9 maggio 2020

Storie virali. Prospettiva globale e partecipazione comunitaria

 

La pandemia in atto è senza dubbio una “situazione limite” che ha reso espliciti quei processi impliciti che abitualmente informano la nostra realtà sociale: dal sotto-finanziamento e smantellamento della sanità pubblica alla natura dei rapporti politici nel contesto europeo, ai limiti di un approccio medico sempre più schiacciato sull’avanzamento tecnologico, ai valori che guidano le scelte in materia di politiche sanitarie ecc.

Da questo svelamento molte sono le lezioni che dovremmo e potremmo apprendere. Si pensi quanto inizialmente si sia lavorato al tracciamento e al monitoraggio epidemiologico sulla premessa dell’“origine cinese” dell’infezione, pensando così di procedere a un contingentamento della sua diffusione. Ecco, una delle lezioni utili per chiudere il divario fra ciò che sappiamo e ciò che facciamo viene proprio dalle prospettive di Salute Globale, tanto nelle scienze umanistiche e sociali quanto in quelle di sanità pubblica: per salute globale si intende, infatti, non già lo studio dell’impatto della globalizzazione sulla salute, ma l’adozione di una prospettiva globale, anche quando sotto analisi è un fenomeno apparentemente locale. La salute globale è un paradigma che ci invita a cogliere quanto salute e malattia siano costitutivamente imbricate nelle dinamiche sociali al punto che, di fatto, sia impossibile non considerarle come fenomeni collettivi e dunque di interesse comune. Il manifestarsi del Covid-19 a Wuhan avrebbe dovuto generare un’immediata risposta volta a promuovere azioni di cooperazione e collaborazione più che di chiusura e di biasimo, perché qualsivoglia fenomeno locale riguarda tutti.

Ma anche altri valori impliciti sono venuti a galla: la gestione dell’emergenza è stata tutta improntata a saperi utili al trattamento della patologia, concentrando l’azione medica nei contesti ospedalieri, tagliando così fuori il contributo che le cure primarie avrebbero potuto dare. Questo a dispetto del fatto che a fare la differenza sul fronte del contenimento siano state le misure di lockdown, ovvero misure volte a regolare il comportamento sociale. Con questo non si vuole certamente sminuire il ruolo determinante che i contesti ospedalieri hanno svolto nel trattare le persone colpite da Covid-19. Sarebbe non solo ingeneroso ma insensato. Si sta mettendo in luce piuttosto che il nostro sistema sanitario è calibrato culturalmente su valori che non valorizzano la dimensione di prossimità dei servizi con il territorio, unico contesto in cui creare una cerniera proattiva fra istituzioni e comportamenti delle persone.

Se una lezione le scienze sociali ci hanno portato dall’analisi di passati fenomeni epidemici è che a fare la differenza sono i comportamenti delle persone e, dunque, la capacità di coinvolgerle attivamente nei processi che le riguardano. Quali meccanismi abbiamo a disposizione per farlo? Anche in quei contesti regionali dove le cure primarie sono tradizionalmente valorizzate più che altrove, non sembra esserci stata la capacità di attivarle in senso partecipativo. Così facendo abbiamo rinunciato a forme di azione determinanti.

Oggi che il tema della preparedness è sull’agenda politica, almeno queste due lezioni ci auguriamo vengano apprese: la salute è un bene collettivo globale e va affrontato con uno sguardo capace di cogliere la reciproca implicazione dei contesti che immaginiamo come locali, all’insegna della consapevolezza che il proprio interesse coincide con la promozione di quello altrui; e solo attraverso forme di coinvolgimento attivo, le persone possono essere pensate come attori, e non come mera popolazione, schiacciata da misure top-down incapaci di promuovere la loro valorizzazione agentiva. Per far questo occorre una cultura della salute e dei servizi capace di creare cittadinanza cognitiva e politica per l’azione locale di servizi territoriali in senso partecipativo, secondo lo spirito di quella Comprehensive Primary Health Care auspicata ad Alma Ata (quanti di noi, se contattati dai servizi socio-sanitari territoriali, avrebbero potuto dare un contributo e mettere in rete ciò che avevano da offrire: dalla produzione dei dispositivi di protezione, al supporto reciproco, ecc.). Visto il ruolo che la fiducia nelle istituzioni gioca nel successo delle misure di sanità pubblica, quale contesto migliore dei servizi di prossimità per generarla? Ma quali forme di conoscenza sono al loro interno riconosciute come pertinenti e rilevanti nello svolgimento del proprio mandato istituzionale? Se pensiamo la salute a partire dalla malattia, a sua volta ridotta a sola patologia, la stiamo spogliando precisamente di quelle relazioni su cui poter fare leva nella sua promozione. Per pensare la salute in questi termini abbiamo evidentemente bisogno di forme di sapere capaci di valorizzarne le dimensioni sociali, altrimenti ci condanniamo all’incapacità di poterla generare. Anche su questo non stiamo dicendo nulla di nuovo. Di nuovo ci sarebbe la capacità di chiudere il divario fra ciò che sappiamo e ciò che facciamo.

 

 

 

                                TUTTE LE STORIE VIRALI PUBBLICATE SU ATLANTE

 

 

Bibliografia per approfondire

 

Farmer, Kim - Kleinman, Basilico, Reimagining Global Health. Berkeley, University of California Press, 2013

Packard, Randall, A history of global health. Interventions into the lives of other peoples. Baltimore, Johns Hopkins University Press, 2016

Richards, Paul, Ebola. How a people’s science helped end an epidemic. London, Zed Books Ltd., 2016

Maciocco, Gavino (a cura di), Cure primarie e servizi territoriali. Esperienze nazionali e internazionali. Roma, Carocci, 2019

 

 

 

                        TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

 
Crediti immagine: Barry Dale Gilfry, Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0), www.flickr.com/

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0