17 aprile 2020

Storie virali. Contagio e diffusione delle informazioni

 

Durante il periodo di diffusione della spagnola, la pandemia influenzale che tra il 1918 e il 1920 provocò la morte di milioni di persone in tutto il mondo, la paura e l’angoscia intorno alla malattia e alla morte che ne conseguivano non trovarono spazio sulla stampa dell’epoca. La censura allora vigente nei paesi belligeranti impediva la diffusione di notizie che potevano deprimere lo spirito pubblico. Era chiaro già all’epoca come le notizie diffuse dalla stampa, in particolare quelle negative e angoscianti, influenzassero lo spirito dei popoli e condizionassero i loro comportamenti.

 

La narrazione che si sta sviluppando in queste settimane intorno all’emergenza Covid-19 poggia su presupposti storici e culturali completamente differenti. Se è vero che essa può condizionare le risposte emotive agli eventi che ci stanno toccando, è anche vero che i mezzi di comunicazione oggi a disposizione permettono un livello di libertà talmente alto da chiamare necessariamente in causa la nostra responsabilità individuale. Quella cui stiamo assistendo è una narrazione fatta di sensazionalismo, allarmismo, pathos, ma anche di ironia e leggerezza, scientificità e chiarezza, fruibile in vari formati. Passa e si intensifica attraverso il Web, entra nelle nostre case col nostro consenso, attraverso i nostri device, da cui prende forma e si diffonde. Immagini, dati, fake news, vignette, fumetti animati, didascalie, slogan, decreti, storie su Instagram e dirette Facebook sono messi tutti sullo stesso piano, tutti ugualmente accessibili, in una moltitudine di informazioni che l’OMS ha definito infodemia.

 

Durante i primi giorni di diffusione del contagio, il racconto restituitoci dalla stampa ha dimostrato il suo impatto innanzitutto sulla percezione del rischio. La nostra era una platea ancora impreparata e inconsapevole, smarrita nelle proprie angosce e nella paura di quello che poteva succedere. Dopo un periodo durante il quale titoli allarmistici e sensazionalistici catturavano la nostra attenzione, insieme alla divulgazione incontrollata di dati e numeri, si è avuto come risposta l’effetto di abbassare la soglia di percezione del rischio. A fine febbraio, la dottoressa Gismondo dell’ospedale Sacco di Milano, direttrice del laboratorio dove vengono analizzati i campioni di possibili casi di Coronavirus, invitava ad abbassare i toni per quella che definiva un’infezione appena più seria di un’influenza, per essere smentita poco dopo dai suoi colleghi. In questa schizofrenia informativa si è passati dal considerare il Coronavirus un’influenza che colpisce in modo grave solo gli anziani e gli immunodepressi all’acquistare compulsivamente mascherine e liquidi igienizzanti.

 

Qualche giorno dopo, la diffusione della bozza di decreto che istituiva la zona rossa in Lombardia e il conseguente divieto di spostamento hanno generato la fuga dei fuorisede da Nord verso Sud, e con essa il forte rischio di diffondere il virus in intere regioni dove il contagio era ancora contenuto o quasi inesistente. Subito dopo ci siamo ritrovati tutti nella zona rossa. Da quel momento la comunicazione sul Coronavirus è stata riportata quasi esclusivamente ai canali istituzionali, i dati vengono diffusi dagli organi pubblici, i comportamenti da adottare durante l’emergenza vengono dettati dai rappresentanti del governo, i siti istituzionali si sono attrezzati di una sezione in cui vengono segnalate le fake news sul Coronavirus, la stampa ha moderato i toni sensazionalistici. Una comunicazione più seria e istituzionale ha cominciato a diventare più disponibile, ma nella democrazia informativa di Internet anche tutto il resto lo è.

