricorso alla coercizione dello Stato, il ruolo dell’etica nelle strategie sanitarie, il rapporto con l’altro (straniero, migrante…), il senso civico della popolazione, la fiducia dei cittadini rispetto alla parola pubblica o scientifica ecc. Le ineguaglianze (di salute, di alloggio, di copertura sanitaria ecc.) esplodono in tutta la loro nuda evidenza di fronte a coloro che si ostinano a negare o a minimizzare. Peraltro l’ondata di solidarietà che si sta manifestando mostra quanto l’ideologia da squalo non abbia ancora distrutto tutto al suo passaggio. Non è facile ammettere l’idea, formulata dai sociologi del 19° secolo (e da certi uomini politici come Léon Bourgeois) che la solidarietà è una necessità quasi biologica – che rientra quindi nel campo d’azione dell’economia – e non solamente un nobile valore morale e politico. Attualmente, il legame fra l’interdipendenza di fatto degli individui e questo imperativo di solidarietà ci sembra più chiaro che mai.

 

Quello che stiamo vivendo collettivamente può costituire un’opportunità storica per rimettere a posto le cose e avanzare verso un miglioramento. Ma al di là del nostro disfattismo, della nostra tendenza all’inerzia, delle nostre molteplici divisioni, abbiamo tutto da temere da parte di coloro che hanno reso il mondo l’immenso terreno di caccia (o di bracconaggio, non si sa più bene) che è diventato. Architetti, proprietari e amministratori dell’ordine planetario attuale non vogliono evidentemente lasciarci le chiavi e ritirarsi in punta dei piedi ammettendo le loro responsabilità. Ne hanno viste tante! Stanno fin da ora preparando il ‘dopo’. Li vedremo ben presto moltiplicare i gesti filantropici e le elargizioni, tenere discorsi retorici, fare di tutto per riconquistarsi una verginità e riprendere il controllo della situazione al più presto. Cercheranno di farci pagare il conto economico, come dopo la crisi del 2008. I loro servitori (opinionisti, intellettuali mediatici incollati alle poltrone dei talk-shows, esperti patentati) manterranno fedelmente le posizioni. Metteranno insieme le parti di un discorso che esonera il sistema economico da tutte le sue responsabilità, moltiplicheranno le strategie per distrarre l’opinione pubblica, attaccando qualche capro espiatorio accuratamente selezionato, agitando lo spettro del caos economico nel caso qualche proposta si discosti anche solo di un centimetro da quello che la loro mente è in grado di accettare, mantenendo le nostre dipendenze socio-digitali.

 

Per molti furbetti si apriranno nuove opportunità di guadagno. Il business della sicurezza, dell’igiene, della paranoia sono tutti settori che promettono un futuro prospero. La paura non è solamente la migliore alleata del potere, è anche un’immensa fonte di profitto. Segno premonitore di questa resistenza a rimettere tutto in gioco è che negli ultimi tempi non è evocando l’orgoglio professionale, la devozione al bene comune e neanche l’emulazione scientifica che i dirigenti incoraggiano i ricercatori del vaccino a trovare al più presto la formula tanto attesa. È in nome della ‘competizione’, internazionale e individuale! Purché la Francia si piazzi bene in questa competizione, il presidente Emmanuel Macron ha già annunciato delle misure che vanno in senso contrario alle richieste che gli universitari e i ricercatori rivendicavano da parecchi mesi, nell’ambito di un sommovimento sociale senza precedenti. Su un altro piano, per via dello stato di emergenza sanitaria si introducono delle disposizioni che permettono ai datori di lavoro di aggirare i diritti dei lavoratori, mentre essi sono esposti, dappertutto, al rischio virale, spesso in lavori o in settori di cui si fatica a vederla questa «necessità vitale».

 

Io sarei piuttosto in imbarazzo, in effetti, se tu cominciassi per davvero a rivolgermi la parola, mettiamo, per domandarmi in quale senso preciso e concreto bisognerebbe cambiare le cose, o come e fino a dove cambiarle. Una volta che avessi risposto libertà, uguaglianza, solidarietà e protezione degli ecosistemi, su scala nazionale, regionale e globale, non avrei fatto che ricordare a me stesso i grandi punti di riferimento della bussola. Là dove ho delle convinzioni più ferme è sul fatto che tutti i nostri sforzi non saranno che del tempo perduto se il potere delle lobby non sarà spezzato, se il conflitto di interessi resterà, come è attualmente, nel cuore stesso del sistema. Se i rappresentanti del popolo e i servitori dello Stato continuano a essere amichevoli così tanto con i detentori del denaro; se le posizioni nelle quali si prendono decisioni politiche e amministrative non sono altro che un passaggio momentaneo nell’ambito di carriere essenzialmente votate all’arricchimento privato. La mia seconda certezza è la seguente: anche se la vicenda che attraversa attualmente l’umanità giocherà il ruolo di choc salutare, la decontaminazione delle menti da quella che bisogna pur chiamare l’ideologia dominante necessiterà di un tempo più lungo dell’attuale ‘guerra sanitaria’. Ma come aveva meravigliosamente scritto Moncef Marzouki, allora oppositore del regime autoritario tunisino, bisogna seminare; anche nel deserto, bisogna seminare… Dunque, seminiamo, senza aspettare.

 

Mi fermo qui perché non voglio abusare del tuo tempo ed è quasi ora di affacciarmi alla finestra per partecipare all’applauso collettivo e in sostegno al personale sanitario. Se dipendesse solo da me, questo rituale avrebbe luogo tutti i giorni dell’anno, anche in tempi normali. Non solamente per dare spazio all’ipocondriaco che è in me, ma per il piacere di contribuire a un entusiasmo collettivo che riguardi altre cose rispetto al calcio, al quale io non mi interesso più dopo che il mio eroe Dominique Rocheteau ha appeso al chiodo la maglietta blu.

 

Spero che resteremo in contatto e che avremo delle occasioni più felici di incrociare i nostri destini,

 

Rispettosamente

        Fabrice

 

La versione originale in francese del presente articolo è disponibile qui

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

M. Douglas, The Lele of the Kasai, Routledge, 1963, 2003, p. 286

 https://laviedesidees.fr/Mary-Douglas-un-certain-gout-pour-la-hierarchie.html

 G. Orwell, Animal farm, 1945, trad. it. 1947

 M. Marzouki, https://blogs.mediapart.fr/francois-geze/blog/190111/un-temoignage-inedit-de-moncef-marzouki-meme-dans-le-desert-il-faut-semer

 

 

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Immagine: Pangolino, da G.-L. Buffon, Histoire naturelle, générale et particulière, avec la description du Cabinet du Roy, X, Paris 1763. Crediti: Université de Paris (https://www.biusante.parisdescartes.fr/histmed/image?medpharma_006262x10x0274)

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