6 maggio 2020

Storie virali. Contagio e segregazione coloniale

 

Ragionare sulle politiche sanitarie nella colonia della Costa d’Oro, l’attuale Ghana, potrebbe essere utile per comprendere alcune logiche della governamentalità coloniale, e forse permetterci di dire qualcosa sull’oggi.

Fino ai primi decenni del secolo scorso gli europei hanno visto l’Africa, soprattutto quella occidentale, come “la tomba dell’uomo bianco” e l’attuale Ghana non sfuggiva a questa regola. Da una parte le malattie endemiche dell’area – malaria e febbre gialla prime fra tutte – da secoli decimavano la popolazione europea che lì arrivava per commercio e conquista; dall’altra ulteriori pericoli nascevano dalle pessime condizioni igieniche delle città della costa, dove era concentrata la popolazione di origine europea, in cui mancavano i servizi igienici essenziali e vi erano anche problemi per lo stivaggio dell’acqua potabile. Ciò favoriva l’insorgere di ogni specie di malattie infettive.

Tale situazione muta radicalmente nei decenni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, grazie a una nuova politica sanitaria che viene impostata dalle autorità coloniali. Tra i fattori che hanno portato a tale mutamento vi è certamente il lento adeguamento alla politica sanitaria della madrepatria. In effetti in Gran Bretagna una serie di epidemie di colera, che dal 1823 avevano flagellato il Paese, aveva messo al centro dell’attenzione la necessità che il governo si prendesse carico della salute della popolazione. Ciò andava di pari passo con l’affermarsi del concetto, allora rivoluzionario, che la malattia fosse prevenibile grazie ad una appropriata igiene ambientale. Nel 1864 Pasteur aveva dimostrato la presenza di germi nell’atmosfera. Ciò dava maggior forza a tale teoria rivoluzionaria. L’idea che acque sudicie e rifiuti fossero il luogo di elezione per la riproduzione di germi dannosi per la salute diede nuovo vigore a un tipo di medicina preventiva basato sul controllo igienico del territorio e delle abitudini di chi lo abitava. Così in Gran Bretagna una serie di leggi promulgate tra il 1866 e il 1875 inaugurarono e rinforzarono il controllo igienico e sanitario sul territorio (Gale 1995, p. 186). Questa nuova politica fu gradualmente estesa dalla madrepatria alle colonie dell’India e poi a quelle africane. Occorreva rendere questa zona d’Africa qualcosa di diverso dalla “tomba dell’uomo bianco”: un luogo in cui alla popolazione europea fosse assicurata la sopravvivenza.

Lentamente si veniva a creare una nuova disciplina del corpo e della gestione dello spazio per gli africani. Del resto nella colonia della Costa d’Oro, così come anche nelle altre colonie inglesi dell’Africa (Comaroff 1993, pp. 320 sgg.), il “corpo del nero” era visto come luogo in cui si annidavano malattie facilmente trasmissibili, ed in cui l’emergere della malattia, del disordine biologico, era segno ‒ o meglio conseguenza ‒ di disordini più profondi, di ordine sociale e morale. Il nero era malato perché poco incline a rispettare le corrette regole igieniche, e a causa della sua scarsa attitudine morale che rendeva “disordinate” le sue relazioni sociali e quelle con l’ambiente. Occorreva dunque costringerli a uniformarsi alle regole sociali e igieniche della società vittoriana che disegnavano una nuova disciplina del corpo, del sé e delle relazioni: lavorare, dormire, mangiare, sputare, fare l’amore, defecare e tutte le altre funzioni corporali erano regolate, almeno nella retorica corrente, in funzione del contrasto della diffusione delle malattie.

Se dunque fino al 1880, nella Costa d’Oro, in armonia con le teorie miasmatiche allora forti in ambito medico, era l’ambiente, il suo clima insopportabile, i suoi pestiferi miasmi a rendere quel territorio la “tomba dell’uomo bianco”, in seguito la minaccia si trasferì sulla cattiva gestione del territorio e sul disordine dei corpi e delle relazioni umane. La scoperta dei parassiti che provocano la malaria e la febbre gialla e quella della zanzara come loro vettore, aveva definitivamente messo in crisi la teoria miasmatica come spiegazione di queste malattie. Erroneamente si pensava che il plasmodio potesse trasferirsi da un corpo umano all’altro. Il luogo della malattia si sposta dai miasmi prodotti dall’ambiente malsano ai corpi. Nelle città i neri erano tanti, e i loro corpi, visti come impuri e pieni di plasmodi e germi, erano quindi considerati un ottimo serbatoio per le zanzare. Occorreva dunque segregare i bianchi, allontanarli dalla pericolosa contiguità con i neri (Addae 1997, p. 33).