 

Gli studi sugli effetti sociali dei media, che si concentrano sulle caratteristiche dell’audience, affermano che gli individui non si espongono ai messaggi in uno stato di nudità psicologica, ma sono rivestiti e protetti da predisposizioni esistenti e processi selettivi di attenzione e memorizzazione. Gli individui tendono a scegliere innanzitutto le informazioni più congeniali alle loro attitudini, che rinforzano le loro opinioni preesistenti e con cui sono già d’accordo, mentre tendono a scartare i messaggi difformi. Accanto a questi fattori individuali che intervengono sul processo di selezione delle notizie, ne esistono altri come il livello di istruzione, la percezione dell’utilità dell’informazione, le caratteristiche del messaggio, i bisogni personali e il contesto interpersonale di riferimento.

 

Non siamo dunque tutti vulnerabili allo stesso modo ai messaggi con cui entriamo in contatto. Le nostre attitudini personali, il nostro vissuto psicologico, il nostro livello culturale, i nostri interessi e bisogni ci rendono responsabili nel processo di selezione dei contenuti a cui decidiamo di prestare attenzione e che scegliamo, di conseguenza, di diffondere. Dalla nostra capacità di filtrare i contenuti, di scegliere le fonti, di processare correttamente le informazioni dipende la narrazione che questo Paese costruirà intorno all’epidemia. E se è vero che siamo corresponsabili in questo processo di selezione e diffusione e che scegliamo i contenuti che più si conformano alle nostre opinioni preesistenti, allora la narrazione che scegliamo di raccontare rivelerà molto su noi stessi, su questo paese, sul suo livello culturale e morale.

 

Secondo il rapporto Euromood Infoweb-Covid-19 (un’indagine sulla copertura informativa in Europa sul Covid-19 basata sui post Facebook di 257 testate di informazione online dal 1° gennaio al 14 marzo), in Italia le notizie sul Covid-19 occupano il 63% del totale delle notizie prodotte e catturano quasi 7 interazioni su 10 da parte del pubblico. L’attenzione nel nostro Paese è dunque concentrata quasi esclusivamente su un unico argomento. Chiusi nelle nostre abitazioni e impossibilitati a un vero scambio sociale, troviamo nei dispositivi elettronici la principale finestra sul mondo e nei social media la più importante fonte di interazione con gli altri. Decidere di condividere un contenuto anziché un altro può spingerci a interrogarci sul perché abbiamo operato questa selezione e quali sono le attitudini individuali che sottende.

 

Cercare il sensazionalismo e il pathos in una notizia ci potrà forse dire qualcosa sul vuoto interiore che abbiamo necessità di riempire con emozioni forti. Diffondere immagini di condivisione e canti dalle finestre potrà dirci qualcosa sul senso di patriottismo che probabilmente non sapevamo di avere. Prestare attenzione ai contenuti che spingono alla ricerca di un nemico ci potrebbe rivelare un livello di paura più alto di quello che ci permettiamo di sentire, ma che stiamo canalizzando all’esterno. Condividere ipotesi complottiste può raccontare qualcosa sul nostro background sociale e personale, sulla fiducia che abbiamo negli altri e nell’autorità. Questo costante lavoro di attenzione, selezione e diffusione ci restituirà pian piano gli umori del nostro Paese rivelando probabilmente che il modo in cui stiamo raccontando questa epidemia a noi e agli altri è solo un pretesto per tirare fuori il peggio o il meglio di noi stessi.

 

 

                                TUTTE LE STORIE VIRALI PUBBLICATE SU ATLANTE

 

 

Bibliografia per approfondire

 

Mauro Wolf, Gli effetti sociali dei media, Milano, Bompiani, 1992

Eugenia Tognotti, La «Spagnola» in Italia. Storia dell'influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919), Milano, Franco Angeli, 2015

Euromood Infoweb-Covid-19 https://www.kapusons.it/covid19.pdf

 

 

                        TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Immagine: Coronavirus, Covid-19 ritagli di giornale. Crediti: J.J. Gouin / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0