5 aprile 2020

Storie virali. Campane e reinvenzioni del credere

 

Dalle prime giornate di primavera, a Roma, ad orari precisi e legati alla messa, suonano in coro le campane.

Questa forma di concertazione acustica si iscrive nel più ampio paesaggio della pratica dei flashmob sonori che segnano la quarantena. La prima volta che sento le campane è il giorno dell’equinozio di primavera, il 21 marzo alle sette di sera, un’ora dopo le voci degli italiani in finestra. Il suono rinvia alla chiusura delle chiese, alla passeggiata del papa che percorre una deserta via del Corso, salotto elitario come in un fotogramma estetizzante della Grande Bellezza, alle riflessioni di Eugenio Imbriani su acquasantiere svuotate da liquidi veicolo di contagio e sulle piscine di Lourdes asciutte. Asciutto, che, ricordando Clara Gallini, fa immaginare un miracolo che perde la sua fabbrica degli attrezzi, la possibilità di performance e della sua prova.

 

Lo scampanio non rinvia solo all’istituzione Chiesa, al papa in extremis affacciatosi al balcone del Vaticano, alla Roma papale, all’appello dei credenti alla messa, alla costellazione di chiese che mappa la città. Per la mente chiusa in casa, legata a dispositivi e social annessi e connessi, radio e televisione o, per i più liberi da impegni manuali in casa, alla libertà della pagina scritta, o allora concentrata su piattaforme scolastiche come G Suite for education e Meet di ancora impacciata e stressante gestione per genitori di figli piccoli che vorrebbero invece un po’ a sé dedicarsi, l’intendere il suono antico della campana è un’irruzione. Il suono del mondo di fuori varca lo spessore dei vetri o scivola nelle finestre aperte e dirotta per un attimo dal paesaggio mediatico in cui siamo in questi giorni così fittamente immersi. Affiora la lunga durata, tempi di campagna, di luoghi meno cittadini di Roma, d’infanzia e di poesie italiane fin de siècle delle piccole cose, imparate sui banchi scolastici varie generazioni fa. Il suono per noi quasi pittoresco, ben noto alla cultura popolare, scandiva in Europa, come nota l’etnomusicologo Steven Feld in The time of bells, un preciso ordine di relazioni tra suono, spazio e sentimento, restituito da campane degli animali, dei campanili, del carnevale. In questa ecologia cognitivo-culturale (Grasseni, Ronzon, 2004), l’oggetto sonoro abituava il soggetto in ascolto ad un preciso quadro temporale, per usare i termini di Maurice Halbwachs, alla produzione di una coscienza comunitaria condivisa del tempo locale.

 

In città, cattolici praticanti, credenti senza appartenere, laici su misura, le campane le sentiamo poco; le vediamo, magari disegnate sui bigliettini pasquali o in vendita sotto forma di gadget da Tiger, espressione di un capitalismo spassoso e tempestivamente adeguato alle vacanze stagionali. Schedata da qualche antropologo come bene materiale, ne abbiamo l’idea di un materiale, pesante, resistente, che forse non diffonde il contagio da Covid-19. Il suono rimanda a una corazza protettiva: il campanile. Luogo a pochi accessibile, legato al gesto di una figura liminale, invidiata dai bambini, di rilievo nella cultura popolare europea al punto da entrare nella tradizione di canti orali come un sonnolento Fra’ Martino / Frère Jacques / ¡Fray Santiago!, campanaro dall’onomatopeico din-don-dan, custode di saperi legati a timbri, eventi e stagioni, noti a pochi. Lo scampanio dei riti di passaggio: feste, funerali, matrimoni e nascite. Vite di comunità locali scandite da farse del carnevale, rosari di

 

Quaresima, campanacci dei greggi che i pastori fabbricano e accordano per mappare il territorio dei pascoli e addomesticare con il suono vallate e pericoli reali e simbolici.

 

Squillano le campane di Leopardi: «odi per lo sereno un suon di squilla» (Il passero solitario). Cantano quelle di Carducci «con onde e volate di suoni» e «l’augure suono de le campane anc’oggi di primavera e pasqua!» (Il sabato santo). La doppiezza bipolare dell’oggetto, ambasciatore alterno dell’idea di risurrezione e rinascita e di quella di pericolo e fatalità, di un dentro/fuori assoluto legato alla vita, gli conferisce uno statuto filosofico che attrae gli artisti: suonano a morte le campane di Hemingway e decenni prima le «campane di arsenico e il fumo» di García Lorca che piangono il torero morto «A las cincos de la tarde, y el toro solo corazón arriba!» (Llanto por Ignacio Sánchez Mejías).

 

Le campane virali di Roma in quarantena ricordano i versi di Trilussa: «Che sono a fa’, diceva una Campana, da un po’ de tempo in qua, c’è tanta gente che invece d’entrà drento s’allontana […] ma adesso ho voja a fa’ la canofienna pe’ chiamà li cristiani cor patocco» (La campana della chiesa). Quest’immagine di crisi della civiltà parrocchiale che non si fida di chi suona l’oggetto, riporta alle strade vuote di oggi, dove cupole e campanili svettano in un cielo meno inquinato mentre nelle case aleggia una diffusa percezione di fine del mondo e apocalissi culturale.  

 

La semantica acustica della pastorale cattolica che reinventa la pratica del flashmob ibridando il repertorio religioso tradizionale con la catartica necessità del far rumore collettivo esploso nei giorni del virus disturba, o forse rincuora, cittadini attraversati da crisi della presenza quotidiane, dalla sospensione dei propri orizzonti simbolici, dalla crisi dell’esserci dell’Italia.

 

Colta dal suono delle campane, mentre stendo i panni in pausa dai tre figli, penso all’aneddoto di De Martino del campanile di Marcellinara e al contadino, forse romantizzato dall’antropologo, che grazie a questo campanile si orienta. Il batacchio percuote, l’aria vibra, i tanti campanili che risuonano fanno immaginare il fuori, una patria culturale più ampia delle proprie mura domestiche.

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

Maurice Halbwachs, La mémoire collective, Albin Michel, Paris, 1997 (1950)

Clara Gallini, Il miracolo e la sua prova. Un etnologo a Lourdes, Liguori, Napoli, 1998

Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino, 2002

Steven Feld, The time of bells. Soundscapes of Italy, Finland, Greece, France, vol. I, VoxLox, 2004

Cristina Grasseni, Francesco Ronzon, Pratiche e cognizione. Note di ecologia della cultura, Roma, Meltemi, 2004

Antonello Ricci, Il paese dei suoni. Antropologia dell’ascolto a Mesoraca (1991-2011), Roma, Squilibri, 2012

Eugenio Imbriani, Un’epidemia quaresimale, in Storie virali, 21 marzo 2020

 

 

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