Nel 1893 il governo della colonia, sempre in nome del miglioramento delle condizioni igieniche e, soprattutto, del miglioramento delle condizioni di vita della popolazione di origine europea emanò una serie di provvedimenti affinché i bianchi abbandonassero le città, oramai affollate di nativi giunti in cerca di lavoro e fortuna, e si trasferissero in nuovi quartieri costruiti appositamente per loro e isolati dal resto della città. In questi nuovi quartieri, non era ammessa la presenza di neri; il personale domestico di servizio nelle case dei bianchi poteva circolarvi grazie a uno speciale permesso, ma non era concesso loro di dormirvi (Addae 1997, p. 33).

La segregazione dei corpi neri, corpi impuri e disordinati, diventa quindi una regola sanitaria per proteggere la parte dominante della società coloniale. L’eccezione dei domestici è interessante. La segregazione non impediva certo il funzionamento della macchina produttiva della colonia, chi lavorava nelle piantagioni e nelle miniere, ad esempio, non aveva motivo di frequentare i quartieri bianchi. Diverso è il caso dei domestici, senza di loro la gestione degli spazi domestici diventava impossibile. Le logiche segregazioniste erano dettate da una logica di razzializzazione della malattia che è squisitamente politica: è solo il corpo nero a essere infetto e, quindi, pericoloso. La linea del contagio è, per molti versi, una linea di classe. Essa però mostra delle fratture: quando il corpo del nero è necessario al funzionamento della macchina domestica si viene a patti col rischio. Il contagio, come ogni malattia, non è neutrale, ma embricato nel sociale e nel tessuto delle sue relazioni di classe e dei suoi rapporti di forza; tra le altre cose, fa i conti con i rapporti di produzione e con le necessità del profitto.

Mi sembra che questo esempio, per quanto lontano, ci possa dire qualcosa riguardo le attuali discussioni sulle riaperture delle attività e la loro programmazione. Il Covid-19, o meglio le misure sanitarie di contrasto, hanno per forza di cose ridisegnato i nostri habitus corporei e gli assunti sulle relazioni sociali, e su questo dovremmo riflettere a lungo; così come sulle scellerate politiche sanitarie neoliberiste che hanno indebolito la sanità pubblica. L’attuale dibattito però ci mostra una frattura nelle politiche di contenimento che, a mio avviso, prelude a scenari preoccupanti. La logica del profitto, e non quella del lavoro e ancor meno quella del ristabilimento delle relazioni e della socialità, sembra dettare le politiche. Se così sarà, l’attuale emergenza non ci avrà insegnato nulla.

 

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Bibliografia per approfondire

 

Jean Comaroff, The diseased heart of Africa: medicine, colonialism and the black body, in Knowledge, power & practice. The anthropology of medicine and everyday life, a cura di S. Lindenbaum, M. Lock, University of California Press, Berkeley - Los Angeles -London, 1993, pp. 305-329

Thomas S. Gale, The struggle against disease in the Gold Coast: early attempts at urban sanitary reform, in Transactions of the Historical Society of Ghana, vol. XVI, n. 3, gennaio 1995, pp. 185-203

Stephen Addae, History of western medicine in Ghana. 1880-1960, Durham Academic Press, Edinburgh-Cambridge-Durham, 1997

 

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Immagine: Sconfitta degli Ashanti, da parte delle forze britanniche sotto il comando di Coll. Sutherland, 11 luglio 1824 (traduzione dall’inglese della didascalia dell’illustrazione). Crediti: Unknown author - Ole Feldbæk, Ole Justesen, Danmarks Historie: Kolonierne i Asien og Afrika, Politikens Forlag, Kobenhavn 1980 [Public domain], attraverso https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8030511

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