13 aprile 2020

Storie virali. Sé e mondi

 

I nostri corpi filtrano la pressione dell’ambiente esterno, i condizionamenti sociali che li permeano, la tensione e la confusione del periodo e si confrontano con i corpi degli altri. Viviamo in una condizione di continuo potenziale scivolamento in cui esperiamo noi e altri noi in confronto e interazione con i vari sé e con i relativi bacini. Dobbiamo svolgere ogni volta la sceneggiatura della relazione tra le nostre molteplici entità e il mondo esterno e talvolta rizziamo la schiena e ci poniamo di buzzo buono, talaltra stentiamo.

 

Una peculiare condizione di confronto tra le soggettività e i contesti è quella dell’artista; è anche una delle ragioni della sua funzione sociale o forse una delle sue funzioni sociali. Non stiamo qui affrontando l’artista attraverso il lavoro che risulta dal suo impegno e quindi attraverso l’opera ma guardiamo l’artista che è persona agente, attore sociale e cittadino. Consapevoli di muoverci in piani intersecati tra di loro, qui ci troviamo su un piano complementare rispetto al motto di Luciano Fabro in Attaccapanni, secondo cui non vi è luogo per l’artista di ricondurre la propria azione ai vincoli e alle libertà della cittadinanza ma semmai a quelli dell’azzardo formale auto-generante.

 

Per lo specifico lavoro a cui è dedito, l’artista coinvolge tutto il proprio corpo nel mestiere perché esso implica un assorbimento energetico tendenzialmente esaustivo e la sua vita è tutta protrusa alla forgia come avviene nella scena descritta da René Char in Fréquence.

 

Poi però, fuori e intorno al proprio lavoro l’artista è un essere umano civile e cittadino che vive in un ambiente con il quale deve misurarsi e nel quale gli può succedere di insegnare, di esporre, di calcare la scena, di aggredire, di conoscere discriminazione, ricovero, internamento, apoteosi, delega sociale e anche politica. Il processo di clochardizzazione di Paul Cézanne esprime bene il conflitto che può articolarsi tra il corpo dedito alla forgia artistica e il corpo che cerca di muoversi in società. Ci dice, inoltre, come la dialettica possa non riuscire a sfociare in una convivenza; talvolta, generando tragedia; talaltra, un riconoscimento discronico, come nel caso di Édouard Manet. Anche quando la relazione è condotta in equilibro o in disequilibri contenuti l’esperienza dell’artista ci è utile perché conduce su frontiere più nette, anche estreme le difficoltà che noi tutti abbiamo e per questo una delle sue funzioni sociali è quella di mostrarci quali fattezze può assumere la relazione tra corpo, corpi, società.

 

Di tutto ciò vediamo gli esiti articolarsi lungo una linea frastagliata e variopinta sulla quale da una parte possiamo incontrare il suicidio o la segregazione, dall’altra l’estasi o la pace, ovviamente non riducibile ad apatia. Conosciamo esempi tragici che ci addolorano e meritano ricostruzioni appropriate. Penso per esempio a Nicolas de Staël, proprio quando il suo lavoro raggiungeva ulteriori risultati importanti. Abbiamo altresì esperienze di felicità che ci riempiono di gioia. Possiamo evocare Kengiro Azuma e la serenità arguta dei suoi quotidiani esercizi di scrittura meditativa; è interessante anche il metodo sperimentale di Pierino Selmoni e la sua dolorosa ricerca intorno proprio a quel mistero a cui si riferisce Luciano Fabro (lo ho citato come azzardo auto-generante), riuscendo a trasferire la «dolorosa consapevolezza» (è una espressione di Maria Will) sul manufatto dell’opera attraverso, per esempio, l’azione delle vibrazioni alla luce.

 

Tutto ciò succede anche ad altri: per esempio all’atleta (possiamo citare, su versanti diversi, i piedi di Usain Bolt, la schiacciata di Earvin N’Gapeth, la duplice medaglia d’oro di Ester Ledecká, il destino di Mokgadi Caster Semenya); al funzionario (pensiamo a certe elementari affermazioni di Giovanni Falcone o al racconto autobiografico di Renata Fonte traslato in Sabrina e Viviana Matrangola).

 

Non si tratta quindi di una specificità attribuibile a un presunto e implausibile componente fisiologico (il gene del genio, il maledetto, la dote naturale) di un soggetto che diventerebbe una figura più mitica che reale ma della specificità procedurale e dispositiva di un sistema di relazioni che possiamo incontrare altrove e che nella filiera del lavoro artistico possiamo di volta in volta trovare evidenziata, enucleata, focalizzata o amplificata.

 

È una norma? Non c’è artista che non viva tale drammaturgia? Sì, forse si può essere artisti scartando questa drammaturgia e non interessa promuovere norme o definire dogmi. Nondimeno, leggere queste componenti del lavoro dell’artista ci aiuta a riflettere e forse ad amministrare il modo in cui ciascuno di noi vive la relazione tra i sé e i mondi.

 

Scendo sotto casa alla ricerca di pezzi di legno per confezionare un supporto sul quale mia moglie possa appoggiare il computer e registrare le lezioni da caricare on line; indugio in quella bozza di primavera urbana e osservo, oltre la finestra, il volto di mia figlia, in una postazione di studio al sole; sento l’urlo scatenarsi da una finestra dirimpetto contro due giovani persone che stanno attraversando la piazzetta pedonale a passo sostenuto, in attitudine sportiva: improperi, ordini si riversano su di loro e l’aggressività si spalma sui giovani corpi belli quanto lo sono tutti i miei figli; le due persone hanno un cenno di sottomissione che contrasta con la loro algida e carnosa postura. Sono posseduto dalla tristezza, penso se rispondere a tono alto ma non voglio a mia volta essere aggressivo. Soffoco il patetico trasporto per quei due corpi che si allontanano di lena, rientro e mi scaravento nelle discussioni telematiche dove tento di arginare l'aggressività di vicinato sforzandomi di evitare di esserne a mia volta intrappolato. Per fortuna ho sponda negli interventi di alcune donne del quartiere.

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

René Char, Seuls demeurent. Gallimard, Paris, 1945.

René Char - Nicolas de Staël, Correspondance 1951-1954, Éditions Busclats, 2010. 

Nicolas de Staël, Cieli immensi. Lettere 1935-1955. Le lettere, Firenze, 1999.

Antonin Artaud, Van Gogh le suicidé de la société. Gallimard, Paris, 2001. Tr. it. Antonin Artaud, Van Gogh il suicidato della società. Adelphi, Milano, 1988.

Luciano Fabro, Attaccapanni. Einaudi, Torino, 1978.

 

 

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Immagine: Giovane attore in un teatro. Crediti: metamorworks / Shutterstock.com

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