31 marzo 2020

Storie virali. L’influenza spagnola

 

L’“influenza spagnola” è uno di quei termini erronei che hanno resistito alla storia nonostante l’evidenza, così come gli indiani d’America hanno continuato a essere chiamati “indiani” anche se non provenivano dall’India. Ma, al di là dello strano sintagma, cosa si è imparato dall’influenza spagnola? La sua traccia nella memoria si ferma di solito alla vaga esistenza di una pandemia cruenta che ha spazzato il mondo a seguito della Prima guerra mondiale.

Fu comunque un episodio complesso che durò più di un anno tra il marzo del 1918 e l’estate del 1919, con delle ricadute durante il 1920 o il 1921. Tre fasi hanno scadenzato la pandemia: una prima, caratterizzata da un’elevata morbilità, anche se relativamente “benigna”, che durò dal marzo al luglio del 1918. La stampa, media quasi esclusivo all’epoca, prese la questione alla leggera, in particolare in Spagna, dove più di 100.000 madrileni si ammalarono a maggio, tra i quali il re Alfonso XIII. La seconda fase si diffuse dall’Europa in tutto il mondo a partire dal mese di agosto, probabilmente a seguito di una mutazione del virus. Questa fu la fase più violenta. I primi sintomi furono classici (febbre, mal di testa), ma le complicazioni polmonari si moltiplicarono e colpirono soprattutto i giovani adulti (15-45 anni). Una terza ondata interessò di nuovo molti Paesi tra il febbraio e l’estate del 1919.

Il bilancio di vittime a livello mondiale fu terribile. Diversi studi lo collocano tra i 50 e i 100 milioni di morti (vedi mappa). L’Asia pagò il prezzo più alto con 30 milioni di morti, di cui 18 milioni in India, e un impatto ancora incerto è quello relativo alla Cina e al mondo ottomano, allora in completo degrado. In Europa (Russia compresa) si contarono più di 3 milioni di morti di cui 250.000 in Francia e probabilmente più di 500.000 in Italia.

Mappa di F. Vinet – Fonte, N. P. A. S. Johnson, J. Müller, Updating the accounts: global mortality of the 1918-1920 “Spanish” influenza pandemic, in Bulletin of the History of Medicine, 2002, 76

La propagazione della malattia avvenne via mare attraverso il trasporto delle truppe di ritorno dall’Europa verso le colonie e i Paesi alleati. La globalizzazione era già all’opera, ma più lenta. Ci volevano 6 giorni per attraversare l’Atlantico. L’influenza, estremamente contagiosa, si diffuse rapidamente in tutti i continenti. Non conosciamo davvero il numero delle persone che contrassero la malattia. Alla popolazione civile nei Paesi in guerra non era sufficientemente garantita una copertura sanitaria. Le risorse mediche erano riservate allo sforzo bellico. Le autorità politiche si rifiutavano di dare istruzioni generali per chiudere le frontiere o confinare la popolazione. L’economia di Paesi già duramente colpiti dalla guerra non doveva essere gravata ulteriormente. Le autorità rimandarono ai prefetti o ai Comuni il compito di chiudere teatri, cinema, negozi o sospendere eventi sportivi, qualora necessario. In realtà, le economie dei Paesi colpiti si fermarono per mancanza di personale. Il numero dei malati era tale che le scuole non potevano più funzionare, le fabbriche giravano a rilento e i raccolti erano lasciati in stato di abbandono.

Le misure d’igiene, come la disinfezione delle carrozze della metropolitana o dei treni, non venivano eseguite per mancanza di personale e di disinfettanti. Lo stesso valeva per quelle di quarantena, impossibili da applicare a fronte di una malattia considerata benigna e altamente contagiosa. Rare sono state le quarantene che hanno funzionato. Persino l’Australia, che aveva messo in atto dei rigidi controlli sulle navi che entravano nei suoi porti, fu raggiunta dal virus nel gennaio del 1919. L’epidemia in quel Paese ucciderà 15.000 persone. Solo poche isole sperdute come Sant’Elena o le Samoa americane sfuggirono al flagello.

