29 aprile 2020

Storie virali. Sitala Mata e i gemelli indiani

 

Domenica 19 aprile 2020, durante l’usuale intervento nella trasmissione Che tempo che fa, Luciana Littizzetto ha riportato la notizia dei due gemelli indiani, nati alla fine di marzo nello Stato indiano del Chhattisgarh, a cui i genitori hanno dato i nomi di Covid e Corona.

La Littizzetto ha accompagnato il racconto dell’episodio con battute caratteristiche del suo tipo di umorismo, e tuttavia lo ha trattato, piuttosto superficialmente, come il gesto idiota di chi non è in grado di cogliere non tanto, o non solo, la gravità della situazione, ma addirittura il senso di cosa sia appropriato e cosa no o persino di cosa sia malvagio e cosa non lo sia.

Eppure, proprio nella giustificazione che la madre dei bambini avrebbe dato ai giornalisti per spiegare il suo gesto, e che la Littizzetto stessa riporta, sta a mio avviso la chiave per comprendere in profondità il senso di questa attribuzione onomastica, che ci interroga sul significato del male e del suo rapporto con il sacro e con il potere.

La donna ha infatti dichiarato di aver chiamato così i suoi due gemelli sia per ricordare le difficoltà del momento, sia per sottolineare l’utilità del virus nel portare all’attenzione degli indiani l’importanza dell’igiene sia, infine e soprattutto, “per omaggiare il virus”. Proprio su quest’ultimo punto la comica ormai opinionista torinese ha lanciato un affondo alquanto tagliente. Perché mai si dovrebbe infatti omaggiare un virus?

 

In India esiste una dea affascinante, Sitala Mata, assai temuta e rispettata nelle campagne del Nord, dove i templi a lei dedicati punteggiano regolarmente la topografia rurale. Si ritiene che Sitala Mata ‒ venerata soprattutto, ma non solo, dagli induisti ‒ possa prevenire il vaiolo, causarlo, guarirlo o, infine, essere lei stessa la malattia.

“Noi” siamo abituati a dividere la realtà in due campi distinti, il bene e il male. Quest’ultimo esiste, da un lato, come negazione del bene e sua sospensione e, dall’altro, come azione volontaria e immorale. In relazione a queste due modalità del male, il divino si pone come bene assoluto che protegge dalla prima e punisce la seconda.

Allo stesso modo, la scienza è considerata primariamente un campo caricato di valori morali positivi, che utilizza il suo sapere e le sue tecniche per combattere contro i mali che ci affliggono.

Che qualcuno pensi che la malattia (il male) sia anche la cura (il bene) potrebbe dunque apparire, sia dal punto di vista etico che da quello puramente logico, alquanto discutibile.

 

Alcuni elementi della teodicea popolare induista ‒ che considera il divino come potenziale origine, allo stesso tempo, sia del male che del bene, o persino come identità con entrambi, e come causa della sofferenza e del suo superamento ‒ risuonano tuttavia stranamente con alcuni aspetti dell’attuale epidemia, che stiamo sperimentando sia a livello intellettuale che sui nostri stessi corpi e nelle nostre percezioni.

Chi potrebbe infatti negare che la microscopica entità biologica che chiamiamo SARS-CoV-2 stia mostrando una potenza, un vero e proprio dispiegamento di potere, degno di una forza divina? Nel giro di poche settimane il mondo si è praticamente fermato. L’accelerazione continua di un capitalismo incapace di rallentare persino di fronte a minacce ben dettagliate e statisticamente quasi certe ha avuto un arresto che nulla finora, nemmeno le maggiori crisi finanziarie o guerre del passato, era riuscito a provocare.

Né la politica né la scienza riescono a fornire livelli di comprensione accettabili di ciò che sta avvenendo e, dal lato delle prescrizioni legate al comportamento e al piano etico dell’agire (cosa è sicuro o meno fare, cosa è giusto o meno fare, addirittura cosa si può fare e cosa no) non viene offerta alcuna effettiva coerenza, sia pure essa una coerenza puramente e palesemente fittizia.

Nell’attraversare strade praticamente deserte, in cui il rumore dei propri passi risuona alla sera come l’eco di un’assenza impensabile, quella dell’altro, non hanno forse alcuni tra noi percepito, con timore e tremore, la presenza di qualcosa di invisibile, di una forza che ci domina senza tuttavia farsi mai corpo?

 

Eppure, non ci attendiamo infine la salvezza da un vaccino che altro non è se non parte del male stesso che ci penetra, che incorporiamo e che nell’incorporare rendiamo innocuo?

 

Quando Preeti Verma, madre di Covid e Corona, dichiara di aver chiamato così i suoi due gemelli per omaggiare il virus, non si sta mostrando come un’ingenua, inopportuna sempliciotta indiana non in grado di comprendere il senso di quello che sta avvenendo.

A mio avviso, ella sta leggendo l’attuale situazione in modo assai lucido, almeno in relazione a quelli che sono i suoi riferimenti simbolici e culturali (e che forse sotto alcuni aspetti si intersecano, almeno in parte, con i nostri), e soprattutto secondo processi di metaforizzazione che colgono in modo profondamente significativo alcuni snodi politici e cognitivi che tutti stiamo sperimentando.

Il virus è forza divina perché è al di fuori del controllo umano o addirittura, come talvolta esso sembra apparirci, perché è controllo sull’umano. L’unica possibilità allo stato attuale è quindi instaurare con esso una certa forma di reciprocità (e qui risuonano i continui enunciati da parte di epidemiologi e politici che “dovremo imparare a convivere con il virus”). 

Chiamare i propri figli con il nome della malattia significa riconoscerne il potere, omaggiarlo e stabilirvi una relazione, con un unico gesto. Significa riconoscerne l’efficacia, nel bene e nel male. Di fronte allo scempio delle libertà democratiche che la risposta politica all’epidemia sta provocando in buona parte del mondo, al tipo di “normalità” che la Covid-19 ha almeno temporaneamente messo al tappeto e alla crisi economica in atto e a venire, il tentativo di istituire un’alleanza diretta con il virus può del resto apparire, dal punto di vista delle classi marginali e subalterne, come una risposta decisamente comprensibile, per quanto “fantastica” la si voglia considerare. 

 

Come Sitala Mata, anche il virus SARS-CoV-2 può mostrarsi allo stesso tempo nella forma di malattia e in quella di entità potente che può salvarci dal male e, come la Dea del vaiolo, immagino gli verrano presto dedicati dei templi in India o, come spesso avviene nel panorama religioso di quei luoghi, diverrà un altro nome di Sitala, uno dei suoi tanti.

 

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Immagine: Sitala, Kalighat painting (XIX secolo). Crediti: Unknown author. Fonte, http://www.indianminiaturepaintings.co.uk/Kalighat_collection_31110.html [Public domain], attraverso commons.wikimedia.org

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