18 aprile 2020

Storie virali. Un’importante frattura antropologica

 

La crisi sanitaria ci ricorda la stretta interdipendenza delle nostre società, l’impossibilità di chiudere le frontiere. L’inquinamento, il riscaldamento climatico con i suoi squilibri, ce lo ricordano quotidianamente. L’emergere del Coronavirus rappresenta un ulteriore passaggio che fa entrare il mondo contemporaneo in un’era postmoderna, radicalizzando aspetti fondamentali che erano ancora solo in potenza poche settimane fa. Non si tratta affatto, dal mio punto di vista, di mettere in discussione queste misure di prevenzione - ovviamente legittime - ma solamente di portare alla luce l’ironia tragica che è ad esse sottesa.

 

Ogni giorno i media comunicano il numero delle persone contagiate e il numero dei decessi, qui e negli altri Paesi. Le nostre società sono sempre più sotto l’egida dell’ordalia (Le Breton, 2007), un giudizio di Dio o piuttosto del destino che attende gli uni e gli altri, ma in particolar modo coloro che hanno ancora rapporti sociali a causa del loro lavoro, e soprattutto il personale sanitario. Così in questo contesto la litania delle morti per incidenti automobilistici è ormai soppiantata da quella delle vittime del Coronavirus. L’ordalia della strada in questo momento è sospesa, ci sono poche automobili in circolazione e il numero degli incidenti è pressoché inesistente. Naturalmente, ogni automobilista che si trova al volante della sua autovettura è convinto che i pirati della strada siano soltanto gli altri, e si illude di tenere la situazione sotto controllo. Di fronte al contagio, è più difficile per ognuno di noi fare affidamento sulla propria abilità.

 

L’isolamento in casa, consentendo i rapporti con gli altri solo attraverso gli strumenti di comunicazione a distanza, trasforma la popolazione in un arcipelago di innumerevoli individui separati. Ognuno di fronte al suo schermo, che diventa difesa del corpo, si trova trasformato in un hikikomori qualsiasi; come i giovani giapponesi che vivono una reclusione volontaria - continuando comunque uno scambio senza fine con gli altri attraverso i social network - e restano rinchiusi in casa per anni rifiutando il mondo esterno. Con l’impossibilità di uscire si cancella la presenza fisica dell’altro, la conversazione scompare ulteriormente a vantaggio della sola comunicazione senza corpi, senza volti, senza contatti, e anche senza voce a parte quella trasmessa attraverso lo smartphone o il computer. Non ci sono più i faccia a faccia, gli incontri vis à vis a contatto con il respiro dell’altro. E al di fuori dello schermo, per strada e altrove, la mascherina dissimula il viso. L’isolamento accentua la dipendenza dallo smartphone e distrugge ulteriormente la conversazione, cioè il riconoscimento pieno dell’altro attraverso l’attenzione al suo sguardo.

 

Il corpo è ormai il luogo della vulnerabilità, là dove sono in agguato la malattia e la morte, pronte a introdursi nel minimo varco. Il corpo è più che mai il luogo della minaccia. È importante sigillarlo attraverso quelle che vengono giustamente chiamate “misure barriera”. La “fobia del contatto” teorizzata un tempo da Elias Canetti (1966) si radicalizza ancora. Il corpo deve essere lavato, pulito, purificato di continuo, mantenuto lontano da qualsiasi contatto con l’altra persona, sconosciuta e dunque sospetta. Non più baci, strette di mano o abbracci poiché le rare relazioni ancora fisiche si tengono a distanza. Il desiderio è una minaccia perché sfugge a tutti i controlli ed espone al peggio coloro che vi cedono. Un puritanesimo necessario accompagna le misure di isolamento e le precauzioni che prendiamo per non essere colpiti dalla malattia e non contagiare gli altri. L’individuo costituisce un mondo tutto suo, in continua comunicazione ma senza la complicazione rappresentata della presenza fisica dell’altro. Riscopriamo con stupore il prezzo delle cose che non hanno prezzo: il semplice fatto di recarsi in un altro quartiere, di attraversare i boschi, di incontrare gli amici, di prendere un caffè nei tavolini all’aperto, di andare a teatro o in una libreria… Una certa banalità avvolge questi comportamenti quotidiani, che ritrovano oggi la loro dimensione di sacralità, il loro valore infinito.

 

La crisi sanitaria è in questo senso un memento mori, un richiamo alla nostra incompiutezza e a una fragilità che continuiamo a rimuovere. Ristabilisce una scala di valori banalizzata dalle nostre abitudini. Soltanto di fronte al rischio che queste cose possano esserci tolte. La libertà di movimento era data così per scontata da non essere più percepita come un privilegio. Alla fine della crisi sanitaria, il ritorno alla normalità sarà un momento di formidabile esultanza, di ricongiungimento con gli altri e con il mondo, di rilancio della gioia di vivere e del sentirsi vivi.

 

La versione originale in francese del presente articolo è disponibile qui

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

Elias Canetti, Masse et puissance, Paris, Gallimard, 1966

David Le Breton, Conduites à risque. De jeux de vivre au jeu de mort, PUF, Paris, 2002

David Le Breton, En souffrance. Adolescence et entrée dans la vie, Métailié, Paris, 2007

 

 

 

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