L’influenza spagnola ebbe conseguenze talvolta disastrose, in particolare nelle cosiddette società primitive degli Inuit o nelle società melanesiane del Pacifico, poco abituate al contatto con i virus influenzali. Le isole Tonga hanno perso il 25% della loro popolazione, per lo più giovani adulti. Si osservarono addirittura in molti Paesi, dei deficit di natalità nell’estate del 1919, cioè 9 mesi dopo il picco dell’epidemia. La virulenza della malattia determinò anche la scomparsa delle pandemie influenzali per i successivi 40 anni a causa dell’“effetto raccolto? e dell’immunizzazione di gran parte della popolazione.

Il ricordo vivo di questa antica epidemia non deve farci dimenticare che essa è stata a lungo occultata alla memoria dei popoli, in particolare quelli europei, troppo impegnati con la Prima guerra mondiale, che ha occupato tutto lo spazio della memoria a partire dagli anni Venti. L’oblio si spiega anche con la sua data atipica nella storia delle epidemie e nella storia della salute. Il mondo occidentale era allora nel bel mezzo di una transizione epidemiologica: si passò da una mortalità di origine principalmente infettiva (tubercolosi, dissenteria, morbillo...) a una mortalità per malattie degenerative (cancro, morbo di Alzheimer...). Con le regole d’igiene, dell’asepsi e delle vaccinazioni, diffuse tra gli altri da Louis Pasteur e Robert Koch, ci si convinse di aver arrestato le grandi epidemie ancora estremamente mortali nel XIX secolo. Tuttavia, le autorità mediche e politiche si trovarono impotenti di fronte all’epidemia di influenza. Non vollero quindi mantenere vivo il ricordo di un evento che fu per loro un completo fallimento. Si è dovuto attendere la fine del XX secolo per far riemergere l’influenza del 1918-19 in termini di riferimento epidemico. Alcuni studi hanno permesso di ricostruire come il virus A(H1N1) sia alla sua origine. Tuttavia, se possiamo trovare analogie tra l’attuale epidemia di Covid-19 e l’influenza spagnola, come i sintomi dell’influenza o le complicazioni polmonari, i paragoni si fermano lì, tanto i contesti e i tempi sono distanti. 

La storia comparativa è contraddistinta da due insidie: fare del passato tabula rasa e avere il passato come unico orizzonte. La memoria collettiva è un processo selettivo. È un costrutto individuale e collettivo in cui le crisi equivalgono a periodi d’insegnamento che, se interiorizzati, ci aiutano a vivere meglio quelle successive. Si riscoprono così le virtù dell’igiene (lavarsi le mani...) in Paesi dove si era persa la cultura epidemiologica. La popolazione scopre che il confinamento potrà essere utilizzato durante la prossima crisi, quando si verificherà il prossimo incidente nucleare. I sistemi sanitari duramente colpiti stanno sperimentando a loro volta un esercizio su larga scala. Non c’è alcun dubbio che usciranno da questa crisi sconvolti. Sarà necessario che il popolo e i governi, insieme, li sostengano.

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

C. Ammon, Chroniques d’une épidémie. Grippe espagnole à Genève (1918-1919), DES d’Histoire de la Médecine, Université de Genève, 2000

H. Phillips, D. Killingray, The Spanish Influenza Pandemic of 1918–19: New Perspectives, Routledge, New York, 2003

S. Ansart, C. Pelat, P.Y. Boelle, F. Carrat, A. Flahault, A.J. Valleron, Mortality burden of the 1918-1919 influenza pandemic in Europe, in Influenza and Other Respiratory Viruses, 3 (3), 2009, pp. 99-106

P. Berche, Faut-il avoir encore peur de la grippe?, Odile Jacob, Paris, 2012

F. Vinet, La Grande Grippe. 1918, la pire épidémie du siècle, Editions vendémiaire, Paris, 2018

F. Vinet, “Grippe espagnole”, in Dictionnaire Politique d’Histoire de la Santé (DicoPolHiS), diretto da Hervé Guillemain, Le Mans Université, 2020

 

 

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Immagine: Le infermiere volontarie della Croce Rossa americana curano i malati di influenza nell’Auditorium di Oakland, in California, durante la pandemia del 1918. Crediti: Photo by Edward A. “Doc” Rogers. From the Joseph R. Knowland collection at the Oakland History Room, Oakland Public Library. Digital copy via http://content.cdlib.org/ark:/13030/kt3q2nc9rt/?&query= [Material is in the public domain. No restrictions on use], attraverso nn.m.wikipedia.org

 


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