18 marzo 2020

Storie virali. Colera e incubi (con uno sguardo a oggi)

 

Un quarto di secolo fa, in un suo noto saggio (L’espace politique de la santé) Didier Fassin scriveva che la malattia in tutte le società mette in gioco dei rapporti di potere. Per quello che si vuol dire qui, mi sembra utile citare un breve passaggio di quel saggio:

 

«[La malattia] si rivela nell’intervento di quelli che sono accreditati della capacità di guarire, che siano sciamani, marabutti o medici, ma anche nelle relazioni che si instaurano tra i professionisti della salute e i poteri pubblici. Infine, si svela nella ricerca di risposte collettive, ad esempio i rituali di purificazione o i programmi di prevenzione, la cui efficacia rappresenta sempre un test dell’autorità, tanto tradizionale, quanto statale» (p. 3).

 

La malattia dunque, insinuandosi nelle maglie del sociale, tra le altre cose può mettere in crisi la legittimità e l’autorità del potere, comunque questo si strutturi e si presenti. Ciò è evidente nel caso delle epidemie.

Tra il 1991 e il 1992, dopo più di un secolo in cui non si era manifestata, una grande epidemia di colera si sviluppò in Venezuela e in altri Paesi vicini, mettendo in crisi il sistema sanitario. Su quella epidemia scrissero un importante volume Charles Briggs e Clara Mantini-Briggs, in cui parlarono della gestione politica di quello che definirono «un incubo medico». Quel che emerge dalla loro analisi è che una serie di narrazioni, tra loro in competizione, hanno dato forma al modo in cui l’epidemia è stata affrontata e al modo in cui la “razza” e la “malattia” siano state sovrapposte tanto nel lavoro epidemiologico quanto nelle programmazioni e negli interventi politici. La loro ricerca si interroga sui meccanismi e i dispositivi, per come tale termine è usato da Foucault, attraverso cui il potere, in questo caso lo Stato venezuelano, designa chi ha le prerogative per rientrare in ciò che essi chiamano la «cittadinanza sanitaria», e in che modo i diritti sono riconosciuti e lo stigma assegnato.

Con la proliferazione moderna dello Stato-Nazione, diventa centrale il potere di riconoscere chi può usufruire dei diritti, o per meglio dire il potere di assegnare la possibilità di accesso a determinate risorse; chi non rientra in queste categorie viene quindi di fatto escluso. Ancora una volta questa idea ruota attorno al concetto foucaultiano di biopotere. In questo caso “cittadinanza sanitaria” significa che la possibilità di accesso alle risorse viene concessa a chi rientra in schemi comportamentali e culturali di protezione contro il rischio che devono coincidere con quelli proposti dalle agenzie nazionali e internazionali. Attraverso la patologizzazione culturale, quei comportamenti che non rientrano in tali profili vengono definiti a “rischio” e intere fasce di popolazione vengono marginalizzate o escluse da diverse forme di intervento sanitario.

Ancora una volta si tratta di separare il puro dall’impuro; la gestione politica taglia l’universo sociale e crea sacche di marginalità e nuove diseguaglianze. Va ribadito che ogni intervento tecnico, compresi quelli di natura sanitaria, è un intervento politico poiché norma comportamenti e disciplina i corpi.

Una riflessione sull’oggi. La pandemia del Covid-19, come tutte le epidemie, mette in questione la legittimità del potere e mostra le criticità di un sistema sanitario indebolito da più di venti anni di politiche neoliberiste. Si è data una risposta forte, basata principalmente sul confinamento come strategia di riduzione della diffusione. Non si vogliono qui mettere in questione le politiche sanitarie poste in atto – lo spazio non lo consente – ma ragionare sui meccanismi di produzione e riproduzione di abitudini corporee e forme di socialità che le politiche di prevenzione ingenerano.

Torniamo a Fassin, che mostra come la malattia possa essere definita come una iscrizione sul corpo dell’ordine sociale. Le ineguaglianze economiche e sociali ci rendono differentemente esposti al pericolo di contrarre una malattia. Possiamo pensare le pratiche di prevenzione come una forma di rimodellamento dell’habitus come direbbe Pierre Bourdieu? La prevenzione messa in atto riduce, e di fatto annulla, gli spazi di vita sociale per impedirci di contrarre il virus. Insomma, risponde a un meccanismo di razionalità sociale, di governo, a un dispositivo.

 

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Bibliografia per approfondire

 

Pierre Bourdieu, Postface a Erwin Panofsky, Architecture gothique et pensée scolastique, Paris, Minuit, 1967

Pierre Bourdieu,  La Distinction. Critique sociale du jugement, Paris, Minuit, 1979 (trad. it., Bologna, Il Mulino, 2001)

Didier Fassin, L’espace politique de la santé. Essai de généalogie, Paris, PUF, 1996

Charles Briggs, Clara Mantini-Briggs, Stories in the time of cholera: Racial profiling during a medical nightmare, Berkeley, University of California Press, 2003

 

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Immagine: Scuola Medica Salernitana in una miniatura del Canone di Avicenna. Crediti: Library of the University of Bologna / Public domain, attraverso commons.wikimedia.org

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