20 marzo 2020

Storie virali. Responsabilità e colpevolezza

 

L’8 marzo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte comunicava in conferenza stampa la delimitazione di una zona rossa in Italia stabilendo, tra le varie misure, il divieto di spostamento dei cittadini dalle aree del Nord più colpite dal Covid-19. Poche ore prima che la decisione venisse ufficializzata, i canali di informazione avevano già diffuso la notizia. Le scale e i corridoi della stazione di Milano venivano inondati da una folla che correva nel panico, intenta a salire sugli ultimi treni notturni per spostarsi, scappare. La reazione dell’opinione pubblica, sostenuta da una stampa del tutto incurante di aver alimentato l’incertezza attraverso la fuga di notizie, è unanime nel considerare quelle persone irresponsabili. Il loro comportamento viene percepito come animalesco, guidato da una mancanza di autocontrollo, da una non volontà a compiere i sacrifici richiesti; non tutela la salute degli italiani, tradisce un patto collettivo stabilito auspicando il contenimento dell’epidemia.

Non è stata certamente questa la prima occasione di individuazione del responsabile, del colpevole della sciagura. Nelle settimane precedenti al primo contagio italiano, il Covid-19 ha offerto spesso l’occasione per rimarcare la separazione tra “noi” e gli “altri”, giustificando per esempio la sospensione dei collegamenti verso la Cina, il controllo dei corpi che avevano transitato in territori dove il virus si stava diffondendo, dando vita a frequenti manifestazioni di razzismo, successivamente ricapitolate in visioni della zoonosi fortemente nutrite da concezioni discriminatorie (ricorderemo a tal proposito la connessione tra abitudini alimentari inconsuete e lo sviluppo di malattie nelle parole del presidente della Regione Veneto).

La prima fase di diffusione del virus in Italia ha poi alimentato una concezione quasi stregonica del Paziente 0, tesa a offrire una spiegazione sul perché degli avvenimenti maligni, sulle concatenazioni causali che stavano comportando in un dato momento e uno spazio circoscritto un danno, ossia mettere tutti in pericolo. E tuttavia nel caotico evolversi degli eventi che ha infine tinto di rosso tutto il territorio italiano, l’epidemia si diffondeva e tutti noi diventavamo figure minacciose poiché in grado di interferire nel presente tratteggiando scenari nefasti nel futuro; irresponsabili perché protagonisti attivi di un aumento esponenziale del contagio, o potenzialmente colpevoli nel nostro essere asintomatici. Nel dibattito pubblico e politico, più il corpo individuale tendeva a coincidere con quello collettivo, più il concetto di responsabilità si rafforzava nel suo duplice significato: la colpevolezza associata alla violazione di un obbligo che causa effetti dannosi su se stessi e sugli altri (da punire), e la capacità di rispondere dei propri comportamenti per essere in grado di controllarli (da promuovere). Questo accadeva ancor prima che uno stato di emergenza si fosse del tutto stabilito, fomentato da una comunicazione del rischio del tutto fallimentare (su questo, si veda l’articolo di Pietro Saitta).

I successivi e attuali avvertimenti degli operatori sanitari, di quei soldati in trincea senza protezione costretti a scegliere quotidianamente chi curare e chi lasciar morire (già il 6 marzo venivano pubblicate a questo proposito le Raccomandazioni della SIAARTI - Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva), di nuovo hanno posto al centro dei discorsi la necessità di assumere una postura responsabile dinanzi alla catastrofe in atto, sostenendo il processo di normativizzazione avviato dallo Stato. In gioco non pare esserci solo la sopravvivenza del sistema sanitario, bensì l’idea che la vita di tutti è nelle mani di tutti. Appare a tratti singolare la pretesa a voler riformare, nel giro di poche settimane, la concezione occidentale e profondamente individualista della salute e della malattia; eppure di questo si tratta, poiché nel tentativo di tenere a bada l’angoscia causata da una défaillance del progresso scientifico, la malattia deve essere ora considerata nei termini di un fatto collettivo in quanto la sua gestione riguarda tutti noi.

In questi giorni è stato più volte ripetuto che dalla riconfigurazione di quelle che Marcel Mauss ha definito le «tecniche del corpo» (1936) dipenda l’esito di queste settimane incerte, come se l’assetto della società del futuro fosse solo oggi ripensabile a partire da una urgente, quanto necessaria, rettifica degli stili di vita. È come se vivessimo in una sospensione capace di livellare le ineguaglianze, permettendo indistintamente a ognuno di noi di assumere posture responsabili e degne, conseguenzialmente, di cittadinanza sanitaria (rimando qui alla riflessione di Pino Schirripa in questa rubrica). «Questa guerra si combatte stando a casa» si ripete, ma una casa devi averla o devi poterci rimanere, verrebbe da aggiungere. Sarebbe allora forse pensabile, considerati i tempi che ci vorrebbero protagonisti del cambiamento, abbandonare la retorica della colpevolezza per promuovere un’etica della possibilità e una politica della speranza, citando Arjun Appadurai (2014). Chissà che, rafforzando il potere dell’immaginazione e dell’aspirazione, non si riesca ad assumersi la responsabilità di far parte di una cittadinanza creativa e critica.

 

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Bibliografia per approfondire

 

Marcel Mauss, Les techniques du corps, in Journal de Psychologie, 1936, vol. 32, n. 3-4

Arjun Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, Milano, Raffaello Cortina, 2014 (I ed. 2013)

Pietro Saitta, Covid-19, un oggetto culturale e politico, in Il lavoro culturale (26 Febbraio 2020)

 

 

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Immagine: Giovane donna che indossa mascherina contro il contagio da Coronavirus, Shanghai, Cina (5 marzo 2020). Crediti: atiger / Shutterstock.com

 


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